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Quando l’umanità se la vide brutta. I nostri antenati sull’orlo dell’estinzione 900mila anni fa

Una glaciazione ridusse la popolazione di Homo a poco più di mille individui. Studio di Science: per oltre 100mila anni il nostro genere è rimasto sull’orlo del baratro
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Abbiamo un grande cervello, certo. Ma il cammino dell’umanità attraverso il tempo è stato tutt’altro che una marcia trionfale. Per un momento ce la siamo vista così brutta da aver sfiorato concretamente l’estinzione.

Se quei 1.280 individui del genere Homo infreddoliti e rimasti senza acqua né cibo non fossero riusciti a superare i tempi duri di una delle prime glaciazioni, 900mila anni fa, noi oggi non saremmo qui. E la storia della Terra sarebbe molto diversa.

L’asprezza di quel clima ha lasciato una traccia nel nostro Dna. Uno studio su Science parte dall’osservazione della variabilità genetica degli esseri umani di oggi per risalire a ritroso nel tempo, lungo la doppia elica dei nostri antenati.

Tramite calcoli matematici molto avanzati, di cui si occupa la bioinformatica, partendo dal numero e dalla frequenza delle variabili genetiche che esistono oggi nel nostro Dna è possibile calcolare il numero di individui che ci hanno trasmesso la loro eredità.

Il risultato è…

Abbiamo un grande cervello, certo. Ma il cammino dell’umanità attraverso il tempo è stato tutt’altro che una marcia trionfale. Per un momento ce la siamo vista così brutta da aver sfiorato concretamente l’estinzione.

Se quei 1.280 individui del genere Homo infreddoliti e rimasti senza acqua né cibo non fossero riusciti a superare i tempi duri di una delle prime glaciazioni, 900mila anni fa, noi oggi non saremmo qui. E la storia della Terra sarebbe molto diversa.

L’asprezza di quel clima ha lasciato una traccia nel nostro Dna. Uno studio su Science parte dall’osservazione della variabilità genetica degli esseri umani di oggi per risalire a ritroso nel tempo, lungo la doppia elica dei nostri antenati.

Tramite calcoli matematici molto avanzati, di cui si occupa la bioinformatica, partendo dal numero e dalla frequenza delle variabili genetiche che esistono oggi nel nostro Dna è possibile calcolare il numero di individui che ci hanno trasmesso la loro eredità.

Il risultato è che durante l’era glaciale del Pleistocene inferiore-medio, appunto 900mila anni fa, il patrimonio genetico di Homo diventa così sottile da avvicinarsi all’estinzione: a restare sono solo quei 1.280 individui da cui derivano tutte le varianti del nostro genoma di oggi.  

“Non ci stupisce. I reperti risalenti a quel periodo sono rarissimi”, spiega Giorgio Manzi, paleoantropologo dell’Università La Sapienza di Roma e accademico dei Lincei, uno degli autori di Science.

Giorgio Manzi

 

Abituato da una vita a dissotterrare fossili, Manzi e il collega di sempre Fabio Di Vincenzo, oggi curatore della sezione antropologica del Museo di storia naturale di Firenze, si sono ritrovati in squadra con dei colleghi cinesi specializzati in genetica e bioinformatica. “Siamo diventati amici”, racconta Manzi. Insieme, terra e silicio hanno ricostruito quegli anni che avrebbero potuto ribaltare il corso della storia.

“Glaciazione vuol dire freddo in Europa – spiega Manzi – dove infatti perdiamo le tracce dei primi abitanti. Ma anche in Africa non mancano i problemi, per via del clima arido, della scomparsa della vegetazione e delle prede”.

Per quelle bande di cacciatori e raccoglitori, divise in gruppi di 20-30 individui, ben attente a distanziarsi per non dover condividere il territorio, sopravvivere diventa quasi impossibile. Il 98,7% di loro muore. Il manipolo dei 1.280 sopravvissuti comincia ad accoppiarsi al suo interno, compromettendo ancor più la salute della specie. Arranca e resiste sull’orlo del baratro per un periodo molto lungo (oltre 100mila anni), poi la glaciazione allenta la sua presa.

“Possiamo immaginare cosa avviene a quel punto”, prosegue Manzi. “Uno dei gruppi si espande più degli altri. Come per gemmazione, da una banda di 20-30 individui Homo riprende a crescere. Ricominciano anche gli accoppiamenti con i gruppi vicini, almeno quei pochi che sono sopravvissuti.

Alcune centinaia di migliaia di anni più tardi e l’umanità sarà pronta a intraprendere un nuovo viaggio verso l'Europa e l'Asia. Questa volta a migrare via dall’Africa sono individui più robusti, con un cervello più grande e temprati dalle avversità”.

I sopravvissuti portano con sé una nuova invenzione, molto utile in tempo di clima freddo: il fuoco. “In Medio Oriente attorno ai 700mila anni fa troviamo i primi resti di focolari”, spiega Di Vincenzo. “Gli esseri umani conoscono il fuoco già da tempo, ma solo a quell’epoca imparano a controllarlo. Questo gli permette di scaldarsi, ma anche di cuocere i cibi e difendersi dalle belve”.

Il focolare porta a un miglioramento della vita. “Una delle domande che ci facciamo a questo punto – dice Yi-Hsuan Pan, fra gli autori dello studio, esperto di genetica dell’evoluzione dell’Università Normale della Cina Orientale – è se la selezione naturale durante quest’epoca di crisi abbia accelerato l’evoluzione del cervello”.

Se in Africa la glaciazione rende dura la vita agli uomini dell’epoca (gli Homo ergaster), in Europa fa tabula rasa. “Da circa 800mila anni fa perdiamo ogni traccia di Homo antecessor”, spiega Di Vincenzo, riferendosi a una specie ritrovata nella Spagna del nord, l’ultima rimasta nel nostro continente prima dell’arrivo del gelo.

“A quell’epoca c’è un’evidente discontinuità nel popolamento dell’Europa”, conferma Manzi. Solo i sopravvissuti africani vi riportano le orme bipedi, insieme al fuoco e alle selci scheggiate su entrambi i lati: le asce a mano, la nuova tecnologia dell’epoca.

Gli eredi degli eroici mille o poco più sono diventati nel frattempo una nuova specie: l’Homo heidelbergensis. “Non c’è unanimità, ma noi siamo convinti che l’antenato della nostra specie sia proprio lui”, dice Manzi.

Non che la vita sia stata una passeggiata, a quel punto, ma strettoie simili non si sono più ripetute. “Vogliamo ripetere l’analisi bioinformatica anche sulle popolazioni sopravvissute a quella tragica glaciazione: i Neanderthal e in Europa e i Denisova in Asia”, spiega Manzi. “Ci aspettiamo di trovare altre fasi di crisi demografica”.

Il tempo ad esempio ha spazzato via i Neanderthal (la causa non è chiara) 40mila anni fa, mentre già a partire da 200mila anni fa assistiamo all’espansione di Homo sapiens. I cicli del clima che si sono succeduti fino a 10mila anni fa hanno continuato a plasmare l’evoluzione umana. “Da ogni crisi la nostra specie ha tirato fuori individui più adattati” conferma Manzi. È come se, superata quella strettoia, il futuro dell’umanità (almeno dal punto di vista dei numeri e dell’evoluzione) sia diventato un percorso più sgombro di ostacoli.

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