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Messico sotto shock, un video svela la tragica fine di cinque studenti scomparsi. L’ombra dei narcos

Un filmato diffuso in Rete svelerebbe la tragica fine di un gruppo di giovani scomparsi: tra urla, minacce e risate uno di loro sarebbe stato costretto a torturare l’amico
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In Messico la tua vita è appesa a un filo. Tutto è incerto: tutto può accadere e tutto può finire in una manciata di secondi. Basta poco per morire. Anche solo essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Le statistiche sugli omicidi non bastano più a capire, a disegnare l’orrore di un grande Paese dove gruppi di madri e padri disperati scavano i terreni alla ricerca dei resti dei propri figli; dove la giustizia non riesce a dare pace alle vittime; dove la polizia, spesso corrotta e connivente, accumula denunce su denunce risolvendo un caso ogni cento. Dove un presidente che parla di “abbracci e non pallottole” si rifiuta di ammettere che il suo Paese è preda dei Cartelli, del narcotraffico, e si è trasformato in un cimitero a cielo aperto.

L’auto bruciata

Ci …

In Messico la tua vita è appesa a un filo. Tutto è incerto: tutto può accadere e tutto può finire in una manciata di secondi. Basta poco per morire. Anche solo essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Le statistiche sugli omicidi non bastano più a capire, a disegnare l’orrore di un grande Paese dove gruppi di madri e padri disperati scavano i terreni alla ricerca dei resti dei propri figli; dove la giustizia non riesce a dare pace alle vittime; dove la polizia, spesso corrotta e connivente, accumula denunce su denunce risolvendo un caso ogni cento. Dove un presidente che parla di “abbracci e non pallottole” si rifiuta di ammettere che il suo Paese è preda dei Cartelli, del narcotraffico, e si è trasformato in un cimitero a cielo aperto.

L’auto bruciata

Ci sono cinque ragazzi, tra i 19 e i 21 anni, che sono scomparsi da cinque giorni. Si erano incontrati nel posto che amavano e che frequentavano sin da piccoli, quando avevano stretto amicizia. Un promontorio che domina un’ampia vallata: il belvedere di San Miguel, a Lagos Moreno, Stato di Jalisco. Le famiglie hanno subito lanciato l’allarme. I loro telefonini sono spenti, la loro auto, una Volkswagen Jetta, è stata ritrovata mercoledì in fiamme su una strada vicina al promontorio. Nel portabagagli ci sono i resti calcinati di un uomo.

Devono essere ancora identificati ma tutti temono che sia uno degli scomparsi. Ci pensa il web a mostrare la probabile fine degli altri quattro. Di colpo appare un video che mostra due dei ragazzi inginocchiati, le mani legate, imbavagliati, feriti, gli occhi smarriti. Quindi, i loro corpi stesi a terra, faccia in giù, le magliette imbrattate di sangue. La telecamera stringe su un terzo che solleva un sasso e colpisce il quarto a terra. È costretto a picchiare e torturare il suo amico.

Si sentono urla, minacce, risate. Un film dell’orrore. Il solito orrore che agita il web, contagia chi naviga, fa schizzare le visualizzazioni, lo rende virale, condito da commenti che spaziano tra sgomento e malate eccitazioni. Chi lo guarda lo condivide, lo diffonde, è seduto in casa, cammina per strada, è protetto dal muro della realtà virtuale che trasforma quelle immagini in un videogioco. Ma non è finzione, è realtà.

La firma di Sinaloa

La realtà del Messico diviso tra i Cartelli. Qui siamo al confine tra Jalisco e Sinaloa, terra contesa da anni e adesso cuore della guerra che Obrador finge di ignorare. Ci sono cinque vite spezzate dal sadismo di Ismael El Mayo Zambada, il braccio destro del Chapo Guzmán che ha preso le redini dell’organizzazione da quando il capo è stato estradato negli Usa, condannato all’ergastolo e rinchiuso in un carcere di massima sicurezza.

È un leader storico di Sinaloa. Non è stato mai acciuffato. Sopravvive ai suoi nemici. Si accanisce su questi cinque ragazzi piazzando la sua firma, “Puro MZ”, sui titoli di coda. Non teme di rivendicare l’orrore. Usa la scena per terrorizzare, ribadire la sua forza e il suo potere, lanciare un segnale di sfida.

Non allo Stato ma ai rivali della Jalisco Nueva Generación. Roberto Cuéllar, Diego Lara, Uriule Galván, Jaime Martínez e Dante Cedillo sono gli agnelli sacrificali di questo sabba sanguinario. Non hanno nulla a che fare con il narcotraffico. Non si facevano neanche una canna.

La bici, la boxe e il rap

Roberto, detto Cochi, 20 anni, studia ingegneria all’università di Guadalajara. Il padre è preoccupato perché ha saltato la prima lezione del nuovo anno appena iniziato. “Esce poco, non fuma, si fa ogni tanto qualche birra”, racconta il fratello. È uno sportivo. Frequenta una palestra di boxe. Ama il rap e il cinema, fotografa tramonti e paesaggi.

Diego, 20 anni, lavora come fabbro nella bottega del padre. È sua l’auto con cui il gruppo ha raggiunto il belvedere di San Miguel. Viene descritto “allegro e timido”. Uriel, il più giovane, 19 anni “è sempre sorridente, solare, legatissimo alla famiglia”. Il suo cellulare ha squillato a vuoto. Poi è risultato spento.

Il padre gli ha trasmesso la passione per la bicicletta, fa parte di una squadra che si allena a Lagos, Dante, 22 anni, è un ciclista professionista. Ha vinto due medaglie d’oro alle Olimpiadi del 2016. Lavora in un ristorante ma si è messo anche in proprio con la sua società che installa finestre termiche. Jaime, 21 anni, ama gli Usa. Ci è andato spesso a trovare parte della sua famiglia emigrata da tempo. Lavora come muratore, frequenta i social, scrive barzellette e pubblica video su TikTok. “Sempre felice, ama ballare, scherza e fa divertire gli altri con le sue trovate e battute”, racconta la sorella.

La fattoria abbandonata

La polizia è riuscita a trovare il luogo dove è stato girato il video. È una fattoria abbandonata e diroccata. È vicino al promontorio dove era andato il gruppo. C’è parte dei loro vestiti, tracce di sangue, alcuni oggetti personali. L’intero Messico è sgomento, paralizzato dalle immagini crude che viaggiano in rete. La rabbia diventa rassegnazione, lo sdegno ha inaridito i cuori.

Il grande Paese nordamericano si arrende e alza le mani. Non contano più i morti, gli scomparsi, i torturati, i seviziati. Contano le stragi. Per i Cartelli che alzano il tiro della violenza e della paura, per lo Stato che aggiorna le statistiche solo davanti al clamore.

Il silenzio di Obrador

Nella consueta conferenza stampa delle 7 del mattino, qualcuno ha chiesto al presidente Obrador un commento su questa nuova tragedia che scuote in sentimenti già devastati dei messicani. Amlo (acronimo del presidente, ndr) sembra infastidito. È un tema che distrae dalla corsa verso le primarie e le elezioni del 2024. E poi fa parte delle bugie e delle “esagerazioni dei media”: un capitolo fisso a cui dedica ogni giorno parte del suo incontro con i giornalisti.

Si alza, porge l’orecchio verso il punto da dove arriva la domanda: “Mi spiace, non riesco a sentire”. E se ne va.

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