Dal carcere alla rivolta contro Putin: chi era Evgenij Prigozhin
di Rosalba CastellettiDalla terra al cielo, andata e ritorno. Fino a due mesi fa, la vita di Evgenij Prigozhin era stata tutta una scalata. Dai bassifondi dell’allora Leningrado, oggi San Pietroburgo, l’ex galeotto ed ex venditore di hot-dog si era fatto strada sino alla destra del presidente russo Vladimir Putin diventando un magnate della ristorazione e poi il più famigerato signorotto della guerra.
Lo muoveva un’ambizione sfrenata che lo ha accecato al punto di spingerlo a ribellarsi contro il suolo stesso artefice della sua fortuna. La tentata rivolta di Wagner del 23 giugno ha sancito la sua condanna a morte. Che lo ha raggiunto due mesi dopo esatti mentre era in volo a bordo del suo jet privato.
Una parabola che è anche quella del suo Paese, la Russia, dal crollo dell’Urss al “capitalismo criminale” dei “terribili” anni Novanta fino alla riaffermazione della supremazia dello Stato sotto Putin.
Il carcere
L’uomo che sarebbe diventato il volto impietoso del conflitto in Ucraina nasce a Leningrado…
Dalla terra al cielo, andata e ritorno. Fino a due mesi fa, la vita di Evgenij Prigozhin era stata tutta una scalata. Dai bassifondi dell’allora Leningrado, oggi San Pietroburgo, l’ex galeotto ed ex venditore di hot-dog si era fatto strada sino alla destra del presidente russo Vladimir Putin diventando un magnate della ristorazione e poi il più famigerato signorotto della guerra.
Lo muoveva un’ambizione sfrenata che lo ha accecato al punto di spingerlo a ribellarsi contro il suolo stesso artefice della sua fortuna. La tentata rivolta di Wagner del 23 giugno ha sancito la sua condanna a morte. Che lo ha raggiunto due mesi dopo esatti mentre era in volo a bordo del suo jet privato.
Una parabola che è anche quella del suo Paese, la Russia, dal crollo dell’Urss al “capitalismo criminale” dei “terribili” anni Novanta fino alla riaffermazione della supremazia dello Stato sotto Putin.
Il carcere
L’uomo che sarebbe diventato il volto impietoso del conflitto in Ucraina nasce a Leningrado, nel 1961, nove anni dopo il cittadino pietroburghese più illustre, Vladimir Putin. Sua mamma è un’infermiera ospedaliera. Suo padre un ingegnere minerario che muore quando Prigozhin ha appena nove anni.
Dopo che un infortunio stronca la sua promettente carriera nello sci, finisce appena maggiorenne davanti a un giudice per furto. Pena sospesa. Due anni dopo non gli va così bene. Accusato di criminalità organizzata, furto, frode e prostituzione minorile, lo condannano a 13 anni di carcere. Ne sconta nove. Quando viene rilasciato è il 1990: l’Unione Sovietica è agonizzante, ma per quelli come lui è un periodo di grandi opportunità.
Si iscrive in Chimica e Farmaceutica, ma non completa gli studi. Nel 1993, ispirato da una visita negli Stati Uniti, inizia a vendere hot dog. Prepara la senape nel suo cucinino. Sono gli anni del capitalismo selvaggio. Lui decide di spiccare il volo che gli varrà il soprannome di “cuoco di Putin”: fonda la società di ristorazione Concord e nel 1995 apre un ristorante tutto suo che ben presto diventa ritrovo di pop star, uomini d’affari e politici. Come il sindaco Anatolij Sobchak e il suo vice Putin.
L’incontro con Putin
Il futuro leader del Cremlino resta affascinato dalla storia di un uomo che ha creato un impero dal nulla e che non disdegna di servire i potenti a tavolta. Una volta diventato presidente nel 1999, sceglie spesso i suoi locali per ospitare i dignitari stranieri come Jacques Chirac nella sua città natale finché finisce con l’affidargli il catering dei suoi ricevimenti al Cremlino e ad appaltargli contratti governativi da miliardi di rubli, come la fornitura di cibo alle mense di Mosca. È così che Prigozhin si guadagna l’appellativo di “cuoco di Putin”. Ma a lui non piace. È stupido, dirà qualche mese fa, perché non sa cucinare e non è mai stato uno chef, preferisce essere chiamato “macellaio di Putin”. Del resto, è il suo scagnozzo.
