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In Spagna il nuovo #MeToo si chiama #SeAcabó: “Il caso Rubiales ha ridato coraggio alle donne”

(reuters)

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Il bacio rubato del presidente della Federazione calcio riporta il movimento femminile in piazza e sui social. E per denunciare abusi e cultura machista adesso lo slogan è “È finita, ora basta”
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MADRID – La vetrina è tappezzata di volumi dedicati alle calciatrici che hanno vinto il mondiale, nuove eroine della Spagna perché dopo il trionfo di Sydney hanno portato alla luce una realtà di soprusi e prevaricazioni. “Ne vendiamo parecchi”, ammette Alba Varela, titolare della Librería Mujeres, storico spazio femminista nel cuore di Madrid, a due passi dalla Plaza Mayor. “Da quando è esploso il caso Rubiales, si è riaccesa la fiamma del nostro movimento. Centinaia di donne stanno denunciando sui social gli abusi subiti sul posto di lavoro, spesso dai loro superiori. Testimonianze dolorose da leggere, ma è come fare una grande pulizia, nella speranza di poter vivere in una società più sicura”.

(afp)


Il nuovo slogan #SeAcabó


Dopo il “bacio rubato” dal presidente della Rfef, la federazione calcio spagnola, alla giocatrice Jenni Hermoso nell’euforia scomposta del trionfo mondiale, l’indignazione è …

MADRID – La vetrina è tappezzata di volumi dedicati alle calciatrici che hanno vinto il mondiale, nuove eroine della Spagna perché dopo il trionfo di Sydney hanno portato alla luce una realtà di soprusi e prevaricazioni. “Ne vendiamo parecchi”, ammette Alba Varela, titolare della Librería Mujeres, storico spazio femminista nel cuore di Madrid, a due passi dalla Plaza Mayor. “Da quando è esploso il caso Rubiales, si è riaccesa la fiamma del nostro movimento. Centinaia di donne stanno denunciando sui social gli abusi subiti sul posto di lavoro, spesso dai loro superiori. Testimonianze dolorose da leggere, ma è come fare una grande pulizia, nella speranza di poter vivere in una società più sicura”.

(afp)


Il nuovo slogan #SeAcabó


Dopo il “bacio rubato” dal presidente della Rfef, la federazione calcio spagnola, alla giocatrice Jenni Hermoso nell’euforia scomposta del trionfo mondiale, l’indignazione è andata montando di giorno in giorno fino a quando è comparso sui social un hashtag che ha segnato la svolta: #SeAcabó, che si può tradurre come “è finita”, ma in realtà è un sonoro “ora basta”. L’avvio dirompente di un #MeToo spagnolo. I racconti fioccano inarrestabili, a volte anonimi, a volte con ragazze e donne che si espongono in prima persona e denunciano con nome e cognome il responsabile degli abusi, delle umiliazioni subite in silenzio per anni. Il più clamoroso, rivelato nelle ultime ore, è il caso di un celebre giornalista, Peio Riaño (paradossalmente, autore di diversi reportage a favore del movimento femminista) licenziato dal digitale El Diario dopo che la collega Sara Brito ha rivelato il “maltrattamento costante, con grida e umiliazioni durate anni” alle quali sarebbe stata sottoposta da Riaño nel periodo in cui era caporedattore della cultura del giornale Público.

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“È un momento di inflessione. La società spagnola sta dimostrando di avere un livello di sensibilità molto superiore a quello che aveva 20 anni fa”, riflette Elena Valenciano, presidente della Fundación Mujeres, già numero due del Psoe e vicepresidente del gruppo socialista al Parlamento europeo. “Alcuni atteggiamenti che prima sembravano normali ora sono considerati inaccettabili. Ma il caso Rubiales dimostra come ci sia ancora una forte resistenza al cambiamento da parte degli uomini, di alcuni uomini”.

