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Medvedev: “Possiamo annettere Abkhazia e Ossezia”. La strategia di Putin per espandere la sfera di influenza

(ansa)
Dal 2008 le truppe di Mosca stazionano all’interno dei confini riconosciuti della Georgia. Dopo l’invasione dell’Ucraina Mosca e Tbilisi si sono riavvicinate, mettendo a repentaglio il cammino del Paese caucasico verso l’Ue
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TBILISI - “L’idea di unirsi alla Russia è ancora popolare in Abkhazia e in Ossezia del Sud. E potrebbe essere attuata se ci fossero buone ragioni per farlo”. Parole intimidatorie, quelle scritte da Dmitrij Medvedev in un articolo pubblicato sul settimanale Argumenty i Fakty, di proprietà del comune di Mosca, a tre giorni dal quindicesimo anniversario del riconoscimento, da parte del Cremlino, dell’indipendenza delle due regioni separatiste della Georgia.

Vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Federazione russa, Medvedev è ultimamente avvezzo ai toni violenti e alle dichiarazioni choc, ma in questo caso va preso sul serio.

È un conflitto congelato, quello che interessa i due territori del Paese caucasico, entrambi confinanti con la Russia: l’Abkhazia, ricca di risorse e situata in posizione strategica, affacciata per un lungo tratto sul mar Nero, e l’Ossezia del Sud, piccola e scarsamente popolata, senza sbocchi…

TBILISI - “L’idea di unirsi alla Russia è ancora popolare in Abkhazia e in Ossezia del Sud. E potrebbe essere attuata se ci fossero buone ragioni per farlo”. Parole intimidatorie, quelle scritte da Dmitrij Medvedev in un articolo pubblicato sul settimanale Argumenty i Fakty, di proprietà del comune di Mosca, a tre giorni dal quindicesimo anniversario del riconoscimento, da parte del Cremlino, dell’indipendenza delle due regioni separatiste della Georgia.

Vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Federazione russa, Medvedev è ultimamente avvezzo ai toni violenti e alle dichiarazioni choc, ma in questo caso va preso sul serio.

È un conflitto congelato, quello che interessa i due territori del Paese caucasico, entrambi confinanti con la Russia: l’Abkhazia, ricca di risorse e situata in posizione strategica, affacciata per un lungo tratto sul mar Nero, e l’Ossezia del Sud, piccola e scarsamente popolata, senza sbocchi sul mare e più arretrata economicamente. Tuttavia, come tutti i conflitti congelati, restano tali finché qualcuno non decide di rinfocolarli.

Fin dal suo arrivo nel 2012, l’attuale governo di Sogno Georgiano si è impegnato nel mantenere rapporti pragmatici con il Cremlino, dopo la rovinosa guerra che ha mutilato il Paese del 20 per cento del suo territorio. Ma successivamente all’invasione su larga scala dell’Ucraina, è l’opinione di diversi analisti, si è osservato un vero e proprio riavvicinamento tra Mosca e Tbilisi, che è divenuta decisamente più fredda nei confronti dei partner Nato, a cui è legata da numerose forme di cooperazione, ed è apparsa sabotare il cammino intrapreso verso l’adesione all’Unione europea.

Una postura dichiaratamente neutrale, che segna uno scollamento dalla popolazione georgiana, in massa favorevole all’integrazione euroatlantica, e in particolare dalle generazioni più giovani, impregnate di sentimenti ostili alla Russia. Non sorprende però che la narrativa di Sogno Georgiano, secondo cui la presa del potere da parte delle opposizioni porterebbe a un rinnovo delle ostilità con Mosca, faccia breccia su una popolazione ancora traumatizzata da un conflitto che ha provocato centinaia di morti e migliaia di sfollati interni.

“Medvedev non parla solo alla Georgia, ma anche agli Stati Uniti e all’Europa”, afferma Kornely Kakachia, direttore del Georgian Institute of Politics. “Nel 2024 ci saranno le elezioni qui, e se si assistesse a un ritorno di forze pro-occidentali, questo è il messaggio, se la Georgia provasse di nuovo a entrare nella Nato, allora la Russia porterebbe a compimento quello scenario”.

