Haiti, in 40mila asserragliati nello stadio per cercare rifugio dalla furia delle gang criminali
di Daniele MastrogiacomoMigliaia di persone sono rifugiate nello stadio a Port-au-Prince per cercare di salvarsi dalla furia delle gang criminali
(reuters)Esecuzioni sommarie, lapidazioni, corpi fatti a pezzi a colpi di machete o bruciati vivi. Immersa nell’inferno da oltre due anni, Haiti vive una nuova drammatica tappa della sua agonia. Stanca di stupri, rapimenti, torture e omicidi, la popolazione si ribella e decide di farsi giustizia da sola. I poliziotti non sono in grado di garantire il minimo di sicurezza. Sono pagati poco e raramente, rischiano la vita ogni giorno. E molti finiscono nei ranghi delle gang che, ormai, sono padrone di almeno l’80 per cento dell’isola caraibica.
Così, senza più speranze e molte alternative, chi ha la forza di restare ancora nel proprio quartiere e non arrendersi all’arroganza delle bande, da un paio di mesi si è organizzato in milizie che girano brandendo machete più che le pistole. Affrontano in gruppo i banditi che incontrano per strada, li inseguono e poi li finiscono in un vero sabba di sangue. L’orrore nell’orrore. L’Onu, la sola organizzazione rimasta a monitorare questa Apocalisse confer…
Esecuzioni sommarie, lapidazioni, corpi fatti a pezzi a colpi di machete o bruciati vivi. Immersa nell’inferno da oltre due anni, Haiti vive una nuova drammatica tappa della sua agonia. Stanca di stupri, rapimenti, torture e omicidi, la popolazione si ribella e decide di farsi giustizia da sola. I poliziotti non sono in grado di garantire il minimo di sicurezza. Sono pagati poco e raramente, rischiano la vita ogni giorno. E molti finiscono nei ranghi delle gang che, ormai, sono padrone di almeno l’80 per cento dell’isola caraibica.
Così, senza più speranze e molte alternative, chi ha la forza di restare ancora nel proprio quartiere e non arrendersi all’arroganza delle bande, da un paio di mesi si è organizzato in milizie che girano brandendo machete più che le pistole. Affrontano in gruppo i banditi che incontrano per strada, li inseguono e poi li finiscono in un vero sabba di sangue. L’orrore nell’orrore. L’Onu, la sola organizzazione rimasta a monitorare questa Apocalisse conferma che tra aprile e giugno scorsi almeno 238 presunti appartenenti ai gruppi criminali sono stati fatti fuori in modo atroce. Molti erano stati arrestati dalla polizia che ha potuto fare poco di fronte alla rabbia della gente che ha assaltato i commissariati, catturato i prigionieri, li portati all’esterno per giustiziarli davanti a tutti. Nessuno è intervenuto. Per evitare guai ma soprattutto perché convinto che solo in questo modo, con esecuzioni pubbliche, si può fronteggiare l’ondata di violenza che dilaga a Haiti.
Non tutti, comunque, sono armati di coraggio. Almeno 200 mila persone, secondo dati ufficiali, hanno preso il largo e sono fuggiti, via Cuba, Nicaragua, perfino Cile, per tentare di arrivare alla frontiera sud degli Stati Uniti. Ma altri 40 mila, costretti con la forza a lasciare le proprie case per le continue sparatorie tra le gang, si sono rifugiati nel terreno del Palazzetto dello sport trasformato in una grande tendopoli. Qui si sentono più al sicuro, protetti dalle mura e da drappelli di poliziotti che vigilano armi in pugno. I gruppi criminali (se ne contano almeno 200) li assediano con arroganza e sfrecciano a bordo dei loro mezzi, giorno e notte, esplodendo raffiche di armi automatiche per far sentire la loro presenza. La convivenza è difficile.
