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Ucraina, la scuola ferita dalla guerra. Primo giorno all’ombra delle bombe

L'inno nazionale cantato dai bambini in una scuola di Irpin (Foto di Roman Pilipey/Afp)

 
A Zaporizhzhia la preside è sola: “Un tempo era una festa, ora le lezioni sono online. Siamo passati dal Covid al conflitto”. A Kiev scatta l’allarme e intervengono gli artificieri. L’Unicef: per i traumi subiti molti faticano a leggere
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ZAPORIZHZHIA — Seduta nel rifugio antiaereo, la preside Svitlana Panina è sola. Eppure, ieri era il primo giorno di scuola, il terzo anno scolastico dall’inizio della guerra. «Una volta era una festa. Per tradizione i bambini portano un mazzo di fiori all’insegnante, ed essendoci qui circa 400 iscritti, tra elementari e medie, erano 400 mazzi di fiori». Bei tempi, finiti già con la pandemia, «poi siamo entrati direttamente qui», in un sotterraneo che per quanto abbellito, resta un rifugio freddo con materassi e coperte, i bidoni dell’acqua potabile, le riserve di emergenza. Siamo entrati nella guerra, intende la preside, e «Zaporizhzhia è zona rossa. Quindi, è troppo rischioso far venire i ragazzi a scuola. Molto più sicuro continuare con le lezioni online. E quando il fronte si allontanerà abbastanza, allora penseremo se tornare alla presenza in classe».

Scuola costruita al tempo dell’Unione Sovietica, essenziale e funzionale, ma vuota. Il piccolo parco, perfetto ma vuoto.…

ZAPORIZHZHIA — Seduta nel rifugio antiaereo, la preside Svitlana Panina è sola. Eppure, ieri era il primo giorno di scuola, il terzo anno scolastico dall’inizio della guerra. «Una volta era una festa. Per tradizione i bambini portano un mazzo di fiori all’insegnante, ed essendoci qui circa 400 iscritti, tra elementari e medie, erano 400 mazzi di fiori». Bei tempi, finiti già con la pandemia, «poi siamo entrati direttamente qui», in un sotterraneo che per quanto abbellito, resta un rifugio freddo con materassi e coperte, i bidoni dell’acqua potabile, le riserve di emergenza. Siamo entrati nella guerra, intende la preside, e «Zaporizhzhia è zona rossa. Quindi, è troppo rischioso far venire i ragazzi a scuola. Molto più sicuro continuare con le lezioni online. E quando il fronte si allontanerà abbastanza, allora penseremo se tornare alla presenza in classe».

Scuola costruita al tempo dell’Unione Sovietica, essenziale e funzionale, ma vuota. Il piccolo parco, perfetto ma vuoto. Un cartello di benvenuto sul portone, inutile. Ieri mattina le autorità hanno incontrato i rappresentanti di tutte le scuole della città, e deciso insieme che da lunedì si farà così. Tutto e solo online.

La stessa cosa capita in molte altre scuole del Paese. E l’inaugurazione dell’anno scolastico spesso non c’è proprio stata. A Kiev è scattato un allarme bomba per tutte le scuole superiori (come se non ci fossero già abbastanza allarmi per i bombardamenti). La polizia ha quindi dovuto chiudere gli istituti, e gli artificieri hanno perso un sacco di tempo a controllarle una a una. Lo stesso a Zaporizhzhia, qualcuno ha lanciato l’allarme e sono partite le perquisizioni.

Altre scuole invece non hanno avuto problemi, e il presidente Zelensky si è collegato in videoconferenza con una quarantina di queste per fare gli auguri ricordando che «una volta il 1° settembre non lo apprezzavamo abbastanza. Adesso capiamo tutti» che è così importante, che i bambini e i ragazzi vivano insieme. Ma su 3,7 milioni di studenti, un milione studierà solo online. Sono le scuole vicine al fronte sud, e tutte quelle vicine a quello est, cioè il Donbass e la regione di Dnipro.

E giusto la settimana scorsa l’Unicef ha reso noto un rapporto sull’Ucraina, in cui si legge che molti studenti «portano le cicatrici mentali della guerra, faticano a ricordare come leggere e scrivere e a fare i calcoli di base». Eppure, ha detto la direttrice Unicef per Europa e Asia Centrale, Regina De Dominicis, «i bambini saranno essenziali per la ripresa e il futuro dell’Ucraina». Ma quelli che ancora vivono nelle zone rosse, altro che cicatrici. I bombardamenti li subiscono tutti i giorni, e le scuole spesso non esistono più.

«E’ un problema enorme, dei molti che abbiamo», dice la preside Panina. Spesso le scuole accolgono chi arriva da zone disastrate e ad altissimo rischio, «come Mariupol e Energodar», la città sede della centrale nucleare occupata dai russi. «Questi bambini sono molto provati, e ancora adesso durante gli allarmi aerei si tuffano sotto i banchi, perché sono terrorizzati. Dobbiamo aiutarli a uscire dal guscio in cui si sono rinchiusi». Quelli di Mariupol, sopravvissuti ai molti raid russi per costringere alla resa le truppe del battaglione Azov, asserragliate nell’acciaieria. Segnati dalle molte privazioni, la fame e la sete, il trauma delle uccisioni a cui hanno assistito.

Dei suoi scolari, nessuno è morto, «per fortuna. Ma abbiamo dei superstiti dell’occupazione di Orihiv, che hanno perso molti compagni». E ci sono quelli lontani, sfollati verso ovest, nelle zone meno pericolose, «o in Europa. Su quattrocento, 90 sono all’estero, per lo più in Polonia. Ma anche in Italia e Francia», e tutti gli altri Paesi che hanno accolto i profughi. Ma tutti saranno collegati online per le lezioni. L’insegnante nella classe vuota, loro lo vedranno e gli parleranno su Zoom. Naturalmente, quando tutto sarà finito «avremo bisogno dell’aiuto di molti psicologi, per tutti. I più piccoli, che sono chiusi come dei ricci, e i più grandi, e anche i loro genitori». Oggi gli psicologi sono rari, in Ucraina, ma molti ne stanno formando, per riparare in qualche modo i danni della guerra su più generazioni.

Perciò, non potendo fare la solita festa con i mazzi di fiori, la preside Panina ha ideato e diffuso a tutti un video di benvenuto, con due testimonial che hanno frequentato la scuola numero 20. Uno si chiama Stanislav Stoikov, e compare dal fronte, perché è un soldato: «Vi auguro che quest’anno si apra sotto un cielo di pace, nella scuola più bella del mondo, che è stata la mia» (intanto ieri ci sono stati i soliti bombardamenti, con morti e feriti, su Kherson, Kupiansk, Sumy, Kharkiv, Orihiv, Zaporizhzhia). Il secondo, Eduard Sarapij, centrocampista del Dnipro-1 e della nazionale: «Dovete essere fieri del vostro Paese, e imparare bene la storia e custodire questo presente. I vostri studi saranno utili alla prossima rinascita dell’Ucraina». Quando, nessuno lo sa.

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