Mancavano pochi minuti alla mezzanotte, tra il 7 e l’8 agosto del 2008, quando l’allora presidente georgiano, l’atlantista di ferro Mikheil Saakashvili, ordinava il bombardamento di Tskhinvali, la capitale de facto dell’Ossezia del Sud, e inviava l’esercito nel territorio secessionista con l’obiettivo di riprenderne il controllo.

L’iniziativa di Tbilisi arrivava dopo una lunga serie di provocazioni da parte di Mosca, che fin dai primi anni Novanta sosteneva economicamente e militarmente le due repubbliche autoproclamatesi indipendenti all’indomani del crollo dell’Unione sovietica.

“Le prove suggeriscono che già nel 2006 era stata presa la decisione [da parte del Cremlino] di fare qualcosa riguardo alla Georgia, e che questo avrebbe probabilmente comportato un intervento armato”, scrive Mark Galeotti, uno dei massimi esperti di Russia, in un volume dedicato a quella che sarebbe divenuta nota come “la guerra dei cinque giorni”.

Quel breve lasso di tempo bastò infatti a Mosca per sbaragliare le forze georgiane e spingersi fino a pochi chilometri da Tbilisi. La mediazione europea, che portò alla sottoscrizione di una tregua, scongiurò la totale capitolazione del Paese. Due settimane dopo il cessate il fuoco, il Cremlino riconosceva l’indipendenza dell’Ossezia del Sud, insieme a quella dell’Abkhazia. Da allora, le truppe di Mosca stazionano all’interno dei confini riconosciuti della Georgia, rappresentando una costante minaccia.

La forza spropositata impiegata dalla Russia per punire Tbilisi voleva essere un monito per tutte le ex repubbliche sovietiche che guardavano a Occidente: Mosca è pronta a difendere la propria sfera d’influenza con le armi, e gli Stati Uniti e l’Europa, questo il sottotesto, non verranno in vostro soccorso. Perché, e sul punto c’è consenso da parte degli analisti, Saakashvili si aspettava un sostegno più concreto da parte dell’Occidente, in particolare da Washington.

Uno schema, quello dell’uso della forza per creare una situazione di fatto, che la Russia di Vladimir Putin utilizzerà in seguito in Crimea e poi ancora il 24 febbraio del 2022, sbattendo però contro l’inaspettata resistenza ucraina. Che cosa avrebbe fatto l’Occidente, si domanda Galeotti nell’ultima puntata di “The Week Ahead in Russia”, un podcast di Rfe/Rl, se Kiev fosse invece caduta in pochi giorni? “Ho il forte sospetto che avremmo accettato lo status quo […], come con la Crimea e la Georgia”.

La sorte di quest’ultima, dice Kakachia, è oggi legata al modo in cui si concluderà la guerra in Ucraina. “Una Russia vittoriosa e imbaldanzita, sarà probabilmente incline a muoversi più aggressivamente in Georgia e in altri Paesi postsovietici, penso in particolare al Kazakistan. Se dovesse perdere, e non è ancora chiaro che cosa intenda Mosca per vincere o perdere, potrebbe trovarsi con problemi economici tali da non essere più in grado di sostenere le diverse entità separatiste”.

Tuttavia, alcuni commentatori ritengono che la Georgia potrebbe rappresentare un premio di consolazione per una Russia sconfitta. “Proprio per questo è importante che l’Ue prenda un’importante decisione politica alla fine dell’anno [a dicembre è previsto un summit sull’allargamento, ndr] e conceda a Tbilisi lo status di candidato all’adesione”, conclude Kakachia.

“Non perché il governo georgiano se lo sia guadagnato, ma per ragioni geopolitiche, e perché il popolo georgiano lo merita. Se Bruxelles farà questo passo, renderà in qualche modo irreversibile l’europeizzazione della Georgia”.

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