La crisi di Oxford Street: la via dello shopping di Londra è paralizzata
di Enrico FranceschiniLONDRA – Milioni di turisti di tutto il mondo, italiani inclusi, ne hanno calpestato i marciapiedi per anni in tutte le stagioni. È la via dello shopping londinese per antonomasia, due chilometri di grandi magazzini, boutique e negozi nel cuore della capitale, dove si va tradizionalmente a fare acquisti, nel fine settimana e in particolare nel mese prima di Natale, quando un muro di folla impedisce quasi di muoversi. Ma Oxford Street è in crisi. Vari investitori promettono di salvarla, resta in dubbio se ci riusciranno, come segnala in questi giorni il Financial Times.
Una delle iniziative che dovrebbero rilanciarla è in fase di costruzione: si chiama Pocket Planet, consiste in una riproduzione “tascabile” dell’intero pianeta terra (sullo stile di Italia in miniatura, il parco divertimenti che esiste dagli anni Sessanta sulla Riviera romagnola) e aprirà nel 2025. Mark Vlassopulos, l’investitore di origine greca che ha messo 15 milioni di sterline nel progetto, è ottimista: “Daremo la …
LONDRA – Milioni di turisti di tutto il mondo, italiani inclusi, ne hanno calpestato i marciapiedi per anni in tutte le stagioni. È la via dello shopping londinese per antonomasia, due chilometri di grandi magazzini, boutique e negozi nel cuore della capitale, dove si va tradizionalmente a fare acquisti, nel fine settimana e in particolare nel mese prima di Natale, quando un muro di folla impedisce quasi di muoversi. Ma Oxford Street è in crisi. Vari investitori promettono di salvarla, resta in dubbio se ci riusciranno, come segnala in questi giorni il Financial Times.
Una delle iniziative che dovrebbero rilanciarla è in fase di costruzione: si chiama Pocket Planet, consiste in una riproduzione “tascabile” dell’intero pianeta terra (sullo stile di Italia in miniatura, il parco divertimenti che esiste dagli anni Sessanta sulla Riviera romagnola) e aprirà nel 2025. Mark Vlassopulos, l’investitore di origine greca che ha messo 15 milioni di sterline nel progetto, è ottimista: “Daremo la sveglia a Oxford Street”. Lui stesso, tuttavia, ammette che al momento la via dello shopping è “un po’ malandata” e che i suoi attuali inquilini dovrebbero rimetterla in sesto.
Le cifre fotografano il declino: attualmente 42 dei 269 negozi, magazzini o empori di Oxford Street sono vacanti, pari al 16 per cento, un notevole aumento rispetto al 2019, l’anno prima della pandemia, quando soltanto il 4 per cento erano sfitti. È diminuito anche il numero dei visitatori, che in assoluto rimangono tanti, una media di 1 milione e 400 mila persone al mese, ma sono un quinto di meno che prima del Covid.
Due degli storici “department stores” che adornano la strada, Debenhams e House of Fraser, hanno definitivamente chiuso; un terzo, John Lewis, ha ridotto gli spazi. E al posto di numerose boutique sono comparsi negozi di caramelle, dolciumi e souvenir, che abbassano il prestigio della via. “Fare una passeggiata per Oxford Street è una vergogna nazionale”, dice al quotidiano finanziario britannico Richard Pennycook, ex-direttore degli adiacenti grandi magazzini Fenwick e della catena di supermercati Co-op. “Sono dieci anni che cade a pezzi”.
La crisi ha vari motivi. Il più recente è la pandemia, che ha interrotto del tutto l’attività durante due lunghi lockdown e l’ha rallentata per due anni con le limitazioni ai contatti. Ma altre strade dello shopping internazionale si sono riprese meglio di Oxford Street dall’apice del Covid, sottolinea l’inchiesta del Ft, come via del Corso a Roma e gli Champs Elysées a Parigi. Una ragione più generale è la crescita dello shopping digitale, che nel Regno Unito rappresenta oggi il 27 per cento di tutte le spese al dettaglio, il doppio di un decennio fa. Ma questo è un problema che riguarda anche altre vie dello shopping, in altri paesi.
L’impressione è che Oxford Street sia rimasta per troppo tempo seduta sul proprio successo, senza rinnovarsi, e che abbia oggi una concorrenza più agguerrita da altri centri dello shopping londinese: come la sempre più vivace area di Covent Garden e Seven Dials; la vicina Carnaby Street, radicalmente restaurata e modernizzata; il mercatino delle pulci di Camden, che è diventato un mercatone immenso, non certo più soltanto “delle pulci”; o Westfield Stratford, il grande magazzino più grande d’Europa, a sua volta circondato di negozi e ristoranti, che ha aperto accanto all’ex-Parco Olimpico dei Giochi del 2012. Può darsi che iniziative come Pocket Planet, quando aprirà fra due anni, portino nuova linfa alla strada. La domanda è se la rivaluteranno o la spingeranno verso un diverso tipo di turismo e di utenti, più orientato a un consumo da fast food che ai grandi magazzini e ai marchi di qualità che un tempo distinguevano la zona. Le luci di Piccadilly Circus, ora ad alta tecnologia, continuano a splendere non lontano da Oxford Street, i mega-store della Nike e della Apple sono ancora all’angolo di Oxford Circus, ma lo shopping cambia riti, luoghi e costumi. E, parafrasando il Gattopardo, la legge del marketing richiede di cambiare tutto, se si vuole restare se stessi.