✕

Ucraina, l’imprendibile linea russa costringe Kiev a ridimensionare i piani

Quando gli ucraini indeboliti conquistano le postazioni, subiscono subito la reazione. Il risultato è che in oltre due mesi le brigate di Kiev sono avanzate di soli dieci chilometri
3 minuti di lettura

Il blindato ucraino supera indenne il campo minato e le cannonate. Arriva in prossimità del boschetto dove sono nascoste le truppe russe e sbarca una squadra di fanti. Gli uomini avanzano sparando, mentre una bodycam riprende la scena, e raggiungono la trincea abbandonata dai nemici, dove si appostano. Credono di avere vinto. Ma è una trappola: c’è un ordigno nascosto, attivato da un telecomando, che li fa saltare in aria.

Eccola la linea difensiva a cui sono appesi i destini della guerra e indirettamente dell’intero pianeta. Non si era mai vista una barriera del genere. Unisce crudeltà arcaiche e innovazioni hi-tech; bastioni identici a quelli di Verdun nel 1917 e puntatori laser per missili.

In settanta giorni due armate di Kiev si sono alternate nell’attacco, riuscendo soltanto a raggiungere la prima fila di una triplice falange di ostacoli: hanno ancora davanti tre strati di trincee, di fossati a prova di tank, di denti di drago in cemento che bloccano i mezzi cingolati. Se…

Il blindato ucraino supera indenne il campo minato e le cannonate. Arriva in prossimità del boschetto dove sono nascoste le truppe russe e sbarca una squadra di fanti. Gli uomini avanzano sparando, mentre una bodycam riprende la scena, e raggiungono la trincea abbandonata dai nemici, dove si appostano. Credono di avere vinto. Ma è una trappola: c’è un ordigno nascosto, attivato da un telecomando, che li fa saltare in aria.

Eccola la linea difensiva a cui sono appesi i destini della guerra e indirettamente dell’intero pianeta. Non si era mai vista una barriera del genere. Unisce crudeltà arcaiche e innovazioni hi-tech; bastioni identici a quelli di Verdun nel 1917 e puntatori laser per missili.

In settanta giorni due armate di Kiev si sono alternate nell’attacco, riuscendo soltanto a raggiungere la prima fila di una triplice falange di ostacoli: hanno ancora davanti tre strati di trincee, di fossati a prova di tank, di denti di drago in cemento che bloccano i mezzi cingolati. Se anche li varcassero, dopo li attende una catena di cittadine trasformate in caposaldi – la più potente è Tokmak – realizzate in modo da chiudere ogni possibile avanzata in direzione di Mariupol e Melitopol, gli obiettivi fin troppo prevedibili della controffensiva: trenta chilometri di inferno.

Non si tratta di una nuova Maginot, il colossale complesso statico di bunker francesi aggirato dalla blitzkrieg hitleriana nel 1940: questo è un sistema dinamico, concepito per contrastare gli avversari con continue sortite di reparti. Ricorda una versione moderna del Vallo di Adriano, costruito per proteggere la Britannia romana dalle incursioni: il muro serviva solo ad avvistare e rallentare le orde nemiche, che poi venivano affrontate dalle legioni basate nei castelli miglia più indietro. Il concetto è lo stesso, dotato però di strumenti moderni.

Lo scorso inverno il generale Surovikin, allora comandante delle truppe russe in Ucraina e oggi finito agli arresti domiciliari per i legami con il capo della Wagner, ha trasformato la pianura ucraina in questo micidiale appostamento. Trincee e rifugi a prova di cannone sono stati scavati nei boschetti che intervallano i campi di grano, unici nascondigli in un territorio senza ripari che è stato cosparso di mine.

L’estate ha sommerso tutto con una vegetazione rigogliosa, la mimetizzazione perfetta per opere e ordigni. Inoltre le armi più pregiate spesso sono coperte con teli speciali che riducono il calore in modo da sottrarle ai visori all’infrarosso dei droni ucraini. Per evitare disturbi alle comunicazioni radio, gli avamposti sono collegati via cavo: non possono essere intercettati né localizzati. E sciami di aerei teleguidati restano in volo per sorvegliare le mosse nemiche.

Alcuni tratti della campagna sono “killing box”: scatole della morte colme di mine e destinate esclusivamente al fuoco di cannoni. In altri invece le reclute russe resistono per causare perdite e permettere l’allestimento di un contrattacco con truppe scelte e cingolati, poi si ritirano nei bunker sotterranei.

Quando gli ucraini indeboliti conquistano le postazioni, subiscono subito la reazione. O vengono bersagliati da caccia ed elicotteri che sparano da lunga distanza, senza temere la contraerea. Il risultato è che in oltre due mesi le brigate di Kiev sono avanzate di soli dieci chilometri, conquistando due villaggi con il logoramento di un intero corpo d’armata.

E non c’è solo questo. Il generalissimo Gerasimov, che ha rimpiazzato Surovikin alla guida delle operazioni e comanda tutte le forze armate, mantiene fermo il fronte a Sud e allo stesso tempo scatena gruppi d’assalto a Nord, dal Lugansk a Karkhiv, obbligando Kiev a diluire le risorse per presidiare ogni territorio. In pratica, fa pesare i numeri che vedono Mosca schierare più soldati, più carri e più cannoni dei rivali.

Sin dall’inizio della controffensiva, i consiglieri del Pentagono hanno suggerito agli ucraini di concentrare uomini e mezzi contro un unico obiettivo: almeno tre brigate insieme, in maniera da rovesciare una massa d’urto tale da soffocare la risposta di Mosca. Non è accaduto. Da una parte, i nuovi reparti addestrati in fretta hanno dimostrato di non sapere coordinare i movimenti. Dall’altra i vertici di Kiev hanno temuto perdite altissime. Così hanno mandato avanti poche compagnie alla volta, sperando di incrinare lentamente la difesa.

Da tre settimane hanno aumentato il ritmo degli attacchi, lungo due direttrici, ottenendo piccoli successi. Merito dei “tank genieri” che eliminano le mine e della maggiore potenza dell’artiglieria, che ha ottenuto dagli States più munizioni e sfrutta i proiettili cluster per fare strage nelle trincee. Ma anche della pressione del governo Zelensky, che ha bisogno di una vittoria entro l’autunno per non trovarsi obbligato al cessate il fuoco.

Alcuni segnali portano a ipotizzare che il piano sia stato ridimensionato. Invece di marciare su Melitopol, potrebbero tentare di incunearsi tra i capisaldi e dirigere sul Mare di Azov verso Berdyansk. Se ci riuscissero, dividerebbero il Donbass dalla Crimea: la premessa a un ulteriore assalto la prossima primavera. “L’unica certezza - ha detto il capo di Stato maggiore Usa Mark Milley - è che sarà una lotta lunga, sanguinosa, lenta e molto dura”.

Leggi i commenti