Iran, sale la tensione: arrestato anche lo zio di Mahsa Amini
a cura della redazione EsteriUn monito, per tutti. L’arresto stavolta è di quelli eccellenti. Da settimane le autorità di Teheran stanno cercando di neutralizzare familiari e parenti delle vittime delle rivolte che hanno scosso il Paese nel 2022. A finire nel mirino delle forze armate iraniane è stato ora un nome pesante: Safa Aeli, zio di Mahsa Amini, proprio colei che – indirettamente – ha dato il via alla stagione di ribellione e repressione nella Repubblica Islamica che dura da quasi un anno. L’uomo, 30 anni, è stato tratto in arresto nella città curda di Saqqez, Iran meridionale, la stessa dalla quale sua nipote partì per l’ultimo viaggio alla volta della Capitale e che ha costituito uno dei principali focolai delle proteste.
L’ organizzazione umanitaria Hengaw e gli attivisti di 1500 Tasvir hanno riportato che le autorità hanno circondato la residenza di Aeli con ben cinque veicoli, prima di prelevarlo – pare senza esibire alcun mandato – e trasferirlo in una localit…
Un monito, per tutti. L’arresto stavolta è di quelli eccellenti. Da settimane le autorità di Teheran stanno cercando di neutralizzare familiari e parenti delle vittime delle rivolte che hanno scosso il Paese nel 2022. A finire nel mirino delle forze armate iraniane è stato ora un nome pesante: Safa Aeli, zio di Mahsa Amini, proprio colei che – indirettamente – ha dato il via alla stagione di ribellione e repressione nella Repubblica Islamica che dura da quasi un anno. L’uomo, 30 anni, è stato tratto in arresto nella città curda di Saqqez, Iran meridionale, la stessa dalla quale sua nipote partì per l’ultimo viaggio alla volta della Capitale e che ha costituito uno dei principali focolai delle proteste.
L’ organizzazione umanitaria Hengaw e gli attivisti di 1500 Tasvir hanno riportato che le autorità hanno circondato la residenza di Aeli con ben cinque veicoli, prima di prelevarlo – pare senza esibire alcun mandato – e trasferirlo in una località sconosciuta.
Era il 13 settembre 2022 quando Mahsa, 22 anni, venne arrestata a Teheran con l’accusa di non indossare correttamente il velo: morì tre giorni dopo, colpita a calci e pugni mentre si trovava in custodia da parte delle forze di polizia della capitale. Ed è proprio l’approssimarsi del primo anniversario della morte della ragazza che mette in subbuglio il regime dell’ayatollah Ali Khamenei, timoroso di una recrudescenza delle manifestazioni che hanno infiammato il Paese nello scorso anno.
“Zan, Zengedi, Azadi!”, “Donna, vita, libertà!”, lo slogan che infiammava le piazze: e però di quel grido, a un anno di distanza, è rimasto poco o nulla. Dopo la repressione da parte delle autorità islamiche e le decine di esecuzioni ai danni dei manifestanti – inaugurate con l’impiccagione del 22enne Mohsen Shekari lo scorso 22 dicembre -, i pasdaran sono ai livelli di massima allerta. La città di Saqqez è blindata: non entra e non esce nessuno, gli alberghi non accettano forestieri. Persino la tomba di Mahsa è presidiata dalle telecamere.
Nella città in cui lo scorso ottobre le forze di sicurezza iraniane aprirono il fuoco e spararono gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti che si erano riuniti nel giorno della cerimonia di commemorazione a 40 giorni dalla morte della ragazza – quando nella tradizione sciita finisce il periodo del lutto – la tensione è sempre più alta. Il regime teme che le piazze tornino ad affollarsi e cerca di minimizzare la ricorrenza: obiettivo, arrivare indenne alle elezioni parlamentari della prossima primavera. Retate nei campus universitari, arresti arbitrari: ogni occasione vale per neutralizzare i presunti “nemici della Repubblica”.
Gli attivisti, del resto, lo ripetono da giorni. Le forze armate entrano nelle case dei parenti delle quattrocento vittime delle sommosse e portano con sé un familiare. Una persecuzione di Stato che non ha risparmiato leader di minoranze religiose, avvocati per i diritti umani, sportivi e musicisti. Ora è toccato al bersaglio, se non più grosso, forse più simbolico.