“Non sarà più possibile indossare l'abaya a scuola": lo ha annunciato su TF1 il ministro dell'Istruzione Gabriel Attal, riferendosi alla tradizionale tunica musulmana diffusa tra le donne in Medio Oriente e recentemente sempre più indossata dalle giovani francesi, e ha affermato di voler dare "regole chiare a livello nazionale" ai dirigenti scolastici.
Interpellato sul tema controverso da diversi mesi a seguito di incidenti legati all'uso dell’abito, un lungo vestito che copre tutto il corpo, il ministro ha annunciato di voler tenere colloqui "già dalla prossima settimana" con i dirigenti scolastici per aiutarli ad applicare questo divieto.
La laicità
La decisione, ha spiegato il neo-ministro Attal che nel rimpasto di governo di fine luglio ha preso il posto del precedessore Pap Ndiaye, è uno dei primi atti da responsabile del dicastero e sarebbe stata presa in nome della laicità.
Indossare l’abaya è secondo Attal "un gesto religioso, volto a testare la resistenza della Repubblica al santuario laico che la scuola deve essere", aveva detto promettendo misure ferme che ha confermato durante l’intervista televisiva. "Quando si entra in un'aula, non si deve essere in grado di identificare la religione degli alunni guardandoli", ha spiegato a TF1.
Religione o cultura?
E se nel 2004 il velo era stato vietato nelle scuole generando una profonda rottura in Francia, non meno acceso si prospetta il dibattito sull’indumento della discordia a venti anni di distanza dal precedente. Stavolta in ballo c’è il sottile confine tra religioso e culturale.
Per il Consiglio francese della fede musulmana (Cfcm) l'abaya non è un simbolo religioso musulmano. Secondo Haoues Seniguer, docente dell’Iep di Lione e specialista di islamismo sentito dall’Afp, il suo uso è "più ambivalente di un velo".
Le giovani che indossano questo abito largo, che copre qualsiasi forma, fanno attenzione a togliersi il velo all'ingresso degli istituti ma poi rivendicano di poter mantenere la tunica musulmana in classe.
La legge del 2004 sul velo
Secondo la legge del 15 marzo 2004, "nelle scuole pubbliche, nei collegi e nei licei è vietato indossare segni o abiti con i quali gli alunni manifestano apparentemente un'appartenenza religiosa", con una circolare che specifica questi segni come "il velo islamico, la kippa o le croci troppo vistose”.
Il Ministero dell'Istruzione aveva già affrontato la questione dell'abaya a novembre, con una circolare che considerava questo indumento - come le gonne lunghe, anch'esse menzionate - un capo di abbigliamento che poteva essere vietato se "indossato in modo tale da manifestare apparentemente un'appartenenza religiosa".
Secondo una nota del governo, visionata dall’Afp, gli attacchi alla laicità, che sono aumentati in modo significativo dopo l'omicidio nel 2020 dell'insegnante Samuel Paty, sono aumentati del 120% tra gli anni scolastici 2021/2022 e 2022/2023. L'uso di simboli e vestiti, che rappresenta la maggior parte degli attacchi, è aumentato di oltre il 150% durante l'ultimo anno scolastico.
La destra esulta. Per la sinistra è “incostituzionale”
La decisione è stata accolta con entusiasmo dalla destra, guidata da Eric Ciotti, Les Républicains, su X: "Avevamo ripetutamente chiesto di vietare l'abaya nelle nostre scuole. Accolgo con favore la decisione del ministro dell'Istruzione, che ci ha dato ragione". A sinistra, invece, Clémentine Autain, La France insoumise, si è detta indignata per la "polizia dell'abbigliamento", definendo l'annuncio di Attal "incostituzionale" e "contrario ai principi fondanti della laicità".