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Kazakhstan, referendum sul nucleare. Il paese a caccia della “sicurezza energetica”

Grattacieli ad Astana

 
Ma le conseguenze sulla salute dei cittadini dei test atomici condotti tra il ‘49 e l’89 alimentano l’opposizione della popolazione. Tra i partner scelti per la costruzione di centrali anche la russa Rosatom
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TBILISI – Il Kazakhstan indirà un referendum per decidere se realizzare la sua prima centrale nucleare. L’annuncio è stato fatto venerdì dal presidente Kassym-Jomart Tokayev nel corso dell’annuale discorso sullo stato della nazione. “Occorre affrontare la questione della sicurezza energetica”, ha detto. “Il Kazakhstan non dovrebbe importare elettricità e dipendere dai Paesi vicini. La situazione odierna è inaccettabile sotto ogni aspetto, e in primo luogo dal punto di vista della sicurezza dello Stato”.

I Paesi vicini a cui fa riferimento il leader kazako in realtà è uno solo: la Russia. Una rete elettrica fatiscente, risalente all’era dell’Urss, e una domanda di energia sempre più elevata, non da ultimo a causa del ruolo del gigante centroasiatico come centro mondiale per l’estrazione di criptovalute, fa sì che Astana debba fare affidamento sulle importazioni dal suo vicino settentrionale. Nonostante ciò, i blackout negli ultimi anni sono stati frequenti, causando grande malumore tra…

TBILISI – Il Kazakhstan indirà un referendum per decidere se realizzare la sua prima centrale nucleare. L’annuncio è stato fatto venerdì dal presidente Kassym-Jomart Tokayev nel corso dell’annuale discorso sullo stato della nazione. “Occorre affrontare la questione della sicurezza energetica”, ha detto. “Il Kazakhstan non dovrebbe importare elettricità e dipendere dai Paesi vicini. La situazione odierna è inaccettabile sotto ogni aspetto, e in primo luogo dal punto di vista della sicurezza dello Stato”.

I Paesi vicini a cui fa riferimento il leader kazako in realtà è uno solo: la Russia. Una rete elettrica fatiscente, risalente all’era dell’Urss, e una domanda di energia sempre più elevata, non da ultimo a causa del ruolo del gigante centroasiatico come centro mondiale per l’estrazione di criptovalute, fa sì che Astana debba fare affidamento sulle importazioni dal suo vicino settentrionale. Nonostante ciò, i blackout negli ultimi anni sono stati frequenti, causando grande malumore tra la popolazione e conseguenze economiche di rilievo. Senza contare che quasi il 90 per cento dell’energia elettrica kazaka è generata da combustibili fossili: un processo altamente inquinante che contribuisce ad avvelenare l’aria dei maggiori centri urbani del Paese, che regolarmente figurano in ottima posizione nelle classifiche delle città con la peggiore qualità atmosferica su scala globale.

Così, accanto alla volontà di sviluppare il settore delle rinnovabili, da tempo Astana ha deciso di rivolgersi all’energia atomica. “Il Kazakhstan, in quanto maggior produttore di uranio al mondo, dovrebbe avere una propria produzione nucleare”, ha affermato Tokayev. Poi ha aggiunto: “D'altro canto, molti cittadini e numerosi esperti nutrono preoccupazioni circa la sicurezza delle centrali. Ciò è comprensibile, data la tragica eredità del sito di test nucleari di Semipalatinsk”. E qui il presidente kazako tocca un tasto dolente, la cui memoria è ancora vivida tra la popolazione dell’ex repubblica sovietica. Tra il 1949, quando Mosca fece esplodere la sua prima bomba atomica, e il 1989, il famigerato Poligono, un’area di quasi ventimila chilometri quadrati nelle steppe nordorientali dell’allora RSS kazaka, fu teatro di 456 test nucleari. Oltre un milione e mezzo di persone è stato esposto alle pesanti ricadute tossiche di questi esperimenti, i cui effetti perdurano ancora. Non stupisce che negli anni della glasnost’, quando le informazioni sulla contaminazione radioattiva divennero di dominio pubblico, in Kazakhstan si formò un grande movimento antinucleare che portò alla chiusura del sito. Così come non sorprende che il progetto delle autorità kazake incontri oggi una moderata opposizione.

“Nel 2019, nella mia piattaforma elettorale, avevo promesso che le scelte sulle questioni strategiche più serie sarebbero state prese tramite referendum”, ha dichiarato Tokayev. “L’approvazione o il rifiuto di procedere con la realizzazione di una centrale nucleare è una questione di estrema importanza per il futuro del nostro Paese. Pertanto, propongo di sottoporlo a un referendum nazionale. Le date specifiche saranno determinate in seguito”. Un passaggio che non impensierisce certo un regime autoritario in possesso di tutti gli strumenti di persuasione necessari affinché i cittadini acconsentano alla messa in pratica di una decisione che, ritengono gli analisti, è già stata presa. Anche il sito è stato individuato: si tratta di Ulken, cittadina a circa 300 chilometri a nordovest della vecchia capitale Almaty, sulle rive del lago Balkhash. Un centro urbano creato da zero negli anni Ottanta per ospitare i lavoratori di una centrale idroelettrica mai portata a termine. I palazzoni in cemento nel mezzo del nulla sono tutto ciò che possiedono i 1500 abitanti di questo luogo surreale. Lì, testimonia un recente reportage di RFE/RL, la prospettiva della costruzione di una centrale nucleare che porti lavoro e collegamenti con il mondo esterno pare allettante, malgrado la contrarietà dei pescatori locali, che temono la contaminazione delle acque del lago.

Lo scorso gennaio, il ministero dell’Energia ha nominato quattro potenziali partner stranieri per la costruzione dell’impianto: la francese EDF, la cinese National Nuclear Corporation, la sudcoreana Hydro & Nuclear Power e, inevitabilmente, la russa Rosatom. Quest’ultima è stata selezionata dai vicini Uzbekistan e Kirghizistan, anche loro alle prese con gli stessi problemi di Astana, come referente per la costruzione delle loro prime centrali nucleari.

Una decisione, quella di affidarsi al colosso dell’atomo russo, su cui le autorità kazake intendono invece riflettere con attenzione.

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