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Alluvione in Libia, apocalisse Derna: 10mila dispersi nella città sommersa

Già recuperati un migliaio di corpi. Aiuti dall’Italia e dai rivali di Tripoli. Dalla Cirenaica colpita dal disastro si teme possa partire una nuova ondata di migranti
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Unità della marina militare libica navigano al largo di Derna per recuperare i corpi «di intere famiglie che sono state spazzate via in mare», dicono in un comunicato. È quello che è successo a circa un quarto della città di centomila abitanti: le case, la gente che ci abitava e i veicoli, tutto travolto e trascinato verso il Mediterraneo.

Fonti del governo di Bengasi dicono che i morti sotto la piena rossastra sono 2.300 e secondo la mezzaluna Rossa ci sono 10mila dispersi. Sono stime e per ora i locali hanno recuperato e adagiato nelle strade della città un migliaio di corpi, ma è anche vero che per come si è svolto il disastro è possibile che molte vittime non saranno mai trovate. Nelle prime foto aeree arrivate dalla città quello che colpisce non è soltanto la di…

Unità della marina militare libica navigano al largo di Derna per recuperare i corpi «di intere famiglie che sono state spazzate via in mare», dicono in un comunicato. È quello che è successo a circa un quarto della città di centomila abitanti: le case, la gente che ci abitava e i veicoli, tutto travolto e trascinato verso il Mediterraneo.

Fonti del governo di Bengasi dicono che i morti sotto la piena rossastra sono 2.300 e secondo la mezzaluna Rossa ci sono 10mila dispersi. Sono stime e per ora i locali hanno recuperato e adagiato nelle strade della città un migliaio di corpi, ma è anche vero che per come si è svolto il disastro è possibile che molte vittime non saranno mai trovate. Nelle prime foto aeree arrivate dalla città quello che colpisce non è soltanto la distruzione in primo piano, è anche il colore fangoso del mare per molti chilometri al largo prima di tornare azzurro – è il segno che quello che è sparito dalla terraferma va cercato laggiù.

C’era sempre stato un cannone ad acqua puntato verso Derna, soltanto che per la scarsità di piogge era sempre sembrato una minaccia inverosimile. Immaginate un canale dritto che attraversa l’altopiano che sovrasta la città, poi scende bruscamente a tagliarla in due metà e infine dopo essere passato sotto quattro ponti si getta in mare. Si chiama Wadi Derna e serve per l’acqua da irrigazione, ma a volte è così poca che resta asciutto. A dodici chilometri dalla costa c’è una diga alta 75 metri costruita dagli jugoslavi tra il 1973 e il 1977. Poi, proprio sull’orlo dell’altipiano dove comincia la caduta velocissima verso la città, c’è un’altra diga di 45 metri costruita sempre dagli jugoslavi negli stessi anni.

Nella notte tra sabato e domenica il ciclone Daniel con le sue piogge ha caricato il cannone con una quantità enorme di acqua, come non si era mai vista da quando si registrano le precipitazioni in quella zona. L’acqua ha fatto saltare la prima diga, ha fatto saltare la seconda, ha percorso tutto il canale e in fondo ha colpito Derna. Ha tolto il terreno da sotto i palazzi condominiali costruiti uno attaccato all’altro e troppo vicini al fiume, li ha fatti crollare dentro la corrente fangosa, ha disintegrato i ponti e ha sparato in mare tutto quello che aveva incontrato lungo il percorso, terra, calcinacci, persone e veicoli. È successo di notte, ma se fosse successo di giorno avremmo visto la foce dello Wadi Derna – per l’occasione diventata immensa – sputare un pezzo di città, c’è chi dice fino a un quarto, e una macchia color pozzanghera espandersi a molti chilometri dalla costa nel blu del Mediterraneo, come un fungo atomico che si allargasse in orizzontale. In altre città vicine sulla costa e più piccole, come Susa, Bayda e al Marj ci sono stati 60 morti, ma non c’è stato l’effetto cannone ad acqua – non c’erano i difetti infrastrutturali che hanno reso tutto più pericoloso.

Derna oggi è tagliata fuori dal resto della Libia, non ci sono strade di collegamento percorribili con le auto, non c’è elettricità, non ci sono comunicazioni telefoniche e filtrano soltanto i racconti dei primi evacuati portati via dalla zona. «Tutti abbiamo perso dei parenti, ma non uno o due: dieci persone per famiglia».

Safia Mustafa, 41 anni, madre di due ragazzi, dice ad Al Jazeera che sono riusciti a scappare dal loro appartamento prima che il palazzo crollasse, sono saliti sul tetto e da quello sono passati sui tetti degli altri palazzi. «Pensavamo che fosse pioggia forte ma a mezzanotte abbiamo sentito un’esplosione ed era la diga che si rompeva», dice un altro scampato.

Egitto, Turchia e Algeria – i Paesi che hanno rapporti più stretti con i due governi della Libia – hanno mandato aerei e squadre di soccorso, e anche le Nazioni Unite, gli Usa e la Russia si stanno mobilitando per inviare aiuti. Una squadra italiana della Protezione civile è già in Libia, un team iniziale di specialisti che deve capire dove operare e che cosa serve e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha sentito al telefono il generale Haftar. Anche il governo di Tripoli ha mandato un aereo carico di aiuti verso la Cirenaica – e sembra un gesto scontato ma quattro anni fa il generale Haftar aveva attaccato la capitale libica con il suo esercito e l’aveva assediata per nove mesi di guerra civile, prima di rinunciare e andarsene. Come talvolta accade, la riconciliazione politica sfrutta opportunità impensate.

La costa della Cirenaica colpita dal disastro è di solito una piattaforma di lancio per i grandi barconi carichi di migranti, in maggioranza egiziani, siriani e pachistani, che vanno verso la Calabria. Adesso da sponda di partenza si è trasformata in area di calamità e secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni adesso ci sono ancora più incentivi a partire dalla Libia e a unirsi al flusso molto forte di queste settimane.

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