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La vendetta plateale pianificata da mesi: così Putin si è liberato dell’ex amico ribelle Prigozhin

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Il leader russo non ha perdonato il tentato golpe della Wagner del 24 giugno. Da allora ha preparato nei minimi dettagli il regolamento di conti
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L’Icaro che osò sfidare il Cremlino alla fine si è davvero bruciato le ali. A due mesi esatti dalla sua abortita marcia su Mosca, Evgenij Prigozhin è morto in volo. Era stato un galeotto nelle carceri di Leningrado, un venditore di hot-dog che si preparava la senape in casa, un “cuoco” che non cucinava ma non disdegnava di servire i potenti a tavola, un manipolatore che scatenava i “troll” sul web all’occorrenza, un avventuriero a capo di mercenari al soldo di autocrati e dittatori, un “macellaio” che non esitava a sbarazzarsi di nemici e traditori a colpi di mazza.

L’uomo dalle molte vite è precipitato sotto l’urto delle sue stesse ambizioni. Dopo aver troppo osato, è stato punito come i rivoltosi del passato a cui era stato paragonato, il cosacco Emeljan Pugaciov, decapitato e squartato nel 1775, o il generale disertore Andrej Vlasov, impiccato nel 1946. Il suo jet privato si è schiantato. Abbattuto dalla contraerea o a causa di un attentato. Non ci sono conferme ufficiali e no…

L’Icaro che osò sfidare il Cremlino alla fine si è davvero bruciato le ali. A due mesi esatti dalla sua abortita marcia su Mosca, Evgenij Prigozhin è morto in volo. Era stato un galeotto nelle carceri di Leningrado, un venditore di hot-dog che si preparava la senape in casa, un “cuoco” che non cucinava ma non disdegnava di servire i potenti a tavola, un manipolatore che scatenava i “troll” sul web all’occorrenza, un avventuriero a capo di mercenari al soldo di autocrati e dittatori, un “macellaio” che non esitava a sbarazzarsi di nemici e traditori a colpi di mazza.

L’uomo dalle molte vite è precipitato sotto l’urto delle sue stesse ambizioni. Dopo aver troppo osato, è stato punito come i rivoltosi del passato a cui era stato paragonato, il cosacco Emeljan Pugaciov, decapitato e squartato nel 1775, o il generale disertore Andrej Vlasov, impiccato nel 1946. Il suo jet privato si è schiantato. Abbattuto dalla contraerea o a causa di un attentato. Non ci sono conferme ufficiali e non arriveranno mai. Ma pochi dubitano che dietro alla fatale caduta ci sia la vendetta di Vladimir Putin.

All’indomani del fallito ammutinamento dei mercenari Wagner, con sguardo e parole di fuoco, il presidente russo aveva accusato il suo ex “cuoco” di “pugnalata alle spalle”. Di “tradimento”. Quello che nel 2019, in un’intervista con il Financial Times, aveva definito “il crimine più grande che possa esistere sulla Terra», «il crimine più atroce che si possa immaginare”. E i traditori, aveva ripetuto per ben due volte, “devono essere puniti". Ha mantenuto la parola.

Aver concesso la libertà a Prigozhin e ai suoi uomini in cambio dell’esilio in Bielorussia era però parsa una concessione troppo magnanima da parte dell’ex agente del Kgb. Ancor di più l’aver permesso che il “pugnalatore” scorrazzasse liberamente in Russia e, nei giorni scorsi, in Africa. Ma, come aveva detto Ian Bremmer, Prigozhin era soltanto un “morto che cammina”.

Putin in realtà aveva preso soltanto tempo. Il tempo necessario per neutralizzare il traditore e i suoi uomini. Aveva dapprima demolito la sua immagine di nemico delle élite corrotte diffondendo video e foto della sua lussuosa villa a San Pietroburgo, nonché dei suoi ridicoli travestimenti. Aveva smantellato uno ad uno i mattoncini del suo impero.

Aveva annullato i contratti milionari che aveva concesso alla sua società di catering Concord e iniziato a trasferire le operazioni in Medio Oriente e in Africa sotto il comando delle forze di sicurezza. I siti online che diffondevano le notizie false a sostegno dell’agenda di Prigozhin erano stati bloccati. La sua “fabbrica dei troll” era stata smantellata. Anche Wagner era stata di fatto dissolta: privata di armi pesanti e i suoi mercenari dispersi, costretti all’esilio in Bielorussia o alla sottomissione al ministero della Difesa.

Ora è stata decapitata. Nel jet precipitato c’era anche Dmitrij Utkin, colonnello in pensione dell’intelligence militare russa Gru. Se Prigozhin era il “generale senza stellette” dei mercenari, Utkin era il primo comandante sul campo. Fu lui nel 2014 a fondare il “Gruppo Wagner” e a dargli il suo nome di battaglia dovuto alle sue simpatie neonaziste.

Un omaggio diretto a Hitler e al suo compositore preferito. “È assolutamente un chiaro messaggio a tutte le élite, davvero. A chiunque abbia pensieri sedizioni, sia sul corso dell’operazione militare speciale sia sul tutto in generale”, ha commentato la giornalista Ksenia Sobchak.

Anche la politologa Tatjana Stanovaja non ha dubbi: “La morte di Prigozhin spaventerà piuttosto che ispirare proteste. Ci saranno risentimento e malcontento, ma nessuna conseguenza politica”. Meglio tacere che finire sottoterra o dietro le sbarre. Un mese fa il blogger nazionalista ed ex comandante separatista in Donbass Igor Girkin, nome di battaglia “Strelkov”, “fuciliere”, era stato arrestato con l’accusa di “incitamento all’estremismo”.

E proprio ieri era arrivata la conferma della destituzione del generale Sergej Surovikin da comandante in capo delle forze aerospaziali russe e vice comandante del gruppo congiunto delle forze russe in Ucraina con un decreto presidenziale secretato.

Per Prigozhin si è preferita un’uscita di scena più spettacolare. "Questo è puro Marquez”, ha commentato l’attivista Igor Kochetkov. “Dopotutto Putin avrebbe potuto mandarlo in prigione per sempre nel pieno rispetto delle norme del codice penale riconosciute a livello internazionale. E tutto può succedere in prigione. Ma no, così non è interessante: un traditore devi avvelenarlo o far schiantare il suo aereo”.

Così come ha creato Prigozhin, Putin lo ha distrutto. E ora ai “musicisti” dell’Orchestra W, come si erano soprannominati sui social, non resta che suonare il Requiem.

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