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Il Giappone sverserà in mare, da giovedì, l’acqua contaminata di Fukushima. Hong Kong: “Limiti alle importazioni di cibo”

L’annuncio del premier Fumio Kishida tra le proteste dei pescatori. L’ira di Pechino e degli ambientalisti, ma c’è il lasciapassare dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica
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Tanta acqua da poter riempire 500 piscine olimpiche, ovvero circa 1,3 milioni di tonnellate e che il Giappone ha deciso di sversare in mare. È questo il nodo della controversia che sta suscitando agitazione in Cina e ha innescato serie preoccupazioni sulla reputazione dei futuri prodotti idrici nipponici.

Non parliamo di acqua qualunque, sono acque reflue, che includono pioggia e acqua sotterranea contaminate durante il processo di raffreddamento delle barre di combustibile nucleare danneggiate dall’esplosione della centrale atomica di Fukushima nel 2011. Il tutto causato da uno degli tsunami più potenti della storia recente del Giappone.

Le acque nefaste sono attualmente contenute in oltre 1.000 serbatoi di acciaio sul sito, proprio accanto alla famigerata centrale, ma la Tepco (operatore della centrale) ha avvertito che lo spazio di stoccaggio è ormai in via di esaurimento: non si può continuare ad accumulare acqua all’infinito, è il loro argomento.
Prima dello scarico, l'acqua trattata sarà diluita con acqua di mare sino a un quarantesimo della concentrazione consentita secondo gli standard di sicurezza giapponesi, e poi verrà rilasciata attraverso un tunnel sottomarino situato a un chilometro di distanza dall'impianto.

Il blocco di Hong Kong  e le proteste della Cina

Il sistema di trattamento liquido avanzato della Tepco rimuove sì la maggior parte degli elementi radioattivi, ma non tutti. Il trizio, un isotopo di idrogeno difficile da separare dall'acqua è infatti presente in quelle acque e sulla sua concentrazione e il suoi effetti dannosi si sta giocando l’attuale partita politica.
Il primo ministro, Fumio Kishida, prosegue fermo nella sua decisione e ha infatti chiesto alla Tepco, "di prepararsi rapidamente per il rilascio delle acque" in conformità con i piani approvati dagli enti regolatori nucleari, aggiungendo che il rilascio inizierà già giovedì.

Kishida ha enfatizzato l'importanza cruciale dell'eliminazione dell’acqua nel sito di Fukushima Daiichi come passo imprescindibile all'interno del complesso e prolungato processo di dismissione dell'impianto nucleare.
Un torrente di critiche è subito eruttato dai vicini asiatici. Il mercato di Hong Kong, che riveste una rilevanza vitale per le esportazioni di prodotti ittici giapponesi, ha reagito sollevando la minaccia di imporre restrizioni commerciali e si stanno già preparando ad avviare rigorosi controlli sulle importazioni di prodotti ittici provenienti dal Giappone.

La Corea del Sud e la Cina hanno adottato misure drastiche vietando l'importazione di prodotti ittici provenienti da specifiche aree del Giappone già nel marzo 2011. La Cina ha accusato il Giappone di utilizzare l'oceano come una specie di "scarico" per smaltire i propri rifiuti nucleari.

Il lasciapassare dell’Aiea 

Nel frattempo, mentre diversi Paesi europei revocavano le restrizioni sulle importazioni di prodotti alimentari giapponesi, la Cina introduceva test di radiazioni su tutto il pescato “made in Japan”. Da anni, Pechino si è opposta al previsto rilascio dell'acqua, rifiutandosi persino di adottare il termine "acqua trattata" come stratagemma per minimizzare i possibili rischi dell'acqua "contaminata dal nucleare".

Ma la decisione giapponese di procedere con lo scarico non è stata presa in maniera unilaterale, è infatti in sintonia con l'agenzia nucleare delle Nazioni Unite, l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), che ha concesso il proprio benestare a tale operazione, sostenendo che l'impatto radiologico su persone e ambiente sarà insignificante o "trascurabile".


Diversi esperti del settore sottolineano infatti che impianti nucleari in tutto il mondo attuano procedure simili per lo smaltimento di acque reflue contenenti basse concentrazioni di trizio e altri radionuclidi. Questa pratica, che coinvolge la diluizione delle sostanze radioattive e il rilascio controllato nel mare, è stata affermata come una soluzione scientificamente valida per minimizzare i rischi per l'ambiente e la salute umana.


La Cina, insieme alla Russia, giusto il mese scorso aveva invece esortato il Giappone a considerare l'opzione di vaporizzare e rilasciare l'acqua nell'atmosfera, sostenendo che ciò avrebbe avuto un impatto ambientale minore.
Nel frattempo, a livello locale, i pescatori nella regione interessata (il Tohoku che include le Prefetture limitrofe alla centrale) hanno espresso il loro dissenso temendo ulteriori danni alla loro già logora reputazione. Sostengono di aver già dovuto affrontare anni di sforzi per riacquistare la fiducia dei consumatori dopo la crisi nucleare iniziale.

La rivolta dei pescatori 
Tenendo conto di queste preoccupazioni il governo ha deciso di rilasciare l'acqua trattata prima dell'inizio della stagione di pesca a strascico al largo di Fukushima a settembre. E nella speranza di strappare il consenso dei pescatori al piano governativo, Kishida si è perfino recato in visita alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi domenica scorsa per discutere con il capo della federazione nazionale delle attività ittiche giapponesi. Tuttavia la Federazione non ha ceduto d’un millimetro ed è rimasta contraria al rilascio dell'acqua.


Il governo si è già premunito istituendo due fondi separati, del valore di 30 miliardi di yen ($206 milioni) e 50 miliardi di yen, per eventuali danni e per sostenere i pescatori locali nel mantenimento delle loro attività.
Nel frattempo, il Giappone ha fatto sagacemente notare che sia la Cina che la Corea del Sud hanno precedentemente rilasciato liquidi contenenti elevate concentrazioni di trizio nell'oceano dalle loro centrali nucleari nazionali. Si sa che il trizio è meno dannoso per l'organismo umano rispetto ad altri materiali radioattivi come il cesio e lo stronzio, in quanto emette radiazioni deboli e non si accumula all'interno del corpo umano. Tuttavia, i critici sostengono che la materia è intrisa di incertezza in quanto non vi sono reali dati a lungo termine. Dunque se il ‘lavaggio’ della acque contaminate è realmente un processo sicuro per la salute umana è ancora tutto da verificare.

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