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Ore decisive nell’assedio del Nagorno-Karabakh, l’Armenia chiede l’intervento Onu. “E’ in corso un genocidio”

Proteste contro il blocco del corridoio di Lachin

 (afp)

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La crisi umanitaria si sta evolvendo in qualcosa di più drammatico dopo il blocco del corridoio di Lachin lo scorso dicembre da parte degli azeri
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TBILISI – L’assedio del Nagorno-Karabakh è entrato nella fase finale. Ai 120.000 armeni etnici che abitano questo fazzoletto di terra situato all’interno dei confini dell’Azerbaigian sono rimaste solo due possibilità: capitolare o morire di stenti. Diverse testimonianze raccolte da Repubblica tracciano con precisione i contorni di una crisi umanitaria che sta rapidamente evolvendo in qualcosa di più atroce.

“Possiamo resistere alcune settimane, al massimo arrivare alla fine di ottobre”, afferma con sicurezza Siranush Sargsyan, giornalista di Stepanakert, capitale de facto dell’Artsakh, stato a riconoscimento limitato autoproclamatosi indipendente da Baku nel 1992. Con la fine della stagione agricola, verrà a mancare anche quel poco che ancora permette alla popolazione di sopravvivere. A Stepanakert, dove risiede la metà degli abitanti del Nagorno-Karabakh, si sta in fila per ore sotto il sole cocente per un pezzo di pane o una manciata di frutti.

La carenza di benzina limita graveme…

TBILISI – L’assedio del Nagorno-Karabakh è entrato nella fase finale. Ai 120.000 armeni etnici che abitano questo fazzoletto di terra situato all’interno dei confini dell’Azerbaigian sono rimaste solo due possibilità: capitolare o morire di stenti. Diverse testimonianze raccolte da Repubblica tracciano con precisione i contorni di una crisi umanitaria che sta rapidamente evolvendo in qualcosa di più atroce.

“Possiamo resistere alcune settimane, al massimo arrivare alla fine di ottobre”, afferma con sicurezza Siranush Sargsyan, giornalista di Stepanakert, capitale de facto dell’Artsakh, stato a riconoscimento limitato autoproclamatosi indipendente da Baku nel 1992. Con la fine della stagione agricola, verrà a mancare anche quel poco che ancora permette alla popolazione di sopravvivere. A Stepanakert, dove risiede la metà degli abitanti del Nagorno-Karabakh, si sta in fila per ore sotto il sole cocente per un pezzo di pane o una manciata di frutti.

La carenza di benzina limita gravemente il trasporto dei prodotti della terra dai contadini locali alla città. Va un po’ meglio nei villaggi e nei centri minori, dove in molti possono contare su un piccolo orto. La famiglia di Ashot Gabrielyan, insegnante di Askeran, si ciba essenzialmente di patate, pomodori e melanzane.

I più fortunati possiedono capi di bestiame. Non c’è olio né sale né zucchero, e così è impossibile conservare gli alimenti per i prossimi mesi. Mancano i medicinali, i prodotti per l’igiene, quelli per la cura e il nutrimento dei neonati. Non c’è gas. L’elettricità è presente solo alcune ore al giorno, compromettendo il funzionamento delle pompe dell’acqua. Il trasporto pubblico è sospeso, ci si sposta solo a piedi.

È il giorno di blocco numero 245. Dallo scorso dicembre, l’Azerbaigian ha interrotto il passaggio lungo il corridoio di Lachin, una striscia di terra che collega il Nagorno-Karabakh, altrimenti circondato da territorio azero, all’Armenia. Secondo l’accordo di cessate il fuoco mediato dal Cremlino che ha messo fine alla guerra del 2020, vinta da Baku con il supporto turco, il corridoio doveva restare sotto il controllo del contingente di peacekeeping russo schierato a protezione della tregua.

Invece, come nell’allegoria della rana bollita, l’Azerbaigian ha prima inviato dei finti ambientalisti a inscenare delle proteste con lo scopo di ostruire il passaggio, poi il 23 aprile ha stabilito un posto di blocco all’ingresso del corridoio, infine il 15 giugno ha totalmente sigillato il Nagorno-Karabakh, impedendo l’accesso ai rifornimenti che periodicamente arrivavano con le forze di pace di Mosca e persino agli aiuti del Comitato internazionale della Croce Rossa, cui è solo concesso di trasportare i pazienti più gravi a Erevan, pur tra frequenti interruzioni e difficoltà. Lo scorso 29 luglio, i militari azeri hanno prelevato un anziano cardiopatico dall’ambulanza che lo stava evacuando accusandolo di crimini di guerra.