Il machismo non muore mai


Agli occhi del mondo, la vicenda del presidente della federazione calcio ha offuscato l’immagine, molto diffusa, di una Spagna all’avanguardia nelle conquiste sociali e nell’uguaglianza di genere. “Bisogna pensare – commenta Valenciano – che il Paese è avanzato molto rapidamente, tenendo in conto che partivamo da una situazione di svantaggio, perché venivamo dal nazionalcattolicesimo di una dittatura quarantennale. In pochi anni abbiamo compiuto un cammino che altri Paesi hanno impiegato cent’anni a percorrere. Si è anche praticato un femminismo istituzionale, grazie ai governi progressisti, e questa pedagogia è andata calando nella società. Ma resiste ancora un’atavica tradizione machista, come in tutti i Paesi latini”.

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Gli altri slogan

Il “Se Acabó” urlato nelle piazze e diventato una bandiera delle denunce sulle piattaforme social è solo l’ultimo atto di lunghi anni di lotte contro gli abusi e la violenza machista. Prima fu il #Cuéntalo (raccontalo), iniziativa della giornalista Cristina Fallarás, che incoraggiò con successo molte donne a rompere il silenzio e rendere pubbliche le vessazioni subite. E anche in questi giorni Fallarás sta raccogliendo centinaia di testimonianze anonime. Poi, nel 2017, in risposta alle lievi condanne del processo alla “Manada” (il branco di 5 giovani che stuprarono una ragazza durante la festa di San Fermín a Pamplona) esplose la protesta del #SóloSíEsSí. Migliaia di donne nelle piazze di tutta la Spagna per affermare con forza un semplice concetto: si può escludere che sia stata violenza solo se il consenso della donna all’atto sessuale è esplicito. Anche dietro la spinta di quel movimento, le condanne in appello vennero inasprite. E quello slogan è diventato il fulcro della nuova legge contro la violenza machista, molto contestata dall’ultradestra.
 

Ma ora le donne tornano in piazza con ancor più rabbia dopo che, nel suo disperato tentativo di sfuggire alla destituzione, Rubiales si è presentato come una vittima della caccia alle streghe attribuita tanto ad alcune ministre del governo progressista come a quello che ha chiamato il “falso femminismo”. Il comportamento di Rubiales non ha colto per niente di sorpresa Beatriz Álvarez, presidente della Liga F, la lega del calcio professionistico femminile, che non esita a definirlo “una persona prepotente, egocentrica, narcisista e con un atteggiamento machista”. Quanto ai meriti nel successo mondiale delle ragazze, per Álvarez sono pari a zero: “Il calcio femminile in questi anni è cresciuto esponenzialmente nonostante le federazione. Abbiamo dovuto lottare molto, perché nessuno si occupava di noi. A questo punto è ora che si cambi la struttura intera della federazione. Non basta che esca Rubiales, c’è un livello di clientelismo intollerabile nell’organizzazione”.

Salta la testa del ct Vilda

La prima testa a cadere, poche ore fa, è stata quella di Jorge Vilda, il ct della nazionale campione del mondo, molto legato a Rubiales e contestato già negli anni scorsi dalle calciatrici per il metodo di lavoro e per il suo comportamento. Vilda cerca di opporsi alla destituzione ma si dice che sia già pronto a diventare il nuovo allenatore della nazionale femminile saudita. Rubiales, invece, annaspa nei suoi tentativi di restare ancorato a una poltrona che ormai non ha più. Dopo la sospensione per tre mesi da parte della Fifa e in attesa che si pronunci il Tad, il tribunale amministrativo dello sport, la federazione gli ha sospeso lo stipendio (più di 600mila euro l’anno), ritirato l’auto, il computer e il cellulare. E lui ora prova a passare al contrattacco, con un video inviato alla Fifa, registrato a bordo del bus delle ragazze dopo la vittoria: vorrebbe dimostrare, ancora, che quel bacio a Jenni Hermoso era consensuale. “Non ha la dignità di riconoscere l’errore”, sentenzia Beatriz Álvarez. “È evidente che quest’uomo non può più rappresentare la Spagna nel mondo”.

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