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Il difetto di Barbie: la sua perfezione. Ecco perché le bambine l’hanno sempre maltrattata

L’iconica bambola al centro del film di Greta Gerwig è anche oggetto di comportamenti violenti che dimostrano quanto è controverso il modello proposto dal giocattolo. La tesi della scrittrice la scrittrice Jamison sul New Yorker
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NEW YORK - Picchiata, rapita, torturata, addirittura vittima di “gang rape”, stupri di gruppo (da parte di altri bambolotti s’intende: solitamente i responsabili sono quei mascalzoni degli Action Figures). O ancora fatta a pezzi nel corso di sperimentali interventi “chirurgici”, i suoi capelli tagliati selvaggiamente da parrucchiere maldestre e crudeli, il suo corpo segnato da “tatuaggi” fatti col pennarello indelebile.

No, la vita di plastica delle Barbie non è tutta rose e dreamhouse nelle mani di chi ci gioca. E va avanti così da decenni. Già, nei confronti dell’iconica bambola che negli anni recenti, in realtà, aveva perso mercato e ora è stata rilanciata alla grande dal successo del film di Greta Gerwig, campione d’incassi - il più visto dell’estate - e trasformata in nuova mania, è stata sempre al centro di comportamenti violenti.

NEW YORK - Picchiata, rapita, torturata, addirittura vittima di “gang rape”, stupri di gruppo (da parte di altri bambolotti s’intende: solitamente i responsabili sono quei mascalzoni degli Action Figures). O ancora fatta a pezzi nel corso di sperimentali interventi “chirurgici”, i suoi capelli tagliati selvaggiamente da parrucchiere maldestre e crudeli, il suo corpo segnato da “tatuaggi” fatti col pennarello indelebile.

No, la vita di plastica delle Barbie non è tutta rose e dreamhouse nelle mani di chi ci gioca. E va avanti così da decenni. Già, nei confronti dell’iconica bambola che negli anni recenti, in realtà, aveva perso mercato e ora è stata rilanciata alla grande dal successo del film di Greta Gerwig, campione d’incassi - il più visto dell’estate - e trasformata in nuova mania, è stata sempre al centro di comportamenti violenti.

Attitudine feroce, condivisa da bambine e bambini di culture e generazioni diverse giacché è fuori da ormai ben 64 anni: “Non neghiamolo. Rovinare le nostre Barbie ci è sempre piaciuto”. Lo nota la scrittrice Leslie Jamison in un lungo articolo pubblicato sul settimanale New Yorker, dal titolo eloquente, “Perché Barbie va punita”.

Autrice di libri tradotti pure in Italia come lo straordinario Lezioni di Empatia - dove partendo dalla sua esperienza di attrice “medica”, pagata cioè per simulare sintomi di malattie da far diagnosticare agli studenti di medicina, pone domande cruciali sulla nostra capacità di comprendere gli altri – Jamison affronta l’esperienza tanto comune quando sgradevole dal punto di vista di genitori e insegnanti, di vedere bimbi anche molto piccoli scatenarsi contro la presunta bambola del cuore.

“Barbie ha qualcosa di sbagliato: la sua perfezione. Troppo impeccabile, tende a trasformare i suoi possessori in tante madri con la sindrome di Munchausen: vogliono guarire i loro figli, ma prima hanno bisogno di farli ammalare. E dunque li avvelenano”.

Una tesi che sta già facendo discutere l’America, con tanto di dibattiti fra espertoni sui canali televisivi, serissimi nel condividere o dissentire. All’autrice non importa. Partendo dalla sua stessa esperienza (“Volevo la perfezione di Barbie. E allo stesso tempo punirla per essere più perfetta di quanto sarei mai stata io”) affronta il controverso modello proposto da quel giocattolo che nel suo oltre mezzo secolo di vita è entrato a forza nel processo evolutivo di femmine e maschi: “Non volevo letteralmente diventare lei, svegliarmi con dure tette di plastica, ruvidi capelli biondi, buchi nei piedi innaturali” scrive.

“Ma una parte di me già inseguiva i falsi miti di cui quel gioco era simbolo: la bellezza come sorta di assegno in bianco sul destino; la disinvolta semplicità offerta dalla ricchezza; l’individualismo fino all’autodistruttività”. Ecco perché, spiega “Barbie ci spinge a voler esercitare una sorta di potere sugli archetipi che ci tiranneggiano. Non vogliamo diventare lei: vogliamo dominarla”.

Un concetto evidentemente condiviso dalla regista Gerwig e da lei esaltato nella figura della “Barbie stramba” del film, interpretata da Kate McKinnon: quella “diventata così perché qualcuno ha giocato con lei nel mondo reale”, come si sussurra in un passaggio, e il cui successo non è sfuggito a Mattel che ora l’ha già messa in produzione: sarà disponibile nel 2024.

È lei la vera icona femminista e salvatrice di Barbieland. Ed ecco perché il giocattolo maltrattato si fa “strumento per esorcizzare tutti i misteri che l’essere adulti comporta” come conclude Jamison. Siamo tutte “Barbie Stramba”, insomma: e il successo del film lo dimostra. Sta a vedere che nella prossima scatola rosa c’infileranno pure un paio di forbici: manco a dirlo, color confetto.

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