Venerdì, l’Armenia ha inviato una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, domandando la convocazione di una riunione d’emergenza. “La speranza è che venga adottata una risoluzione”, commenta Tigran Grigoryan, analista di base a Erevan. “Baku ha ignorato le decisioni provvisorie della Corte internazionale di giustizia (il maggiore organo giudiziario dell’Onu, che il 22 febbraio e il 6 luglio ha ordinato all’Azerbaigian di impiegare “tutte le misure a sua disposizione per garantire il movimento di persone, veicoli e merci lungo il corridoio di Lachin in entrambe le direzioni, senza ostacoli”). C’è quindi una base giuridica”.

Il Nagorno-Karabakh, che prima del blocco dipendeva dall’Armenia per il 90 per cento del fabbisogno interno, è oggi obbligato all’autarchia. La Russia è rimasta a guardare mentre Baku portava avanti la sua agenda. L’obiettivo, ne sono certi molti osservatori, è la pulizia etnica. Tuttavia, ritiene Sargsyan, “se sarà aperto un corridoio umanitario per permettere alla gente di lasciare l’Artsakh, in tanti non lo faranno. La maggior parte delle persone pensa che sia meglio morire qui, nella loro terra ancestrale, piuttosto che vivere in un altro posto”.

L’8 agosto, l’ex procuratore della Corte penale internazionale Luis Moreno Ocampo ha pubblicato un report in cui afferma di reputare che è in corso un genocidio ai danni della popolazione del Nagorno-Karabakh. “Non ci sono forni crematori né attacchi a colpi di machete. La fame è un’arma di genocidio invisibile. In assenza di cambiamenti rilevanti e immediati, questo gruppo di armeni verrà annientato in poche settimane”, ha avvertito Ocampo.

Dopo mesi di silenzio, almeno in parte motivati dalla volontà di non alienare Baku nel contesto dei negoziati di pace in corso con l’Armenia, l’Occidente ha compreso che non è più possibile ignorare l’elefante nella stanza, ovvero la crisi umanitaria artificiale in Nagorno-Karabakh. “So che gli Stati Uniti stanno contemplando l’imposizione di sanzioni all’Azerbaigian”, sostiene Grigoryan.

Sono invece basse, da parte armena, le aspettative di vedere passi decisivi dall’Unione europea: “A Bruxelles c’è una divergenza di opinioni”, afferma l’analista. “Il Parlamento è più attivo, mentre la Commissione tiene conto di considerazioni improntate alla realpolitik”. François-Xavier Bellamy, eurodeputato francese e vicepresidente di Les Républicains, parla di un vero e proprio scontro tra le due istituzioni dell’Ue. Il problema centrale, ritiene, è rappresentato da “un’analisi geopolitica non adeguata” nel contesto dell’attuale necessità di contrastare la Russia.

“Se osserviamo il mondo in bianco e nero, allora Mosca è il nemico, la Turchia è nostro alleato nella Nato, e l’Azerbaigian è alleato della Turchia. L’Armenia, di conseguenza, non appare essere dal lato giusto della Storia. Ma ciò che vediamo sul campo è che la Russia è coinvolta nel blocco del corridoio di Lachin”.

Inoltre, Baku è oggi un partner energetico dell’Ue. “Stiamo acquistando dall’Azerbaigian del gas che in termini etici non è certo migliore di quello russo”, accusa Bellamy. Poi solleva una questione di straordinaria rilevanza: “Ormai sappiamo, sulla base di fatti e dati, che Baku ci sta vendendo del gas che viene da Mosca. Ho posto una domanda in merito alla Commissione, senza riceverne una reale risposta. Stiamo aggirando le nostre stesse sanzioni”. La Russia, commenta Grigoryan, non solo non è più un alleato dell’Armenia, ma è un partner di ferro dell’Azerbaigian e della Turchia, da cui sta sviluppando una marcata dipendenza.

L’inazione di Bruxelles, per Bellamy, rischia di comprometterne irrimediabilmente la reputazione: “L'Europa è stata fondata sulle rovine di un genocidio, ha iniziato a formarsi per non permettere che si ripetesse, mai più. Se lasciamo che ciò accada ai nostri confini, ai danni di un popolo che ha già subito questo calvario nel XX secolo, porteremo per sempre questa vergogna sulle nostre spalle”.

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