Wagner e Fabbrica dei Troll
Man mano che i suoi legami con il Cremlino e il ministero della Difesa si approfondiscono, Prigozhin diventa l’uomo dei lavori sporchi, il faccendiere segreto che promuove gli interessi di Putin all'estero. Nel 2014, anno dell’annessione russa della Crimea e dall’inizio del conflitto nel Donbass, l’Est Ucraina, Prigozhin fonda Wagner e l’Agenzia di Ricerca su Internet, nota come la “fabbrica dei troll”, che consentono al Cremlino di combattere sotto copertura le sue guerre, sul campo e nell’informazione. Non solo in Ucraina. Combatte in Siria per sostenere Bashar al-Assad e in cambio ottiene lucrose concessioni di petriolo e gas. E poi al fianco dei dittatori africani che lo ripagano con concessioni minerarie.
Il contrasto con la Difesa
Per molti anni Prigozhin nega ogni suo legame con Wagner e con la fabbrica dei troll a suon di querele milionarie. Cita in giudizio i giornalisti che indagano sui suoi loschi affari e tenta di far annullare le sanzioni imposte contro di lui dagli Stati Uniti per le presunte interferenze nelle presidenziali del 2016.
È solo con l’inizio dell’offensiva russa in Ucraina che esce allo scoperto. Lo scorso autunno prima compare in un video mentre recluta personalmente detenuti da mandare in trincea contro Kiev, poi rivendica con “orgoglio” la paternità di Wagner. “Ho pulito io stesso le vecchie armi, ho sistemato io stesso i giubbotti antiproiettile e trovato specialisti che avrebbero potuto aiutarmi”, sostiene Prigozhin. “Quel giorno, il 1° maggio 2014, è nato un gruppo di patrioti, che poi è stato chiamato Battaglione Wagner”.
In ottobre si spinge ancora oltre inaugurando in pompa magna in una torre di cristallo di San Pietroburgo il quartier generale della “compagnia militare privata Wagner”. Inizia a pubblicare quotidiane dichiarazioni sui social network amplificate da una pletora di blogger e commentatori nazionalisti, spesso sul suo libro paga, che contano centinaia di migliaia di follower sui social network.
Lo scontro con la Difesa
Le luci della ribalta lo spingono a lanciare invettive sempre più ardite e a bramare la cacciata del ministro della Difesa Sergej Shojgu e del capo dello staff delle forze armate russe Valerij Gerasimov che accusa di incompetenza e di non fornire munizioni adeguate.
Il motivo del dissidio, stando alla newsletter economica russa The Bell, è però puramente economico: la Difesa aveva tagliato i contratti di Wagner da 27 miliardi di rubli (312,4 milioni di euro) nel 2015 a poco più di un miliardo (11,5 milioni) e per di più aveva iniziato a tardare i pagamenti.
Shojgu e Gerasimov riescono a convincere Vladimir Putin che l'indipendenza di Wagner è una minaccia per l'esercito e, di conseguenza, per lo Stato. Putin allora esautora il generale Sergej Surovikin, vicino a Prigozhin, e affida a Gerasimov la supervisione dell'intera “operazione speciale”. È un chiaro segnale. Prigozhin lo sa.
La censura dall’alto
Per un po’ il “macellaio” sembra godere di una certa immunità. Può permettersi di criticare l'esercito, mentre altri vengono messi a tacere dalle leggi che condannato chi "discredita" o "diffonde fake news" sulle forze armate. Il fatto è che Putin ha bisogno di Prigozhin: gli fornisce carne da cannone e gli porta risultati. Fa persino scuola con il reclutamento nelle carceri.
Ma a un certo punto cala la censura dall’alto. Le dichiarazioni di Prigozhin sono oscurate dai media statali per ordine del Cremlino. Il signore della guerra però smania. Rivendica la cattura di Bakhmut che diventa Artjomovsk. Pensa sia venuta l’ora della consacrazione. E invece da Putin arriva l’ordine di firmare un contratto che assoggetterebbe i suoi “volontari” alla Difesa, e dunque a Shojgu. Ha tempo fino al primo luglio. Decide di combattere per sé.
La tentata rivolta di giugno
Il 23 giugno fa marciare un gruppo di truppe Wagner verso Mosca, la sfida interna più sfacciata all’autorità di Putin da quando ha preso il potere. Ma l’indomani ordina il dietrofront. Grazie a un accordo mediato dal dittatore di Minsk Aleksandr Lukashenko, ottiene l’immunità per sé e gli altri ribelli in cambio dell’esilio in Bielorussia. Ma continua a muoversi tra Mosca e San Pietorburgo. Si dice che Putin gli ha lasciato tempo di chiudere gli affari. In verità ha preso tempo per sé. Per servire la sua vendetta come un piatto freddo ad orologeria.