✕

La svolta Bernardo Arévalo, il nuovo presidente del Guatemala che vuole stroncare la corruzione

(afp)
Figlio di Juan José, ex leader ricordato come “il miglior capo di Stato”. Sconfitta Sandra Torres al suo terzo tentativo nella corsa alla presidenza
3 minuti di lettura

Ha vinto lui, l’uomo che pochi volevano e tutti temevano. Una sfida impossibile: l’onestà contro la corruzione. Ci è riuscito e adesso, circondato dai tanti sostenitori in festa, risponde con il solito tono pacato, privo di enfasi, rassicurante. Realista, soprattutto. “Grazie per questo successo che va esteso anche a chi non ha votato per noi”, premette, “ma come ho sempre detto non ho la bacchetta magica. Siamo all’inizio di un lungo lavoro”.

Bernardo Arévalo, 64 anni, sociologo, una laurea in Filosofia e Antropologia culturale, ex ambasciatore, specializzato in risoluzione dei conflitti, è la grande sorpresa delle elezioni svolte domenica in Guatemala. È il nuovo presidente.

Senza il sostegno di una coalizione si è imposto al primo turno; è giunto al secondo posto e ha ottenuto il 58 per cento dei voti al ballottaggio. Il leader d…

Ha vinto lui, l’uomo che pochi volevano e tutti temevano. Una sfida impossibile: l’onestà contro la corruzione. Ci è riuscito e adesso, circondato dai tanti sostenitori in festa, risponde con il solito tono pacato, privo di enfasi, rassicurante. Realista, soprattutto. “Grazie per questo successo che va esteso anche a chi non ha votato per noi”, premette, “ma come ho sempre detto non ho la bacchetta magica. Siamo all’inizio di un lungo lavoro”.

Bernardo Arévalo, 64 anni, sociologo, una laurea in Filosofia e Antropologia culturale, ex ambasciatore, specializzato in risoluzione dei conflitti, è la grande sorpresa delle elezioni svolte domenica in Guatemala. È il nuovo presidente.

Senza il sostegno di una coalizione si è imposto al primo turno; è giunto al secondo posto e ha ottenuto il 58 per cento dei voti al ballottaggio. Il leader del Movimiento Semilla, Seme, sconfigge Sandra Torres, 67 anni, ex first lady, dell’Unione Nazionale della Speranza, al suo terzo tentativo nella corsa alla presidenza, il nome a cui si erano aggrappate le élites del paese centroamericano dopo aver visto crollare tutti i loro altri referenti.

Torres, che ha ottenuto il 37,2 per cento dei consensi, paga una scelta smaccatamente opportunista che si è rivelata un boomerang: da socialdemocratica ha cambiato casacca in corsa tentando di catturare i voti della destra e destra estrema con il classico pugno di ferro.

Dei 9,3 milioni di elettori si è recata alle urne meno della metà, il 45 per cento. Ma chi ha scelto, con coraggio e rinnovate speranze, di esercitare un diritto inalienabile, ha preferito dare fiducia a un leader che parlava chiaro e senza strillare. Il suo obiettivo è stroncare la corruzione dilagante. Un’opera di pulizia. Intelligente, specchiata. Il ritorno della legalità.

Nato a Montevideo, in Uruguay, e per questo attaccato perché straniero, ha sempre ricordato di essere un esiliato e figlio di esiliati. Il padre, il leader riformista che governò il Guatemala dal 1945 al 1951, dopo il trionfo della Rivoluzione d’Ottobre del 1944, mise fine al lungo ciclo di dittature che relegarono il paese a “cortile di casa” degli Usa.

La guerra civile, fomentata dalla Cia, durò 36 anni e provocò 300 mila morti, oltre a 1 milione di sfollati, con stragi orrende di indigeni maya mai dimenticate. Il periodo di pace si esaurì presto. Juan José Arévalo fu costretto a fuggire e con la moglie e il figlio Bernardo. Vagò tra Caracas, Città del Messico, Cile e Uruguay.

Ma è stata soprattutto la corruzione, negli ultimi vent’anni, a impedire al Guatemala di risorgere dalle sue macerie e rafforzare la sua debole democrazia. L’opposizione è stata spazzata via, la magistratura decimata tra attentati ed espulsioni, la stampa messa a tacere. Persino la Commissione internazionale contro l’impunità (Cicig) voluta dall’Onu è stata attaccata a lungo, sciolta e alla fine i suoi membri cacciati dal paese perché “indesiderati”.

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) L’Ecuador al voto tra povertà e narcotraffico. E in strada domina la violenza]]

I governi corrotti che si sono alternati al potere non volevano intralci al loro business miliardario. Hanno usato ogni mezzo per mettere fuori gioco chiunque si opponesse alle lobbies delle mazzette. Sia l’ex presidente Jimmy Morales, sia quello in carica fino a ieri, Alejandro Giammattei, sono finiti nel mirino degli Stati Uniti che li hanno accusati di riciclaggio di denaro e concorso in traffico di coca.

Il successo, inaspettato, al primo turno di Arévalo, è stato un vero shock per il regime. Ha provato di tutto per metterlo fuori gioco. Persino con un decreto del Tribunale che aveva contestato la raccolta delle firme per la sua candidatura tra le fila di Semilla. Ma un’ordinanza della Corte Costituzionale ha bocciato la decisione: era troppo sfrontata. Il docente, lo “zio Bernie”, come viene chiamato dai ragazzi che lo hanno sponsorizzato soprattutto su TikTok, ha retto l’impatto e le minacce. Si è presentato a testa alta e ha stravinto.

Legato alla socialdemocrazia, il nuovo presidente del Guatemala aderisce nel 2020 a Semilla, sale i gradini, si impone sugli altri concorrenti, vince le primarie interne. Viene candidato alla presidenza. Il suo è un movimento fondato da un gruppo di docenti, intellettuali ed esponenti della società civile.

Il nome dice tutto: seme, per rifondare il paese. Come i simboli che campeggiavano in queste settimane nelle strade e nelle piazze: fiori e vasi con piante. L’entusiasmo ha contagiato soprattutto i giovani. Apprezzano il loro leader perché mostra il suo lato umano: dalle foto di famiglia ai gusti personali, come la passione per gli scacchi e i piatti a base di cotiche.

Non ha mai urlato, usato toni drammatici, ricorso a visioni catastrofiche. Non ha promesso l’impossibile. Vuole iniziare dal basso. Ricostruire ciò che è stato distrutto. Ha bisogno di staccarsi dalla figura ingombrante del padre che tutti ricordano come “il migliore presidente”. È consapevole del peso che ancora esercita sui guatemaltechi ma vuole ritagliarsi una propria storia politica. Lo ripete anche in queste ore di festeggiamenti: “Non sono mio padre, ma percorro la stessa strada”.

(afp)

Non sarà facile. Il suo gruppo ha 22 deputati all’Assemblea nazionale. Ma le vecchie élites conservano la maggioranza. Dovrà per forza negoziare per far passare le riforme necessarie. Governa un paese di 17,6 milioni di abitanti, con quasi il 60 per cento che vive al di sotto della soglia di povertà. Ci sono grandi carenze sanitarie, educative, infrastrutturali.

Bernardo Arévalo è fiducioso: “Non ci hanno visto arrivare”, commentava raggiante nel suo quartiere generale dove ha seguito lo spoglio. “Adesso siamo qui. I problemi non saranno risolti in quattro anni. Possiamo iniziare a farlo ed è quello che dobbiamo dimostrare”.

Leggi i commenti