Trump verso la quarta incriminazione, riunito il Grand Jury
dalla nostra inviata Anna LombardiNEW YORK – Grosso guaio per Donald Trump. La procura di Atlanta ha affrettato le procedura, convocando già lunedì i testimoni che avrebbero invece dovuto deporre il 15 agosto davanti al Grand Jury, l’organismo legale chiamato a decide se le prove raccolte sono sufficienti per incriminare l’ex presidente per le pressioni tese a ribaltare l'esito delle presidenziali in Georgia nel 2020.
E questa volta l’impianto accusatorio della procuratrice (democratica) della Georgia Fani Willis rischia di essere particolarmente dannoso per l’ex inquilino della Casa Bianca in cerca di nuovo mandato.
Secondo indiscrezioni emerse dalla lettura di un documento apparso online sul sito del tribunale della Contea di Fulton responsabile del caso (e ha regole di trasparenza diverse dal resto de…
NEW YORK – Grosso guaio per Donald Trump. La procura di Atlanta ha affrettato le procedura, convocando già lunedì i testimoni che avrebbero invece dovuto deporre il 15 agosto davanti al Grand Jury, l’organismo legale chiamato a decide se le prove raccolte sono sufficienti per incriminare l’ex presidente per le pressioni tese a ribaltare l'esito delle presidenziali in Georgia nel 2020.
E questa volta l’impianto accusatorio della procuratrice (democratica) della Georgia Fani Willis rischia di essere particolarmente dannoso per l’ex inquilino della Casa Bianca in cerca di nuovo mandato.
Secondo indiscrezioni emerse dalla lettura di un documento apparso online sul sito del tribunale della Contea di Fulton responsabile del caso (e ha regole di trasparenza diverse dal resto del Paese) poi subito rimosso, il teorema dell’accusa sostiene infatti la violazione, da parte di Trump e accoliti, dell’ampia legge anti-racket locale nota come “Rico”.
Uno strumento legale solitamente riservato a perseguire mafia e criminalità organizzata – lo scopo è punire i mandati oltre agli esecutori - che offre ai pubblici ministeri la possibilità di raggruppare i reati, pur se compiuti da persone diverse, se commessi allo scopo di raggiungere un obiettivo comune.
Apparato legalmente complesso: che rende particolarmente ostico alla difesa attuare strategie processuali coerenti, costretti a prendere in considerazione più imputazioni e persone.
Non basta: il Rico permette di applicare rigide sanzioni economiche e disciplinari agli indagati: un sistema usato per mettere i coimputati gli uni contro gli altri, spingendoli a cercare accordi personali in cambio di informazioni capaci di sostenere nuove accuse. Diversamente dalle incriminazioni passate, Trump potrebbe dunque doversi presentare in tribunale con alcuni dei suoi “partner in crime”: l’ex sindaco di New York ed ex avvocato personale Rudy Giuliani, in testa.
Oltre ad aver violato le leggi anti-racket, il tycoon dovrà rispondere pure di cospirazione, falso e aver tentato di spingere un funzionario pubblico a violare il suo giuramento di fedeltà.
Accusa, quest’ultima, basata sulla ormai nota telefonata (di cui sono emerse le registrazioni) fatta da Trump al locale segretario di Stato repubblicano Brad Raffensperger: per chiedergli di “trovare” i 12mila voti mancanti e rovesciare con quelli il risultato elettorale.
Addebiti particolarmente insidiosi, perché rientrano nell’ambito dei reati statali e non federali. Nel caso di condanna, se pur rieletto presidente non potrà “auto-graziarsi”, né potranno farlo altri eventuali vincitori.
Manco a dirlo, dopo le indiscrezioni, Donald Trump è andato su tutte le furie: inondando il suo social, Truth, di post contro la procuratrice (“Fake Willis”), contro l’amministrazione Biden (“chi ha manomesso le elezioni è chi l’ha truccata”) e pure contro i testimoni.
Minacciando Geoff Duncan, l’ex vice governatore repubblicano della Georgia, suo sostenitore fino alle presidenziali 2020 salvo poi divenirne acerrimo critico dopo le insinuazioni di brogli: “Farebbe meglio a non deporre". Certo, i sondaggi dimostrano che ogni nuovo guaio legale è benzina per la campagna elettorale di The Donald: saldo sul podio degli sfidanti alle primarie repubblicane, col 54 per cento delle preferenze.
Lo ha spavaldamente già ripetuto lui stesso: “Un’altra incriminazione e vinco”. Ma questa volta a tirarlo fuori dai guai potrebbe non bastare nemmeno la Casa Bianca.