Telefono rosso Usa-Russia, compie sessant’anni la linea che fece comunicare Washington con l’Urss
di Enrico FranceschiniLONDRA – Nel linguaggio popolare è conosciuto come il “telefono rosso”, ma non è rosso e non è un telefono. Il suo vero nome è Washington-Moscow Direct Communication Link o in parole semplici “linea calda” fra Stati Uniti e Russia, chiamata Unione Sovietica prima che crollasse il comunismo.
Per un quarto di secolo consisteva in due telescriventi. Poi due fax. Ora due computer, che trasmettono email. Sempre di comunicazioni scritte si tratta, perché quelle verbali possono creare equivoci: e fra due superpotenze nucleari è meglio evitarli.
Il primo messaggio fu trasmesso il 30 agosto 1963, sessant’anni or sono. Lo inviarono gli americani. Diceva: “The quick brown fox jumped over the lazy dog’s back”. Alla lettera: la veloce volpe marroncina saltò sopra la sch…
LONDRA – Nel linguaggio popolare è conosciuto come il “telefono rosso”, ma non è rosso e non è un telefono. Il suo vero nome è Washington-Moscow Direct Communication Link o in parole semplici “linea calda” fra Stati Uniti e Russia, chiamata Unione Sovietica prima che crollasse il comunismo.
Per un quarto di secolo consisteva in due telescriventi. Poi due fax. Ora due computer, che trasmettono email. Sempre di comunicazioni scritte si tratta, perché quelle verbali possono creare equivoci: e fra due superpotenze nucleari è meglio evitarli.
Il primo messaggio fu trasmesso il 30 agosto 1963, sessant’anni or sono. Lo inviarono gli americani. Diceva: “The quick brown fox jumped over the lazy dog’s back”. Alla lettera: la veloce volpe marroncina saltò sopra la schiena del cane pigro. Non aveva senso: si trattava di un pangramma, una frase di senso compiuto, la più breve possibile, che contiene tutte le lettere dell’alfabeto.
I test successivi furono opere di Shakespeare da parte degli Usa e di Cechov da parte dell’Urss. A convincere i due Paesi nemici della Guerra Fredda che fosse necessario un apparecchio del genere fu il rischio di una guerra calda, anzi termonucleare: la crisi dei missili a Cuba del ‘62, quando americani e russi arrivarono vicini a un conflitto atomico.
I drammatici messaggi fra le due parti impiegavano da sei a dodici ore ad arrivare a destinazione: facendo capire a tutti che nel frattempo poteva scoppiare la guerra. Così l’anno dopo fu installata l’hotline. A Washington, dentro al Pentagono. A Mosca, al Cremlino (in effetti di fronte, nella sede del Pcus).
Un cavo assicurava comunicazioni costanti: in realtà vennero interrotte due volte, da un bulldozer in Danimarca e un trattore in Finlandia che calpestarono accidentalmente il cavo. Problema che, da quando ci sono i satelliti, non si verifica più.
Test a parte, il “telefono rosso” è stato usato per la prima volta per l’assassinio del presidente Kennedy nel ’63, poi in un’altra decina di occasioni, tra cui la guerra dei Sei Giorni in Israele, l’invasione turca di Cipro, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, la guerra del Golfo, l’invasione dell’Iraq.
La “hotline” resta attiva anche oggi. Sebbene, con le tecnologie odierne, Biden potrebbe chiamare Putin sul telefonino. Rosso o meno che sia.