Il negoziato tra Israele e Arabia Saudita entra nel vivo: ecco cosa chiedono i palestinesi
di Enrico FranceschiniIl leader palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas)
(reuters)LONDRA – “Stiamo per assistere a una svolta storica”, ha detto il mese scorso Benjamin Netanyahu. Il primo ministro israeliano si riferiva al possibile accordo di pace fra lo Stato ebraico e l’Arabia Saudita che gli Stati Uniti stanno mediando da mesi e cercando di portare a conclusione prima delle elezioni presidenziali del novembre 2024. Gli ostacoli a una simile intesa sono innumerevoli. Il passato dimostra, inoltre, che non sempre ci si può fidare delle parole di Netanyahu. Ma una cosa è certa: il negoziato è entrato in una fase attiva. Con una novità: i palestinesi, uno degli elementi chiave dell’accordo, sono disposti a fare concessioni, chiedendo dietro le quinte assai meno di quanto hanno finora chiesto pubblicamente.
Una svolta anche questa, a trent’anni dalla storica stretta di mano fra il premier israeliano Yitzhak Rabin e il capo dell’Olp Yasser Arafat, con Bill Clinton nel mezzo, sul prato della Casa Bianca, per la firma degli accordi di Oslo. Era il 13 settembre 1993. Tr…
LONDRA – “Stiamo per assistere a una svolta storica”, ha detto il mese scorso Benjamin Netanyahu. Il primo ministro israeliano si riferiva al possibile accordo di pace fra lo Stato ebraico e l’Arabia Saudita che gli Stati Uniti stanno mediando da mesi e cercando di portare a conclusione prima delle elezioni presidenziali del novembre 2024. Gli ostacoli a una simile intesa sono innumerevoli. Il passato dimostra, inoltre, che non sempre ci si può fidare delle parole di Netanyahu. Ma una cosa è certa: il negoziato è entrato in una fase attiva. Con una novità: i palestinesi, uno degli elementi chiave dell’accordo, sono disposti a fare concessioni, chiedendo dietro le quinte assai meno di quanto hanno finora chiesto pubblicamente.
Una svolta anche questa, a trent’anni dalla storica stretta di mano fra il premier israeliano Yitzhak Rabin e il capo dell’Olp Yasser Arafat, con Bill Clinton nel mezzo, sul prato della Casa Bianca, per la firma degli accordi di Oslo. Era il 13 settembre 1993. Trent’anni di mancate promesse e occasioni perdute, di sangue e altre guerre. Ora si affaccia una nuova opportunità, in grado di cambiare il Medio Oriente.
Questa settimana rappresentanti dell’Autorità Palestinese, come si chiama il governo autonomo che dagli accordi di pace con Israele del 1993 amministra parte della Cisgiordania, hanno incontrato a Amman e Riad alti responsabili del governo saudita e diplomatici del dipartimento di Stato americano. Questi incontri ad alto livello sono il prodotto di almeno un anno di trattative segrete. Della delegazione palestinese facevano parte due dei più stretti consiglieri di Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen, 87enne presidente dell’Autorità Palestinese ed erede di Yasser Arafat, lo storico leader dei palestinesi deceduto nel 2004: Majed Faraj, capo dei servizi di sicurezza palestinesi, e Hussein al-Sheikh, segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, il movimento un tempo capeggiato da Arafat e ora dal suo successore Abu Mazen. Già di per sé la presenza di due personaggi così importanti della nomenklatura palestinese rivela che il negoziato ha raggiunto una fase concreta.
Cosa guadagnerebbe Israele
In cambio del riconoscimento reciproco fra Israele e Arabia Saudita, tutte le parti coinvolte nella trattativa guadagnerebbero qualcosa. Dopo la pace del ’79 con l’Egitto, quella del ’93 con la Giordania e gli accordi di Abramo del 2020 con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco, stabilire relazioni diplomatiche con Riad aprirebbe Israele a una cooperazione politica, economica e militare con il più importante Paese sunnita odierno, sede dei luoghi più santi dell’Islam, antagonista dell’Iran sciita che Gerusalemme vede come l’avversario più pericoloso: fare la pace con i sauditi potrebbe essere davvero “una svolta storica” per lo Stato ebraico, come dice Netanyahu, aprendo la strada alla pace con altre nazioni del mondo islamico, anche fuori dal Medio Oriente, come l’Indonesia.
Cosa otterrebbe l’Arabia Saudita
Oltre a trovare in Israele un partner commerciale e nell’ambito della sicurezza (questione sulla quale i due Paesi già collaborano in modo ufficioso), l’Arabia Saudita otterrebbe dall’accordo una contropartita americana: assistenza a sviluppare la propria industria nucleare civile, aiuti militari ad alta tecnologia, l’impegno di Washington a difenderla da futuri conflitti. Riad avrebbe anche la consacrazione del suo principe ereditario e primo ministro, Mohammed bin Salman, più noto con l’acronimo Mbs, a leader internazionalmente accettato e riconosciuto, nonostante la terribile macchia dell’assassinio del giornalista dissidente Jamal Kashoggi nel 2018 nel consolato saudita di Istanbul.
Perché conviene anche agli Usa
Quanto all’America, Joe Biden incasserebbe un accordo non meno storico di quello mediato dai suoi predecessori Jimmy Carter (nel ’79), Bill Clinton (nel ’93) e Donald Trump (nel 2020), da presentare agli elettori alla vigilia del voto per la Casa Bianca 2024: una ragione in più per essere rieletto.
