Cina, ora la richiesta al British Museum di restituire “i tesori rubati” diventa un tormentone social
dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - Editoriali sui quotidiani di Partito, servizi sulla tv di Stato e ora pure una mini-serie in tre puntate che sta spopolando sul web. La Cina aumenta il pressing sul British Museum per farsi restituire i reperti “rubati”.
L’ultima operazione - ideata da due influencer cinesi - è la serie dal titolo “Fuga dal British Museum”: tre brevi episodi disponibili su Douyin, la versione mandarina di TikTok, e su YouTube, nei quali si racconta la storia di una teiera di giada, che prende vita e diventa una ragazza, e che cerca di tornare in Cina, scappando dal museo di Londra, con l’aiuto di un giornalista cinese che vive nella capitale britannica. Quasi 300 milioni le visualizzazioni finora.
L'emittente di Stato Cctv si è subito fiondata sull’operazione, ripubblicando la serie, annunciando che è "basata sulla realtà" e affermando che "speriamo che le reliquie culturali cinesi perse all'estero tornino a casa il prima possibile”.
Il British Museum, che detiene la più grande collezione di…
PECHINO - Editoriali sui quotidiani di Partito, servizi sulla tv di Stato e ora pure una mini-serie in tre puntate che sta spopolando sul web. La Cina aumenta il pressing sul British Museum per farsi restituire i reperti “rubati”.
L’ultima operazione - ideata da due influencer cinesi - è la serie dal titolo “Fuga dal British Museum”: tre brevi episodi disponibili su Douyin, la versione mandarina di TikTok, e su YouTube, nei quali si racconta la storia di una teiera di giada, che prende vita e diventa una ragazza, e che cerca di tornare in Cina, scappando dal museo di Londra, con l’aiuto di un giornalista cinese che vive nella capitale britannica. Quasi 300 milioni le visualizzazioni finora.
L'emittente di Stato Cctv si è subito fiondata sull’operazione, ripubblicando la serie, annunciando che è "basata sulla realtà" e affermando che "speriamo che le reliquie culturali cinesi perse all'estero tornino a casa il prima possibile”.
Il British Museum, che detiene la più grande collezione di opere cinesi in Occidente - 23mila pezzi - ha subito crescenti pressioni in queste settimane - dalla Cina e non solo - dopo che il mese scorso circa 2mila tesori sono risultati scomparsi, rubati o danneggiati.
Il discorso sul patrimonio culturale cinese sta diventando sempre più delicato negli ultimi anni, dopo la spinta nazionalista del presidente Xi Jinping. Non aiuta, certo, che di mezzo ci siano gli inglesi: le frizioni tra l’ex Regno di Mezzo e la Gran Bretagna si fanno risalire già alla fine del ‘700, che poi portarono alle guerre dell’oppio e alla cessione di Hong Kong e a quel “secolo delle umiliazioni” della Cina ad opera delle potenze straniere.
Gli oggetti cinesi fanno parte del British Museum fin dalla sua fondazione, avvenuta grazie alla collezione di Sir Hans Sloane. Da allora la collezione è cresciuta fino a raggiungere circa 23mila oggetti che vanno dal Neolitico a oggi. Comprende un'ampia gamma di dipinti su seta, stampe, giade, bronzi, porcellane.
A fine agosto era stato il quotidiano Global Times, la voce più nazionalista del Partito, a pubblicare un editoriale in cui si chiedeva al British Museum di “restituire gratuitamente alla Cina tutte le reliquie culturali cinesi acquisite attraverso canali impropri, persino con mezzi immorali e vergognosi. Sarà un test sulla sincerità della Gran Bretagna nel cancellare la macchia coloniale e fare ammenda per i suoi peccati storici. Le enormi lacune nella gestione e nella sicurezza messe in luce da questo scandalo (la sparizione e i furti ad agosto, ndr) hanno fatto crollare l'affermazione di lunga data e ampiamente diffusa secondo cui gli oggetti culturali stranieri sono meglio protetti al British Museum”.
Il giornale elencava alcuni dei tesori custoditi dal museo londinese, tra i quali gli “Ammonimenti dell'istitutrice alle dame di corte” (capolavoro considerato una pietra miliare nella storia della pittura cinese), bronzi delle dinastie Shang e Zhou, sutra buddisti delle dinastie Wei e Jin. “È difficile risalire al modo in cui la Cina li ha persi esattamente, ma la maggior parte delle collezioni cinesi è stata certamente saccheggiata o rubata dalla Gran Bretagna quando ha creato e poi approfittato della crisi cinese”, continuava il giornale di Partito. “Se la Gran Bretagna non è in grado di dimostrare quale collezione sia stata acquisita legalmente e onestamente, la madrepatria di queste collezioni ha il diritto di chiederne il rimpatrio”.
Le richieste cinesi fanno eco a quelle di altri Paesi come il Sudan, la Nigeria, l'Egitto e la Grecia, che hanno chiesto negli anni passati al British Museum di restituire i reperti. Il Cairo chiede la restituzione della Stele di Rosetta, sottratta dall'impero britannico nel 1801. Atene si batte da anni per la restituzione dei marmi del Partenone.