Brasile, la vedova dell’attivista Marielle Franco: “I suoi killer hanno parlato, ora vogliamo i nomi dei mandanti”
di Elena BassoSANTIAGO DEL CILE – Sui muri, sulle t-shirt, sui cartelli alle manifestazioni: il volto di Marielle Franco in Brasile è ovunque. La politica e attivista uccisa insieme al suo autista Anderson Gomes in un agguato a Rio de Janeiro nel 2018 a soli 38 anni, è famosissima in tutto il Paese. Conosciuta internazionalmente per le sue battaglie femministe e per i diritti della comunità Lgbtq+, il suo omicidio ha scosso il mondo intero.
In questi 5 anni l’indagine sul suo caso non ha portato a risultati chiari, ma poche settimane fa c’è stata la svolta: l’ex agente della polizia militare Élcio Queiroz ha confessato di aver partecipato all’omicidio e ha accusato anche un altro ex agente, Ronnie Lessa, di averne preso parte. Per la prima volta dal 2018 si riaccende la speranza di scoprire la verità sull’omicidio di Franco e Gomes.
Nera, bisessuale, madre single e cresciuta in una favela, Marielle Franco era una stella nascente della politica brasiliana. Se in questi anni la società del Paese la…
SANTIAGO DEL CILE – Sui muri, sulle t-shirt, sui cartelli alle manifestazioni: il volto di Marielle Franco in Brasile è ovunque. La politica e attivista uccisa insieme al suo autista Anderson Gomes in un agguato a Rio de Janeiro nel 2018 a soli 38 anni, è famosissima in tutto il Paese. Conosciuta internazionalmente per le sue battaglie femministe e per i diritti della comunità Lgbtq+, il suo omicidio ha scosso il mondo intero.
In questi 5 anni l’indagine sul suo caso non ha portato a risultati chiari, ma poche settimane fa c’è stata la svolta: l’ex agente della polizia militare Élcio Queiroz ha confessato di aver partecipato all’omicidio e ha accusato anche un altro ex agente, Ronnie Lessa, di averne preso parte. Per la prima volta dal 2018 si riaccende la speranza di scoprire la verità sull’omicidio di Franco e Gomes.
Nera, bisessuale, madre single e cresciuta in una favela, Marielle Franco era una stella nascente della politica brasiliana. Se in questi anni la società del Paese latinoamericano non ha mai smesso di chiedere giustizia per l’omicidio della consigliera comunale di Rio de Janeiro è anche grazie a Monica Benicio, vedova di Franco. Architetta e attivista, oggi la 37enne è consigliera comunale a Rio de Janeiro e, dal giorno dell’uccisione della sua compagna, ha lottato instancabilmente per scoprire chi siano i mandanti dell’omicidio.
Come crede possa avanzare ora il caso giudiziario sulla morte di Marielle Franco e Anderson Gomes?
"Con la confessione di Élcio Queiroz finalmente si è rotto il patto di silenzio sull’omicidio di Marielle e spero ci possano essere presto altre confessioni. Per la prima volta noi familiari abbiamo la speranza che si possa davvero scoprire chi sono stati i mandanti e perché abbiano voluto ucciderla. La nostra sensazione è che dal 2019 ad oggi il caso giudiziario abbia fato pochi progressi, o nessuno, ma questa confessione cambia tutto. Il governo guidato da Lula è impegnato nella difesa dei diritti umani e degli attivisti brasiliani e vuole che questo caso sia risolto".
Anielle Franco, attivista, giornalista e sorella di Marielle Franco, è stata nominata lo scorso 1º gennaio ministra dell’Uguaglianza Razziale del governo Lula. Quanto è importante la sua nomina?
“È un segnale importantissimo per dimostrare l’impegno di questo governo a risolvere il caso. Però non è importante solo per questa ragione. Il Brasile è un Paese dove il razzismo è un problema strutturale e, nonostante sia la nazione con la maggior popolazione nera fuori dal continente africano, è uno dei luoghi più razzisti al mondo. E quindi, dato che Anielle porta avanti tutte le battaglie iniziate da Marielle, sceglierla per ricoprire quel ruolo è stato un passo fondamentale contro la discriminazione di genere e il razzismo, per costruire una società più femminista e inclusiva, che rispetti sempre la diversità”.
Cosa spera possa fare il governo Lula per la società brasiliana?
“I danni causati nella società brasiliana dal governo Bolsonaro oggi appaiono irreparabili. Credo che ci vorranno decenni per recuperare ciò che quel governo ha distrutto, smantellando politiche pubbliche che erano state costruite e faticosamente ottenute dopo anni di lotta dei movimenti sociali. Il Paese è arretrato moltissimo, cadendo completamente nella misoginia e nel razzismo. Avere un governo che dialoga con i movimenti sociali e che è favorevole alle minoranze è fondamentale. Però quello che porta davvero al cambiamento è la lotta dei movimenti sociali e per questo abbiamo bisogno di avere in Parlamento politici che si battano in difesa della democrazia e delle minoranze”.
Qual è l’eredità lasciata da Marielle Franco nella politica brasiliana?
“Marielle era una donna, nera, socialista e che veniva dalla favela. Apparteneva alla comunità Lgbtq+ e difendeva i diritti umani: il suo stesso corpo e la sua storia personale incarnavano tutto ciò per cui lottava. Ed è proprio quel corpo che il Brasile giudica come non importante: se dopo 5 anni dal suo omicidio non ci sono ancora risposte sulla sua morte il messaggio che mandiamo al Brasile e alla società internazionale è pericolosissimo. La figura di Marielle è stata costruita collettivamente, da un insieme di persone che non hanno accettato il suo assassinio, che non hanno accettato la violenza come metodo politico. E oggi lei è un simbolo di rappresentatività e di lotta, e quella collettività oggi si sta battendo per costruire una società dove una persona come Marielle possa crescere e fiorire, non essere uccisa”.
Perché è importante continuare a chiedere giustizia per Marielle Franco?
“Il Brasile è uno dei Paesi con il più alto tasso di omicidi di difensori dei diritti umani ed è uno degli Stati che meno indaga per punire questi crimini. È in assoluto il Paese più violento contro la comunità Lgbtq+ ed è il quinto con il più alto tasso di femminicidi. Quindi lottare per ottenere giustizia per l’omicidio di Marielle per me significa lottare contro tutti questi tristi primati che ha ancora il Brasile. Battersi per scoprire la verità sul suo assassinio vuol dire impegnarsi nella costruzione di una società più giusta, antirazzista e femminista. Credo che la giustizia per Marielle non si concluda con la fine di un’inchiesta giudiziaria. Fino a quando lo Stato brasiliano non scoprirà chi ha ucciso Marielle e perché, il Brasile non sarà davvero uno Stato democratico”.