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La Russia verso il divieto d'aborto: "Le donne devono fare figli, non carriera"

Reuters/Jason Cairnduff

 
Per la prima volta il ministero della Sanità sostiene le proposte della Chiesa Russa Ortodossa. Preoccupa il calo demografico in tempi di mobilitazione e morti sul fronte
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MOSCA – In Russia vige un nuovo comandamento: “Donna, farai figli, non carriera”. È in pericolo come mai, da quando tornò legale nel 1955 dopo il divieto staliniano, il diritto d’aborto in Russia. Vacilla sotto le spallate di un governo sempre più preoccupato dal calo demografico in tempi di mobilitazione e caduti al fronte e di una Chiesa Russa Ortodossa sempre più padrona dello Stato.

L’ultimo assalto è arrivato dalla Repubblica di Mordovia, prima regione della Federazione russa ad avere introdotto il “reato d’influenza all’aborto”, bislacca invenzione giudiziaria che vieta di “influenzare” le donne a interrompere una gravidanza “attraverso la persuasione, le offerte, la corruzione, l’inganno o imponendo altre richieste”.

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MOSCA – In Russia vige un nuovo comandamento: “Donna, farai figli, non carriera”. È in pericolo come mai, da quando tornò legale nel 1955 dopo il divieto staliniano, il diritto d’aborto in Russia. Vacilla sotto le spallate di un governo sempre più preoccupato dal calo demografico in tempi di mobilitazione e caduti al fronte e di una Chiesa Russa Ortodossa sempre più padrona dello Stato.

L’ultimo assalto è arrivato dalla Repubblica di Mordovia, prima regione della Federazione russa ad avere introdotto il “reato d’influenza all’aborto”, bislacca invenzione giudiziaria che vieta di “influenzare” le donne a interrompere una gravidanza “attraverso la persuasione, le offerte, la corruzione, l’inganno o imponendo altre richieste”.

Per anni il ministero della Sanità aveva sostenuto, dati alla mano, che il divieto di aborto non aumentasse affatto il tasso di natalità, semmai mettesse a rischio le donne stesse che finirebbero col rivolgersi a mammane o sedicenti medici clandestini. Dopo l’inizio dell’offensiva in Ucraina, invece, si è allineato con la Chiesa perché, se non vuole spopolarsi, la Russia ha urgente bisogno di compensare le perdite che subisce sul campo di battaglia.

Settimane fa il ministro della Sanità Mikhail Murashko è arrivato a dire che le donne dovrebbero fare figli presto invece che proseguire gli studi o fare carriera: una “responsabilità” nei confronti del Paese che, a suo dire, andrebbe spiegata loro già a scuola. Un’osservazione che, stando a fonti del media indipendente “Vjorstka”, ha indignato persino le donne “ai più alti livelli”.

Murashko ha anche appoggiato pubblicamente le proposte della Chiesa d’introdurre “controlli rigorosi” sulla vendita delle pillole abortive nelle farmacie e di vietare alle cliniche private di praticare l’aborto. Alle donne che vorrebbero rinunciare a una gravidanza indesiderata o a rischio, non resterebbero dunque che gli ospedali statali.

Ma c’è un motivo se il 75% preferisce rivolgersi al privato seppure a costo di indebitarsi. A parole la legislazione russa è tra le più progressiste al mondo: consente alle donne di abortire fino alla 12esima settimana di gravidanza e, in casi eccezionali come lo stupro o la morte del marito, fino alla 22esima. Ma di fatto, nel pubblico, la strada è lastricata di ostacoli.

Dal 2011, ad esempio, su pressione della Chiesa, è in vigore quella che qui viene chiamata la “settimana del silenzio”, un tempo di riflessione obbligatorio che va dai 2 ai 7 giorni prima della procedura durante i quali la donna viene costretta a sottoporsi a una consulenza che dovrebbe essere volontaria.

I medici vengono ricompensati se la donna ci ripensa, ma spesso il consulente non è neppure uno psicologo, ma un funzionario governativo o un sacerdote che le dice che “l’aborto è contrario al suo scopo” e le nega l’ok ad abortire gratuitamente. “Se lo Stato è entrato nel letto delle donne, è improbabile che si fermi”, ha commentato una fonte di Vjorstka. E dire che la Russia sovietica nel 1920 fu il primo Paese al mondo a legalizzare completamente l’interruzione di gravidanza.

Alle spalle c’è la Chiesa che continua la sua crociata per un divieto totale. Il patriarca Kirill propone da anni di rimuovere l’aborto dalle prestazioni coperte dal servizio sanitario nazionale. Dal suo punto di vista, i contribuenti non dovrebbero pagare per l’infanticidio.

A dargli man forte il capo della Commissione patriarcale per la famiglia, Fjodor Lukjanov, che ha persino suggerito che le donne abortiscano soltanto con il consenso del coniuge. L’idea che si possa rimanere incinte al di fuori del matrimonio non è neppure contemplata.

Tutte proposte alla base del progetto di legge presentato dal deputato ultraconservatore Vitalij Milonov. Non è il primo, ma stavolta la bordata finale sembra prossima. “Le donne devono partorire. Dopo tutto, è il loro dovere civico. Se lo guardi dal punto di vista dello Stato. E dal punto di vista della chiesa, la vita umana è preziosa fin dal concepimento. E quindi non può esserci libero arbitrio della madre”, ha commentato Ekaterina Sazhneva su Moskovskij Komsomolets.

“I tentacoli del governo si stanno avvicinando sempre di più ai nostri uteri e ai nostri corpi”, è convinta la femminista Eva Krestovits. Le donne però non ci stanno. L’anno scorso la domanda di farmaci abortivi in Russia ha raggiunto il massimo storico: sono stati venduti in totale 1,4 milioni di farmaci che inducono aborti e 2,2 milioni di pillole del giorno dopo, rispettivamente il 60% e 53% in più rispetto al 2021.

Il motivo dell’impennata? il direttore della società di consulenza Rnc Pharma Nikolaj Bespalov interpellato da Kommersant non ha avuto dubbi: “il lancio dell’operazione militare speciale della Russia in Ucraina, le sanzioni occidentali, il calo dei redditi della popolazione e la parziale mobilitazione”. Per dirla con le parole della femminista Zalina Marshenkulova, la Russia ha bisogno di “carne da cannone” per alimentare l’offensiva russa in Ucraina, ma le donne finché possono si oppongono.

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