Gli scugnizzi di Zaporizhzhia: “Puliamo i fanali ai soldati per mantenere la famiglia”
dalla nostra inviata Brunella GiovaraBogdan e Nikola
ZAPORIZHZHIA – Nella sacchetta ci sono molti tesori. Un pacchetto di sigarette, ma schiacciato. Un bossolo di mitragliatrice. Una merendina Bounty. Un panino con la salsiccia mangiato a metà, “il resto lo tengo per dopo”. Non c’è una parola ucraina per dire scugnizzo, ma lui lo è, svelto di testa e di gambe, attraversa la guerra in ciabatte troppo grandi, ma corre e corre, è difficile fermarlo e parlare perché “io lavoro con i soldati. Io mantengo una famiglia”. E ciao, perché sta arrivando un suo amico.
Un tipo alto e barbuto, cammina con le stampelle e deve fare la visita. Bogdan sa tutto: “Era in trincea, e sai come succede… Il tank ha sparato, il contraccolpo lo ha sbattuto contro un albero. Ma ha solo una contusione, guarirà presto”. L’uomo appoggia la mano sulla testa rapata, gli regala una banconota piccola.
Ora, Bogdan ha 8 anni, e sa come va il mondo. Ci sono i “nostri” e c’è il nemico. I missili. Gli…
ZAPORIZHZHIA – Nella sacchetta ci sono molti tesori. Un pacchetto di sigarette, ma schiacciato. Un bossolo di mitragliatrice. Una merendina Bounty. Un panino con la salsiccia mangiato a metà, “il resto lo tengo per dopo”. Non c’è una parola ucraina per dire scugnizzo, ma lui lo è, svelto di testa e di gambe, attraversa la guerra in ciabatte troppo grandi, ma corre e corre, è difficile fermarlo e parlare perché “io lavoro con i soldati. Io mantengo una famiglia”. E ciao, perché sta arrivando un suo amico.
Un tipo alto e barbuto, cammina con le stampelle e deve fare la visita. Bogdan sa tutto: “Era in trincea, e sai come succede… Il tank ha sparato, il contraccolpo lo ha sbattuto contro un albero. Ma ha solo una contusione, guarirà presto”. L’uomo appoggia la mano sulla testa rapata, gli regala una banconota piccola.
Ora, Bogdan ha 8 anni, e sa come va il mondo. Ci sono i “nostri” e c’è il nemico. I missili. Gli incendi. C’è la fame. A volte manca l’acqua. E c’è lui, con il fratello Nikola, che ha 9 anni ma sono alti uguali. Due bambini che non sorridono mai, quanti ce ne sono in Ucraina così. Oggi comincia la scuola in tutto il Paese, “forse ci andiamo, non lo sappiamo ancora”. L’anno scorso siete andati? No. Negli sforzi enormi che fa l’Ucraina per proteggere i propri bambini, sfuggono questi e altri, nelle grandi città e nelle piccole, e nei paesi, dove però è più facile che qualcuno si accorga di te.
Dopo i bombardamenti, succede di vedere i bambini morti, con i capelli impastati di polvere e sangue. E quelli sopravvissuti, che guardano seri la rovina della propria casa. “La nostra non è mai stata colpita. Quella vicina sì”. Quella notte “siamo saliti sul tetto. Intorno a noi ogni cosa bruciava”. L’esplosione ha schiantato tutti i vetri. “La mamma ha detto che abbiamo pochi soldi, e ha messo dei fogli di plastica”. E quando farà freddo? “Non so. Forse avremo soldi abbastanza per comprare i vetri”.
Intanto stanno incollati alla vetrina del chiosco davanti all’ospedale militare di Zaporizhzhia. Dice la padrona che “vivono qui tutto il giorno. Sono bravi, ma molto poveri. Abitano là dietro”, dove sale la strada e si va verso una periferia di case vecchie, ancora di legno, e giardini selvatici, cataste di rottami, tende che sbattono. In questo mondo che sembra abbandonato, Bogdan e suo fratello portano da mangiare alla famiglia: “Siamo nove fratelli, il più piccolo è Jorik, ha un mese ed è molto bello”. La madre “è invalida, non può lavorare. E adesso che ha partorito, è sempre stanca. Mio papà? È morto, in un incidente stradale”. Ma “voglio dire la verità: era ubriaco”.
Però, “noi non chiediamo l’elemosina. Noi lavoriamo”. Il lavoro è pulire i fanali delle macchine che arrivano dal fronte. I vetri no, perché non ci arrivano. Le macchine molto incrostate, “chiediamo sempre se vogliono solo quelli davanti o anche quelli dietro”, avendo in mano solo una vecchia spugnetta. Fossimo a Napoli nel 1944, sarebbero quelli che gridavano “shoe shine!”, e lustravano le scarpe degli americani in libera uscita. Qui però non ci sono scarpe, solo anfibi. “Quelli gentili ci pagano, e danno anche la mancia”. O un regalo: un bossolo da 24 millimetri, con cui si può ben giocare. Ma sono tutti gentili, i feriti zoppicanti verso l’ospedale, e persino affettuosi. I soldati riconoscono la povertà, vedono i piedi neri di sporco, vedono che sono strabici, tutti e due. E rachitici, troppo piccoli per la loro età, troppo magri.
E certo non sono come i bambini che si rincorrono nel parco della Vittoria, e fanno il picnic sotto gli alberi. Le bambine che passeggiano con la mamma sul viale Soborna, che è la strada dei ricchi. I fiocchi rosa nei capelli, come le bambole di una volta. Ma anche loro sono figli della guerra, riconoscono l’arrivo del missile, l’odore dell’incendio, la paura dei genitori, sempre che li abbiano ancora.
A un certo punto suona l’allarme, e sono le potenti sirene di Zaporizhzhia. Quella dell’ospedale militare, poi, scuote l’aria e si abbatte sulle casette ordinate, i cespugli di rose coperte di polvere, le cataste di copertoni, erano una prima difesa dell’inizio della guerra, peraltro inutile. Avete paura? No. “Solo quando sentiamo il ba-bàm, ah sì. Lì però è troppo tardi”. Nessuno si muove. Si aspetta. I bambini da grandi vogliono diventare soldati, come quelli “feriti, ma forti”. E loro, al telefono con le mogli, si trovano davanti questi due bambini educati, che non chiedono, ma basta guardarli. “Venite con me, vi compro qualcosa”. Dietro il vetro ci sono le salsicce calde, il pane fresco, la cipolla affettata. I panini finiscono nelle borse a tracolla, e visto che è ora di pranzo, i due salgono al volo sul bus numero 2 e spariscono. Poi tornano, “a casa ci aspettavano”, le borse sono vuote. “L’esercito ci aiuta, la sera ci portano la minestra e la carne”, si immagina avanzata dalla mensa.
E senti, quanto guadagni con il tuo lavoro? “500 grivnie, anche 600, ma lavorando in due”. Fanno 15 euro al giorno. Ma bisogna rincorrere molti soldati per riempire le tracolle, un succo di frutta va molto bene per i fratelli più piccoli, le patatine se le mangiano loro, la Pepsi è per la mamma. Al regalo inaspettato di due accendini nuovi – uno rosso, uno azzurro, facilmente rivendibili – Bogdan domanda: “Perché ci fai un regalo? Non sei neanche un soldato”.