Uno Stato palestinese
Ma il patto prevede anche l’impegno di Israele a concessioni ai palestinesi, inclusi passi per rilanciare il negoziato di pace con Abu Mazen, con l’obiettivo specifico di creare “due Stati” fra il fiume Giordano e il Mediterraneo: il mantra di ogni amministrazione americana da Carter in avanti e dell’intero mondo arabo. Egitto, Giordania, Emirati Arabi, Bahrein e Marocco, nel firmare la pace con lo Stato ebraico, hanno sempre ribadito che tra gli obiettivi c’era appunto la creazione di uno Stato palestinese. Lo affermava anche l’Arabia Saudita, quando ormai una ventina d’anni fa propose un “grande scambio”: uno Stato palestinese in cambio della pace fra tutti i Paesi membri della Lega Araba e Israele. Allora non se ne fece niente. Stavolta c’è qualche speranza in più.
Le condizioni di Abu Mazen
Perché le indiscrezioni riportate in questi giorni dalla Bbc da Riad, e confermate da altre fonti nelle settimane precedenti, indicano due novità. La prima è che, diversamente dagli accordi di Abramo, quando l’Autorità Palestinese rifiutò di essere coinvolta nella trattativa, perché si sentiva svilita da Trump e offesa dalla sua decisione di spostare da Tel Aviv a Gerusalemme l’ambasciata americana, al negoziato fra Israele e Arabia Saudita partecipano anche i palestinesi. E la seconda novità è che essi sembrano pronti a fare notevoli concessioni.
Mentre a livello pubblico Abu Mazen ripete sempre che il suo assenso a un accordo fra Gerusalemme e Riad ha come condizione niente di meno della creazione di uno Stato palestinese a Cisgiordania, Gaza (che lui non controlla, essendo in mano ai fondamentalisti di Hamas dopo il completo ritiro israeliano nel 2005 – ma questo è un altro discorso) e Gerusalemme Est, negli incontri dei giorni scorsi a Riad e Amman (dove hanno visto la vicesegretaria di Stato americana Barbara Leaf) i suoi emissari hanno posto condizioni differenti.
Tra cui queste: il trasferimento all’Autorità Palestinese delle parti della Cisgiordania attualmente sotto controllo israeliano, pari al 61 per cento del territorio cisgiordano, catalogate come Area C negli accordi di pace del ’93 (l’area A, sotto esclusivo controllo palestinese, è pari al 18 per cento del territorio cisgiordano, l’area B, sotto controllo misto palestinese e israeliano, è pari al 22 per cento); la “completa cessazione” della crescita degli insediamenti israeliani, le cosiddette “colonie ebraiche”, in Cisgiordania; la ripresa degli aiuti finanziarti sauditi all’Autorità Palestinese, interrotti tre anni fa per dissidi fra Riad e Abu Mazen, per un valore di 200 milioni di dollari l’anno; la riapertura del consolato americano a Gerusalemme Est, di fatto l’ambasciata degli Usa presso i palestinesi, chiuso da Trump; e la ripresa del negoziato di pace israeliano-palestinese dal punto in cui fu interrotto dall’allora segretario di Stato americano Kerry nel 2014.
Sono richieste molto significative, tanto è vero che – sempre secondo le indiscrezioni – gli Stati Uniti le considerano eccessive. Ma sono molto lontane dalla richiesta ufficiale di uno Stato palestinese in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme est. Beninteso, lo spazio per un compromesso rimane egualmente stretto. A parte tutte le altre difficoltà, ci sono seri dubbi che Netanyahu e il suo governo di estrema destra siano disposti a concedere qualcosa ai palestinesi e a riaprire la trattativa. Non per nulla Tamir Pardo, fino al 2016 capo del Mossad, il celebre servizio di spionaggio israeliano, ha dichiarato questa settimana in un’intervista a Repubblica che Netanyahu rischia di trasformare Israele “in una teocrazia” e che alcuni membri del suo governo sono, nei confronti dei palestinesi, “dei razzisti come il Ku Klux Klan”, o peggio.
Infatti, Thomas Friedman, columnist due volte premio Pulitzer del New York Times e profondo conoscitore del Medio Oriente, dove è stato a lungo corrispondente del suo giornale, ha scritto qualche giorno fa un lungo editoriale per affermare che l’unico accordo accettabile per gli Stati Uniti sarebbe un accordo in grado di provocare la caduta del governo Netanyahu e l’avvento di una nuova coalizione a Gerusalemme, un’alleanza delle forze israeliane “di centro destra e centro sinistra”, per salvare Israele dalla deriva autoritaria verso cui la porta il premier più longevo della sua storia.
Martedì scorso Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, supervisore della trattativa fra israeliani e sauditi per conto del presidente Biden, ha detto ai giornalisti: “Non aspettatevi alcun annuncio imminente o una svolta nel prossimo futuro”. La parola da sottolineare è “imminente”. Ma le parti stanno dialogando e c’è ancora più di un anno prima delle elezioni presidenziali americane. Non è affatto detto che l’obiettivo sarà raggiunto, eppure qualcosa si muove. E, rispetto all’immobilismo che ha caratterizzato troppo spesso la diplomazia in Medio Oriente, è un movimento da tenere d’occhio.