Scarseggia l’acqua e quella disponibile deve sfuggire ai controlli delle gang che la usano come arma di ricatto. C’è il rischio costante di malattie, ci sono focolai di colera. Tutte le ong hanno smobilitato ed è difficile persino farsi curare nei centri di Pronto soccorso presi di mira, con i proiettili che piovono all’interno degli ambulatori. L’organizzazione Medici senza frontiere è riuscita a tornare per riaprire le sue strutture sull’isola, ma opera in condizioni di grandi difficoltà.
Solo le chiese e le sedi di alcune organizzazioni religiose offrono riparo a chi cerca scampo dalla violenza. Dall’isola arrivano ogni giorno testimonianze strazianti su esecuzioni e rese di conti. A fine agosto una milizia ha aperto il fuoco contro alcuni manifestanti mobilitati da un leader di una chiesa evangelica. Ci sono stati sette morti. Quattro giorni fa un altro gruppo ha bruciato vive sette persone della stessa famiglia come ritorsione: avevano difeso un loro parente che faceva parte delle squadre di autodifesa.
L’appello lanciato dalle Nazioni Unite a creare una forza militare di contrapposizione per rimettere un po’ di ordine e di pace sull’isola è stato finora raccolto solo dal Kenya. Il governo di Nairobi si è offerto di inviare mille soldati e attende adesso il via libera del Palazzo di vetro. Ma ci sono molti dubbi. Se il Kenya motiva il suo sforzo con una sorta di solidarietà nei confronti di un popolo di origini africane, strappato dalle sue terre ai tempi della tratta degli schiavi, ci sono molte ong per diritti umani che ricordano i sistemi rudi adottati dall’esercito di Nairobi. Il timore è un aumento della violenza. Lo scopo della missione è addestrare la polizia locale, non sostituire gli agenti.
C’è chi sostiene che di fronte a una realtà così devastante i militari useranno il pugno di ferro. “La polizia del Kenya – assicura convinto Otsieno Namwaya, direttore di Human Rights Watch per l’Africa Orientale – esporterà la brutalità ad Haiti”. Il ministro degli Esteri di Nairobi, Alfred N. Mutua è convinto del contrario: “C’è una ragione per cui gli Usa, il Canada e altre nazioni dei Caraibi chiedono al Kenya di prendere l’iniziativa. E’ perché hanno fiducia nella professionalità dei nostri agenti e militari”. Mille tra soldati e poliziotti sono un’inezia rispetto alle forze militari schierate in passato sia dagli Stati Uniti sia dal Brasile, i soli due paesi che hanno cercato di sostenere con aiuti umanitari Haiti. Nel 1994, la missione a guida Usa schierò 21 mila uomini; dieci anni dopo il Brasile spedì un contingente di 13 mila. Ma in entrambi i casi fu un disastro, tra corruzione, stupri e un contagio di Aids e colera che uccise migliaia di abitanti. La Casa Bianca vuole evitare altri fallimenti. E poi impegnarsi in una nuova missione militare significa far riaffacciare l’incubo afgano.
Nell’attesa gli haitiani fanno ciò che lo Stato non è più in grado di fare. La cronica crisi politica e istituzionale, nata dopo l’omicidio del presidente Jovenel Moïse nell’estate del 2021, non si risolve. Esiste un presidente transitorio che dovrebbe essere confermato da un Parlamento disciolto da tempo. Il quale dovrebbe essere eletto a sua volta da un voto che si rimanda da 18 mesi. La situazione si è avvitata su sé stessa.
Gli Usa osservano impotenti. Pensano più agli aspetti giuridici dell’omicidio del presidente Moise. La portavoce dell’ufficio del procuratore del distretto meridionale della Florida ha annunciato che domani il teste chiave dell’assassinio si presenterà in aula e si dichiarerà colpevole. Si chiama Germán Rivera. E’ un ex generale dell’esercito colombiano. Stando alle accuse è lui ad aver messo in piedi la squadra di 20 mercenari che il 7 luglio del 2022 assaltò la casa del presidente e lo fece fuori. La sua testimonianza potrebbe dare una svolta a un caso ancora pieno di misteri. E forse allontanare il sospetto, come sostengono molti dei killer poi catturati, che dietro quell’attentato ci sia la mano della Cia.