Cambogia, l’oppositrice in esilio Mu Sochua: “Il mio Paese ostaggio di un presidente autoritario finanziato dai cinesi”
di Natasha CaragnanoMu Sochua
Sono tre le ragioni per cui Hun Sen, dopo 38 anni, continua a mantenere il potere in Cambogia: non ha “alcun rispetto per la democrazia”, fa leva sul ricordo del “genocidio avvenuto negli anni ‘70 sotto il regime di Pol Pot” e spaccia l’ “illusione della stabilità grazie ai soldi dei cinesi”.
“Ma Hun Sen non rappresenta il volere dei cambogiani. La comunità internazionale ha l’obbligo di intervenire per garantire quelle elezioni libere che erano state promesse con la fine della guerra con il Vietnam nel 1991”, dice a Repubblica Mu Sochua, vicepresidente del partito d’opposizione Cambodia National Rescue Party dissolto dal presidente durante le elezioni del 2017, in esilio negli Stati Uniti.
Tra le prime donne a entrare in politica, prima come consulente e poi come ministra per la parità di genere, per Mu Sochua questo è il secondo esilio forzato. Già a 18 anni, infatti, è stata costretta a scappare per non morire con il resto della sua famiglia. I suoi genitori n…
Sono tre le ragioni per cui Hun Sen, dopo 38 anni, continua a mantenere il potere in Cambogia: non ha “alcun rispetto per la democrazia”, fa leva sul ricordo del “genocidio avvenuto negli anni ‘70 sotto il regime di Pol Pot” e spaccia l’ “illusione della stabilità grazie ai soldi dei cinesi”.
“Ma Hun Sen non rappresenta il volere dei cambogiani. La comunità internazionale ha l’obbligo di intervenire per garantire quelle elezioni libere che erano state promesse con la fine della guerra con il Vietnam nel 1991”, dice a Repubblica Mu Sochua, vicepresidente del partito d’opposizione Cambodia National Rescue Party dissolto dal presidente durante le elezioni del 2017, in esilio negli Stati Uniti.
Tra le prime donne a entrare in politica, prima come consulente e poi come ministra per la parità di genere, per Mu Sochua questo è il secondo esilio forzato. Già a 18 anni, infatti, è stata costretta a scappare per non morire con il resto della sua famiglia. I suoi genitori non sono sopravvissuti al sanguinoso regime di Pol Pot, che tra il 1975 e il 1979 mise a morte tra le 1,3 e i 3 milioni di persone.
“Tra i cambogiani vive ancora il terrore di quegli anni”, spiega Mu che ricorda come lo stesso Hun Sen fosse stato un ex comandante dei Khmer rossi prima di fuggire come disertore in Vietnam. “Il presidente non crede nei diritti e nella democrazia. Nella sua agenda c’è solo una cosa: assicurare il potere della sua dinastia”, un potere che è disposto a prendere anche con l’uso della forza.
La dinasta di Hun Sen
Hun Sen ha ceduto il potere a suo figlio, Hun Manet , dopo che lo scorso mese il suo Partito popolare cambogiano ha vinto le elezioni, da cui ancora una volta è stato escluso l’unico partito di opposizione. Una mossa che, secondo Mu, “ha l’obiettivo di manipolare tutti, dalla Cambogia all'Occidente".
Il re ha nominato il 45enne nuovo primo ministro il 7 agosto, in modo che possa formare un governo in vista del voto di fiducia del 22. “Vorrei avvertire che se mio figlio rischiasse la vita, potrei tornare a essere primo ministro. Così come se Manet minacciasse la mia vita, dovrei tornare a ricoprire la carica per un po’ e poi scegliere il mio successore”, ha specificato il capo del governo dimissionario. Secondo Mu, il primo ministro non ritiene il figlio capace del ruolo e tornerà presto in carica come “colui che ha riportato la pace nel Paese”.
Al momento, però, quel che conta è assicurare la lealtà del partito alla sua famiglia e la successione dinastica. Missione che Hun Manet deve aver compreso bene visto che i primi membri del governo, nominati il 13 agosto, sono figli degli attuali ministri in carica. Anche se della vera visione politica del 45enne, che ha studiato negli Stati Uniti, si sa poco: “è inutile sperare che la sua formazione occidentale possa guidarlo nella formazione di un governo diverso da quello violento del padre”.
L’influenza cinese
La comunità internazionale è consapevole della repressione in atto nel Paese, ma continua a fare affari con Hun Sen: “Perché non può permettere che la Cina acquisisca ancora più influenza sulla Cambogia. Hun Sen è consapevole che né Unione Europea né Stati Uniti adotteranno mai misure dure contro di lui”.
La Cambogia è fondamentale per Pechino nella costruzione della sua Nuova Via della Seta. Per riaffermare il suo impegno nel Paese con il nuovo governo, il ministro degli Esteri cinesi, Wang Yi, ha visitato Phnom Penh il 13 agosto e ha elogiato le elezioni definendole “libere” ed “eque”.
Secondo il Financial Times, la Cina ha speso quasi due miliardi di dollari per costruire strade, porti e aeroporti nel Paese. “I finanziamenti cinesi permettono a Hun Sen di continuare a raccontare la storia di una Cambogia stabile e in crescita, ma il debito economico è enorme: oltre il 40% dei 10 miliardi di dollari di debito estero della Cambogia è dovuto alla Cina. Pechino sta intrappolando e distruggendo il Paese”, spiega Mu Sochua che prende ad esempio l’ingente deforestazione in atto.
“Tanti attivisti e indigeni sono in galera per aver cercato di difendere le nostre foreste. L’unica cosa che conta per Pechino è l’espansione del proprio territorio, non importa a che prezzo”, questo, unito alla corruzione dilagante aumentata con l’aumentare delle infrastrutture cinesi, dimostra i pericoli di scendere a patti con il Partito.
L’appello all’Occidente
“L’Occidente non può restare fermo a guardare la distruzione della Cambogia”. I 19 Paesi che hanno firmato gli Accordi di Pace di Parigi del 1991, tra cui Usa, Regno Unito e Francia, hanno delineato gli step necessari per raggiungere stabilità e prosperità: promozione dei diritti umani, elezioni libere e non tornare al regime dei Khmer rossi. “I firmatari però sono stati riluttanti a chiedere l’applicazione di questi principi e a imporre sanzioni, o ritirare l’assistenza, quando non sono stati rispettati”, spiega Mu Sochua che ricorda come nelle elezioni del 2017 l’Occidente aveva annunciato che non avrebbe riconosciuto l’esito del voto, salvo poi accettare il governo di Hun Sen.
La stessa cosa è accaduta oggi, e continuerà ad accadere ancora senza l’intervento dei Paesi occidentali. “Noi leader dell’opposizione in esilio lottiamo anche da lontano e continueremo a farlo, ma abbiamo bisogno dell’aiuto della comunità internazionale”.