Hoffman: “Niente paura, l’Intelligenza artificiale non cambierà l’uomo. Semmai succederà il contrario”
di Eugenio OccorsioBologna — «Amplification intelligence». La chiama così Reid Hoffman, uno dei padri riconosciuti dell’intelligenza artificiale. «Non abbiatene paura perché non c’è nulla di artificiale: si tratta di facoltà umane “amplificate”, rese più veloci, più produttive, magari in grado di trovare connessioni alle quali noi non avevamo pensato, ma sempre frutto dell’“intelligenza naturale” dell’homo sapiens e degli input che le diamo. E aiuterà l’uomo nel suo progresso. Certo, può capitare nelle mani sbagliate, ma come ogni strumento: molto maggiori sono i benefici per l’umanità».
Hoffman questo pomeriggio, presentato da Romano Prodi, pronuncerà un appassionato discorso in Piazza Maggiore, modello Steve Jobs, rivolto a 800 laureati della Bologna Business School guidati dal “dean” Max Bergami e da Alec Ross, già consulente tecnologico di Obama e Hillary Clinton e oggi docente alla Business School. Hoffman, nato a Palo Alto nel cuore della Silicon Valley, è l’incarnazione dello “startupper” coraggi…
Bologna — «Amplification intelligence». La chiama così Reid Hoffman, uno dei padri riconosciuti dell’intelligenza artificiale. «Non abbiatene paura perché non c’è nulla di artificiale: si tratta di facoltà umane “amplificate”, rese più veloci, più produttive, magari in grado di trovare connessioni alle quali noi non avevamo pensato, ma sempre frutto dell’“intelligenza naturale” dell’homo sapiens e degli input che le diamo. E aiuterà l’uomo nel suo progresso. Certo, può capitare nelle mani sbagliate, ma come ogni strumento: molto maggiori sono i benefici per l’umanità».
Hoffman questo pomeriggio, presentato da Romano Prodi, pronuncerà un appassionato discorso in Piazza Maggiore, modello Steve Jobs, rivolto a 800 laureati della Bologna Business School guidati dal “dean” Max Bergami e da Alec Ross, già consulente tecnologico di Obama e Hillary Clinton e oggi docente alla Business School. Hoffman, nato a Palo Alto nel cuore della Silicon Valley, è l’incarnazione dello “startupper” coraggioso e un po’ incosciente. Ha finanziato Facebook all’inizio, fondato PayPal con Elon Musk e Peter Thiel, lanciato Linkedin, ma soprattutto ha creato OpenAI e ChatGpt con Sam Altman (che a sua volta sarà ospite del gruppo Gedi alla TechWeek il 27 settembre a Torino): «Ho partecipato a tutto lo sviluppo di Internet ma questa è la più grande rivoluzione tecnologica della mia vita». Ora Hoffman, dopo aver lasciato OpenAI nelle capaci braccia di Microsoft, ha fondato InflectionAI per innovare ulteriormente la tecnologia. Prima degli incontri all’università, esuberante ed entusiasta, ci ha chiarito alcuni punti: «Non c’è pericolo che l’AI meccanicizzi l’uomo. Semmai sarà l’uomo a umanizzare le macchine».
Come vede il ruolo dell’Italia in questa partita?
«Mi emoziono sempre quando vengo in Italia, la patria di Leonardo da Vinci e tanti altri geni e inventori. È una terra d’elezione perfetta per l’AI: ci sono scuole di prestigio come questa che mi ospita e c’è un humus di startup create da giovani pieni di idee ed entusiasmo. Viste le potenzialità vi manca pochissimo per il salto di qualità. Se posso dare un consiglio ai giovani è: il business contempla gli errori, i fallimenti, le frenate. Poi si riparte, non fatevi prendere dallo sconforto. Così è nata la Silicon Valley, non c’è motivo perché non possa accadere lo stesso in Italia. Inoltre state elaborando norme per tutelare la privacy e il copyright che danno la giusta misura della presenza del governo».
Anche in America si tenta di difendere gli utenti?
«La polarizzazione del sistema politico paralizza le riforme, ma sarebbe importante in vista delle elezioni 2024, soprattutto se Trump si candiderà e i russi tenteranno di appoggiarlo. L’AI è un’arma in più in mano agli hacker, ma anche uno strumento di difesa migliore. Sarà una battaglia».
E i rapporti con i cinesi?
«Stanno sviluppando la loro versione di AI. Ormai il mondo è diviso in blocchi anche qui. Due Internet, due AI».
Chissà quante volte le obiettano: di fronte all’AI, che fare contro gli abusi, le insidie per la privacy, la mattanza di posti di lavoro?
«Qualche lavoro andrà perduto, ma sarà compensato da tanti altri più interessanti, più gratificanti e meglio pagati che nasceranno grazie ai miglioramenti di produttività resi possibili dall’IA. Non a caso l’apprezzamento dell’IA di chi già ci lavora è alto. Dateci due anni o poco più e ogni medico, avvocato, educatore, giornalista, ingegnere, grafico e via dicendo, avrà un suo assistente personale sullo smartphone. Ripeto, un assistente, non un sostituto né un “copilota”. Ogni cittadino avrà a disposizione un centro medico su misura, ogni studente un tutor paziente e competente».
Come con i motori di ricerca, c’è un problema di affidabilità?
«Ho appena pubblicato un libro, Impromptu (“Improvvisazione”, ndr) e il mio coautore è ChatGpt. Il libro è basato sulle domande che pongo all’AI e sulle risposte: man mano che divento più insistente e puntuale, il software si evolve, ricorre a nuovi dati fra i miliardi che ha incamerato, li elabora per adattarli alla situazione, cita nuovi autori, riconosce le provocazioni, capisce quando scherzo e risponde a tono».
E bisogna credergli quando fornisce un’informazione?
«A differenza di tanti umani, l’AI non ha certezze. Di fronte a una questione controversa, cita diverse risposte ognuna con la sua fonte, e affida all’interlocutore la responsabilità di scegliere. Tutto questo non potrà che migliorare man mano che verranno immessi nel sistema nuovi studi e ricerche. L’AI li offre in tempo reale: lì è finito il suo compito, sta a noi trarre le conclusioni».