Hawaii, il ristoratore italiano sopravvissuto: “Ancora tanti i cadaveri da recuperare”
dalla nostra inviata Anna LombardiNEW YORK – «Non abbiamo ricevuto alert, né ordini di evacuazione: martedì pomeriggio eravamo in centro a Lahaina, chiusi in casa perché stava passando la coda dell’uragano, un fenomeno usuale. Ci siamo accorti quasi per caso di quanto stava accadendo. Con mia moglie e mia figlia di 12 anni, abbiamo deciso in fretta di scappare. Volevamo passare dal nostro ristorante poche centinaia di metri più in là a far scorta di acqua ma per fortuna non lo abbiamo fatto. Chi ha imboccato la strada principale andando a destra, verso Kanaapali, si è salvato. Chi ha svoltato a sinistra, dov’era anche il nostro locale, pensando di mettersi in salvo vicino al mare, è morto».
Al telefono la voce di Michele Di Bari, va e viene: «C’è poco campo», si scusa. Mi…
NEW YORK – «Non abbiamo ricevuto alert, né ordini di evacuazione: martedì pomeriggio eravamo in centro a Lahaina, chiusi in casa perché stava passando la coda dell’uragano, un fenomeno usuale. Ci siamo accorti quasi per caso di quanto stava accadendo. Con mia moglie e mia figlia di 12 anni, abbiamo deciso in fretta di scappare. Volevamo passare dal nostro ristorante poche centinaia di metri più in là a far scorta di acqua ma per fortuna non lo abbiamo fatto. Chi ha imboccato la strada principale andando a destra, verso Kanaapali, si è salvato. Chi ha svoltato a sinistra, dov’era anche il nostro locale, pensando di mettersi in salvo vicino al mare, è morto».
Al telefono la voce di Michele Di Bari, va e viene: «C’è poco campo», si scusa. Milanese, 51 anni di cui 30 passati in America – New York e poi, dal 2013, Maui: dove con la moglie americana Qiana ha aperto un ristorante molto rinomato, Sale e Pepe Pizzeria e Cucina – è evidentemente scosso: «Abbiamo perso tutto» ti dice. «Casa, lavoro, tutto ciò che avevamo costruito in 10 anni».
Come state?
«Spaventati, confusi, ma bene. Lahaina, però, non c’è più. Rasa al suolo come dopo un bombardamento. È successo tutto molto in fretta. All’inizio abbiamo visto un po’ di fumo, ma non ci siamo spaventati. Venti minuti dopo era però già un muro di fuoco e siamo dunque usciti prendendo con noi solo i documenti e due maglie. Siamo saliti in macchina e via, dopo aver caricato due nostri vicini. All’inizio siamo rimasti incastrati nel traffico: ci sono voluti almeno 45 minuti per allontanarci, con le fiamme a inseguirci, velocissime. Purtroppo, solo chi si è reso subito conto del pericolo è riuscito a scappare».
Nessuno vi ha guidati?
«La poca polizia in zona ha fatto il possibile, ma c’era un gran caos e la gente era nel panico. Non so nemmeno io come mai ci siamo salvati: prendendo la decisione giusta. Sono andato a istinto nella direzione più sicura. Chi è andato verso il mare si è trovato in trappola: in pochissimo l’incendio ha divorato tutto, come a Pompei, bruciando perfino le barche ancorate nel porto. Chi era lì si è tuffato, restando in acqua ore e ore. Quel tratto è ancora pieno di cadaveri, e ne devono ancora recuperare. La maggior parte dei morti carbonizzati sono proprio coloro che hanno preso quella direzione».
Dove siete, ora?
«A Kanaapali, dove ieri fra l’altro si è scatenato un altro incendio e siamo dovuti scappare ancora, ma per fortuna è stato domato e poco fa siamo rientrati nel posto dove ci stiamo appoggiando. Abbiamo però trascorso tutta la notte in macchina: dalle 6 di ieri pomeriggio a stamattina alle 7».
Siete già riusciti a tornare a Lahaina?
«Solo per pochi minuti. La nostra area è ancora off-limits, ci siamo, diciamo, intrufolati. Speravo che almeno qualcosa si fosse salvato e invece... È sparito tutto. Non abbiamo più niente. Impossibile da raccontare a parole».
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E ora?
«Ricostruiremo. Dobbiamo farcela e ce la faremo. Lo spirito dev’essere quello. Abbiamo già ricevuto tanti messaggi di solidarietà e abbiamo già lanciato un fundraising, confidando nei nostri cliente. Chi ci apprezza ora ci aiuti a ricominciare. Bisogna pensare così. Ma in realtà siamo confusi. Dobbiamo ancora metabolizzare. È tutto incredibile, ancora non ci rendiamo conto. Andiamo avanti ma non sappiamo come. Qui la situazione è ancora disperata, non c’è luce, non c’è acqua...».
La solidarietà è tanta...
«Sì, è vero. La comunità locale è totalmente mobilitata, arriva cibo, ci sono posti letto. Ma servirà ben altro. Aiuti più concreti e importanti. Fondi governativi per ricostruire e programmi perché non accada mai più: e non solo qui alle Hawaii. Bisogna cambiare approccio. Tragedie come la nostra stanno diventando tremendamente comuni».