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Il premier armeno Pashinyan: “La nostra dipendenza dalla Russia per la sicurezza è stata un errore strategico. In Nagorno Karabakh è in corso una pulizia etnica”

Il premier armeno Pashinya, a destra, stringe la mano al primo ministro russo Mishustin

 

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Il premier armeno parla a Repubblica mentre è impegnato in trattative con l’Azerbaijan per raggiungere un accordo: “Vogliamo fare il possibile per ottenere la pace, ma Baku mette in atto una pulizia etnica”.
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EREVAN – Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan è impegnato in trattative con l’Azerbaijan per raggiungere un accordo di pace, ma lancia l’allarme: “Vogliamo fare il possibile per ottenere la pace, ma nel Nagorno Karbakh l’Azerbaijan mette in atto una pulizia etnica”. La popolazione armena della contesa regione in questione sta vivendo una catastrofe umanitaria senza precedenti a causa del blocco da parte delle truppe azere del corridoio di Lachin, unico collegamento con l’Armenia, la cui viabilità dovrebbe essere garantita dai soldati russi. “Hanno fallito la loro missione, la Russia non vuole o non può avere il controllo del corridoio”. E mette in discussione la storica alleanza militare con Mosca: "Non è in grado di rifornirci armi e munizioni, dobbiamo diversificare la nostra politica di sicurezza per non dipendere da un’unica fonte”.


La popolazione armena del Nagorno Karabakh vive una catastrofe umanitaria senza precedenti. Il corridoio di Lachin, che è l’unico colleg…

EREVAN – Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan è impegnato in trattative con l’Azerbaijan per raggiungere un accordo di pace, ma lancia l’allarme: “Vogliamo fare il possibile per ottenere la pace, ma nel Nagorno Karbakh l’Azerbaijan mette in atto una pulizia etnica”. La popolazione armena della contesa regione in questione sta vivendo una catastrofe umanitaria senza precedenti a causa del blocco da parte delle truppe azere del corridoio di Lachin, unico collegamento con l’Armenia, la cui viabilità dovrebbe essere garantita dai soldati russi. “Hanno fallito la loro missione, la Russia non vuole o non può avere il controllo del corridoio”. E mette in discussione la storica alleanza militare con Mosca: "Non è in grado di rifornirci armi e munizioni, dobbiamo diversificare la nostra politica di sicurezza per non dipendere da un’unica fonte”.


La popolazione armena del Nagorno Karabakh vive una catastrofe umanitaria senza precedenti. Il corridoio di Lachin, che è l’unico collegamento terrestre tra questa regione e l’Armenia, è controllato di fatto dall’Azerbaijan che permette il traffico in uscita ma non in entrata. Mentre le merci non entrano e i cittadini soffrono la fame i primi gruppi di cittadini del Karabakh hanno lasciato la regione. È l’inizio della fine della presenza armena nel Karabakh?

«Fino ad oggi si sono spostate dal Karabakh verso l’Armenia un certo numero di persone con problemi medici e studenti. Poi ci sono 5000 abitanti del Nagorno Karabakh che prima del blocco si trovavano fuori da questa regione che non possono rientrare nelle proprie case e altri e 30mila che fino alla guerra del 2020 abitavano territori del Nagorno Karabakh poi passati sotto controllo azero, dove quindi non possono tornare. L’obiettivo azero è di ripulire il Nagorno  dalla presenza armena. Per questo hanno creato artificialmente una crisi umanitaria bloccando illegalmente il corridoio di Lachin. La Corte internazionale di giustizia ha dato mandato all’Azerbaijan di ripristinare il traffico in entrambe le direzioni, ma ciò non sta avvenendo. Ciò mostra che la crisi umanitaria è anche una crisi dell’ordine giuridico internazionale. Finché la sicurezza degli armeni del Karabakh non verrà garantita non si potrà raggiungere un accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan».

La viabilità lungo il corridoio di Lachin, secondo gli accordi del 2020, dovrebbe essere garantita dai peacekeepers russi. Come mai ciò non sta avvenendo?

«I peacekeepers russi hanno fallito la loro missione. La loro presenza nel Nagorno Karabakh dovrebbe assicurare la sicurezza della locale popolazione armena, che include la libertà di movimento. Ciò non sta avvenendo e di fatto il corridoio di Lachin non è sotto il loro controllo. Forse la Russia non può avere il controllo del corridoio oppure non vuole per una serie di ragioni in merito alle quali non voglio esprimermi. La Russia è presente nel Caucaso meridionale da tanto tempo e nel corso della storia ci sono stati momenti in cui si è allontanata all’improvviso. Oggi i nostri colleghi russi sostengono che i governi occidentali fanno pressioni sul governo armeno perché questo allontani l’influenza di Mosca dal Caucaso meridionale. In realtà stiamo vedendo che la Russia se ne sta andando spontaneamente dalla regione e non sappiamo perché. Ci sono indicatori che mostrano che potremmo alzarci una mattina e prendere atto che la Russia non è più qui».

In occasione dell’anniversario dell’indipendenza dell’Armenia lo scorso 23 agosto Lei ha detto: “L’agenda di pace adottata dal nostro governo è un’agenda di indipendenza, perché possiamo avere l’indipendenza se abbiamo la pace. Finché non abbiamo la pace il fantasma dell’URSS infesterà i nostri cieli, i cieli della nostra regione”. Significa che i colloqui che state intraprendendo con l‘Azerbaijan per raggiungere un trattato di pace sono un mezzo per diventare più indipendenti da Mosca?

