La Cina non fa andare i vescovi con i fedeli ad accogliere il Papa a Ulan Bator
dal nostro inviato Iacopo ScaramuzziUno spettacolo con cavalli organizzato per l'arrivo del Papa a Ulan Bator
(reuters)ULAN BATOR – Quando i tre uomini cinesi sentono parlare italiano esclamano “Papa, Papa!”. Se ci sono in giro degli italiani, deve essere arrivato anche Francesco. Fanno capire subito di essere cristiani, con i gesti prima ancora che con le parole: uno di loro mostra orgoglioso una medaglia che porta al collo e che raffigura il volto di Cristo sofferente. Per arrivare a Ulan Bator hanno dovuto intraprendere un viaggio lungo, ma meno complicato che raggiungere Roma. Il Vaticano aveva confermato che ci sarebbero stati fedeli cinesi, ma nelle ultime ore si era diffusa la voce che le autorità di Pechino avessero vietato loro il viaggio. Non ci saranno, è vero, vescovi provenienti dalla Cina continentale, ma i fedeli sono arrivati. “Dalla Cina siamo circa duecento”, raccontano i tre pellegrini. Vedere il Papa di persona è un sogno che si realizza. “E’ l’erede di Pietro, il rappresentante di Cristo in terra, e garantisce la nostra fede”, spiegano: “Per noi è molto incoraggiante”.
Jorge Mario…
ULAN BATOR – Quando i tre uomini cinesi sentono parlare italiano esclamano “Papa, Papa!”. Se ci sono in giro degli italiani, deve essere arrivato anche Francesco. Fanno capire subito di essere cristiani, con i gesti prima ancora che con le parole: uno di loro mostra orgoglioso una medaglia che porta al collo e che raffigura il volto di Cristo sofferente. Per arrivare a Ulan Bator hanno dovuto intraprendere un viaggio lungo, ma meno complicato che raggiungere Roma. Il Vaticano aveva confermato che ci sarebbero stati fedeli cinesi, ma nelle ultime ore si era diffusa la voce che le autorità di Pechino avessero vietato loro il viaggio. Non ci saranno, è vero, vescovi provenienti dalla Cina continentale, ma i fedeli sono arrivati. “Dalla Cina siamo circa duecento”, raccontano i tre pellegrini. Vedere il Papa di persona è un sogno che si realizza. “E’ l’erede di Pietro, il rappresentante di Cristo in terra, e garantisce la nostra fede”, spiegano: “Per noi è molto incoraggiante”.
Jorge Mario Bergoglio è arrivato in Mongolia per incontrare la minuscola comunità cattolica, 1500 anime – erano 14 nel 1995 – su un totale di tre milioni di abitanti. Ma visitando questo paese chiuso a nord dalla Russia e a sud dalla Cina, Francesco guarda anche a Pechino, fin dalla traiettoria. Se all’epoca di Giovanni Paolo II l’aereo del Pontefice non poteva entrare nello spazio aereo cinese, Bergoglio è stato il primo Papa a sorvolare la Cina: lo ha già fatto nel 2014, diretto a Seul, e ora di nuovo nel corso del viaggio per Ulan Bator. Come vuole il protocollo, l’occasione per inviare un messaggio augurale al presidente Xi Jinping: “Assicurandovi le mie preghiere per il benessere della Nazione, invoco su tutti voi le benedizioni divine dell'unità e della pace”, ha scritto il Papa. Non scontata la risposta di Pechino: “La Cina è pronta a continuare a lavorare con il Vaticano per impegnarsi in un dialogo costruttivo, migliorare la comprensione, rafforzare la fiducia reciproca”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri. Pechino “promuoverà il processo di miglioramento delle relazioni tra i due Paesi”. Nell’alto e basso dei rapporti bilaterali, un buon risultato per la diplomazia vaticana.
Il Palazzo apostolico e la Cina non si parlavano dalla presa del potere di Mao Tse Tung. Poi, dopo vari tentativi, la svolta sotto Francesco: ancora niente rapporti diplomatici, ma la Santa Sede ha siglato con Pechino un accordo storico sulle nomine dei vescovi. Non è mancato, anche ultimamente, qualche sgarbo da parte cinese. Il fatto che i vescovi cinesi non possano accompagnare i fedeli a Ulan Bator – mentre sarà presente l’arcivescovo gesuita di Hong Kong, Stephen Chow – è la riprova di una tensione non appianata. Il rischio di un giro di vite delle libertà religiose è ben presente in Vaticano. Ma per il Papa latino-americano un appeasement è cruciale per il futuro del cattolicesimo.
Erede dei missionari gesuiti, Francesco ha più volte espresso l’ammirazione per la cultura cinese, sottolineando che la Chiesa non cerca potere politico, ma persegue il bene comune. Il peso geopolitico della Cina, per il Papa, è ancor maggiore da quando Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina: spera che Pechino possa indurre Mosca a deporre le armi, con prese di posizione registrate, anche negli ultimi giorni, dal Global Times, la voce ufficiosa delle autorità cinesi. E intende mandare presto il cardinale Matteo Zuppi a Pechino a proseguire la missione umanitaria iniziata a Kiev, Mosca e Washington. In un’intervista alla vigilia del viaggio in Mongolia, poi, il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin ha ricordato la disponibilità del Papa in persona a visitare la Cina.
Ora, però, Jorge Mario Bergoglio si concentra sulla Mongolia. Dopo un volo di oltre nove ore e un primo giorno di riposo, oggi incontra le autorità civili e i vescovi locali. Vuole valorizzare questo “piccolo gregge”, modello di una Chiesa minoritaria e creativa. La comunità cristiana qui è rinata dopo l’era dell’Unione Sovietica, quando tutte le religioni, a partire da quella buddhista tibetana, erano ridotte al lumicino. Insieme alla democrazia parlamentare, per la Mongolia è anche il momento di tentare di sganciarsi, almeno parzialmente, dalla Cina e dalla Russia.
Per rivendicare la propria identità, le autorità hanno rispolverato l’immagine del grande conquistatore Gengis Khan. La sua statua, oggi, domina la piazza centrale. Dove si affacciano palazzi moderni con insegne in cirillico, giovani studenti mangiano ad uno stand di cibo sudcoreano, e sventolano le bandiere mongole accanto a quelle giallo-bianche del Vaticano.