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Embrioni in laboratorio: è giusto affrontare senza paura la paura della conoscenza

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Quello che chiamiamo mistero, mistero non è. Nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo, nella vita di questo universo, il mistero è un difetto, un’insufficienza della vista. Il processo di sviluppo di un embrione umano ha meccanismi e fasi sconosciute, segrete fino a qualche decennio fa e tuttora, a diverse latitudini: dove il venire al mondo resta magia e grazia divina. La mente del Sapiens che cerca, esplora, analizza, indaga, sperimenta, con i suoi strumenti fallibili, sfida il cuore dell’esistente: gli domanda di rivelare una verità ineffabile, pretende che sia visibile. È il Dante-Ulisse, o viceversa, che vorrebbe – fissando un solo punto di luce – squadernato il Tutto.

E invece, come può, con tenacia, con presunzione anche, con fatica, lo squaderna…

Quello che chiamiamo mistero, mistero non è. Nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo, nella vita di questo universo, il mistero è un difetto, un’insufficienza della vista. Il processo di sviluppo di un embrione umano ha meccanismi e fasi sconosciute, segrete fino a qualche decennio fa e tuttora, a diverse latitudini: dove il venire al mondo resta magia e grazia divina. La mente del Sapiens che cerca, esplora, analizza, indaga, sperimenta, con i suoi strumenti fallibili, sfida il cuore dell’esistente: gli domanda di rivelare una verità ineffabile, pretende che sia visibile. È il Dante-Ulisse, o viceversa, che vorrebbe – fissando un solo punto di luce – squadernato il Tutto.

E invece, come può, con tenacia, con presunzione anche, con fatica, lo squaderna a mano a mano, nemmeno pagina per pagina ma paragrafo per paragrafo, rigo per rigo. Al capitolo “nascita”, i ricercatori israeliani sono venuti a capo di un segmento di tempo minimo – non per primi: la scienza lavora nel silenzio e nella nostra distrazione, scommette sui minuti come fossero secoli. Il tempo minimo e prodigioso dello sviluppo di un organismo eucariote fra i sette e i quattordici giorni di vita. E già questa semplice ripetuta ovvia parola qui riprende una luce di miracolo, per l’appunto, biologico: all’istituto scientifico Weizmann di Rehovot non credo siano troppo sensibili al lessico retorico, ma più razionalmente chini su ciò che accade nel primo mese dello sviluppo embrionale. «Ancora poco indagato»: e dunque indagabile, ancora in parte sconosciuto, non per questo inconoscibile.

L’embrioide che imita «l’architettura 3D, l’organizzazione delle cellule» è un’imitazione vera tanto quanto il Vero, uno specchio artificiale del naturale. Ci sconvolge? Ci spaventa? È l’irrazionale, l’istinto, che rifiuta il suo contrario: l’ultra-razionale, l’esercizio sofisticatissimo, agguerrito, dell’intelligenza. I benefici di questo tentativo di vedere chiaro non si misurano stamattina. E forse nemmeno tra un decennio. Forse non andrebbero nemmeno misurati solo in termini pratici: interventi su gravidanze che non vanno a buon fine, correzioni di anomalie genetiche. Né bisogna farsi prendere da un’angoscia visionaria: il cinema e la letteratura ci hanno nutrito anche più del dovuto di distopie, in quadri che evocano destini irredimibili e irreversibili. Più che immaginare inquietanti creature sorte da embrioni simil-umani – così come temevamo invasioni di pecore clonate – possiamo provare a scommettere sulla partita del sapere che giochiamo tutta e comunque noi.

Come d’altra parte aveva intuito anche chi disponeva di strumenti molto meno sofisticati di lettura del mondo, le entità che potrebbero illuminarci sono il neonato e il cadavere, ma non possono farlo: «l’apparato atto a comunicarci le loro esperienze non è in sintonia con il nostro ricevitore». O non ancora. Così, a volerla vivere senza paura, l’avventura cominciata nei laboratori di Rehovot e altrove potrebbe avere perfino qualcosa di struggente. Farci fissare lo sguardo, limitato com’è, su quelle stupefacenti capriole al ralenti nell’«oceano privato» della membrana amniotica. E giocare con il ricordo impossibile di quando anche io che scrivo e voi che leggete – uso le parole di uno scrittore affascinato dalla scienza, Ian McEwan – fluttuavamo liberi in un sacco opalescente. Vivi, misteriosamente vivi.

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