«Vogliamo essere in generale più indipendenti. Ciò significa, per esempio, rendere le nostre politiche di sicurezza più diversificate. Il 99,9% dell’architettura militare dell’Armenia era legato alla Russia, soprattutto per quanto riguarda il rifornimento di armi e munizioni. Ma oggi la Russia ha bisogno di armi e munizioni per sé e non è in grado di rifornire l’Armenia, nemmeno se lo volesse. La dipendenza della nostra sicurezza da un’unica fonte è un errore strategico. Dopo avere assaggiato il sapore amaro di questo errore stiamo cercando di diversificare la nostra politica di sicurezza gettando uno sguardo diverso sulla nostra regione. Ci dobbiamo rendere conto che quando giunge il momento di essere realmente difesi ci troviamo a dipendere da un unico soggetto che non può o non vuole garantire la nostra sicurezza. Se la sicurezza non è garantita, non lo è nemmeno la nostra indipendenza».

Lei sta partecipando a un negoziato con l’Azerbaijan per raggiungere un accordo di pace. A che punto siamo?

«All’inizio delle discussioni avevamo fatto dei buoni progressi ma più procediamo più diventa difficile risolvere alcuni punti. La nostra posizione è quella di fare di tutto per fare progressi ed arrivare a firmare un trattato di pace con l’Azerbaijan che preveda dei meccanismi che realmente la mettano in atto. Abbiamo raggiunto un accordo a Bruxelles e prima ancora a Praga nel quale entrambe le parti hanno riconosciuto le rispettive integrità territoriali, cosa che avrebbe dovuto condurre ad un accordo di pace vero e proprio, in riferimento alla dichiarazione di Almaty del 1991 che prevede che l’indipendenza delle ex repubbliche sovietiche si basi sui loro confini di allora. L’Armenia ha riconosciuto gli 86.600 chilometri quadrati dei territori dell’Azerbaijan che a sua volta ha riconosciuto i 29.800 chilometri quadrati dell’Armenia. Baku dovrebbe riaffermare pubblicamente questo riconoscimento ma non lo sta facendo. Se l’Armenia e l’Azerbaijan falliscono nel riconoscere le rispettive integrità territoriali non ci sarà mai pace in Nagorno Karabakh».

Baku non solo controlla gran parte del Nagorno Karabakh ma occupa 150 chilometri quadrati di territorio armeno e rivendica un corridoio di terra che tagli in due l’Armenia. Sulla tv di Stato azera si continua a ripetere che alcune parti del vostro Paese appartengono all’Azerbaijan. Che garanzie ci sono che Baku rispetti gli accordi presi?

«Le garanzie sulla sicurezza possono esserci solo attraverso la pace. Per questo è importante firmare un accordo di pace con l’Azerbaijan e creare in questa regione un contesto geopolitico favorevole all’Armenia. Queste garanzie dovrebbero includere il riconoscimento delle reciproche integrità territoriali, quello dei diritti e della sicurezza dei cittadini armeni del Nagorno Karabakh e infine dei meccanismi che possano realmente implementare la pace. Ad oggi queste garanzie sono assenti e ciò ci impedisce di procedere. L’Azerbaijan sta infatti promuovendo una politica di pulizia etnica nel Karabakh. Il documento di pace non è stato ancora firmato proprio per questo e potrà essere ratificato solo quando queste garanzie verranno rispettate. Appena lo saranno il documento di pace verrà firmato».

Il suo governo sta spingendo molto per normalizzare le relazioni tra l’Armenia e la Turchia, grande alleato dell’Azerbaijan. Sperate che con questa normalizzazione Ankara freni le mire espansionistiche di Baku?

«Non vogliamo associare le nostre relazioni con la Turchia a quelle che abbiamo con l’Azerbaijan, cosa che invece Baku e Ankara fanno di continuo. Piuttosto vogliamo parlare della nostra sicurezza. Uno Stato può essere sicuro solo avendo relazioni con i propri vicini. La nostra posizione geografica ci impone di avere relazioni stabili e pacifiche con i nostri vicini, per questo per noi è molto importante regolare le nostre relazioni con la Turchia. Le mie recenti viste ad Ankara e i miei contatti con il presidente turco mi fanno pensare che lo sia anche per i turchi. Ci sono opportunità, anche se complesse, per diminuire le tensioni nel Caucaso meridionale».

A seguito della guerra in Ucraina l’Azerbaijan ha rafforzato i propri legami commerciali e politici sia con la Russia che con l’Unione Europea, rispetto a entrambe le quali è diventato un partner energetico strategico. L’Armenia è la grande sconfitta politica della guerra in Ucraina?

«Questa situazione è molto svantaggiosa per l’Armenia. Dato che siamo vincolati alla Russia in quanto parte dell’Unione Economica Euroasiatica e dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO. erede dell’alleanza militare tra diversi paesi nati dalla fine dell’Urss, ndr) molti esperti occidentali ci qualificano come un Paese filorusso. In Russia, invece, molti considerano l’Armenia come filoccidentale. Né Russia né Occidente ci considerano abbastanza allineati. Per esempio, nel caso degli eventi in Ucraina l’Occidente ci accusa di non avere preso una posizione di condanna sufficiente nei confronti della Russia, mentre Mosca di non averla sostenuta abbastanza. Al contempo il fatto che la CSTO non sia intervenuta, come previsto dagli accordi, a difenderci dagli attacchi dell’Azerbaijan mostra l’esistenza di una crisi di tutta questa alleanza».

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