Esteri

Alluvioni in Libia, fosse comuni a Derna per evitare il rischio di epidemie. L’Onu, “la maggior parte delle vittime potevano essere evitate”

Alluvioni in Libia, fosse comuni a Derna per evitare il rischio di epidemie. L’Onu, “la maggior parte delle vittime potevano essere evitate”
(afp)

I morti accertati sono 5.300, ma il numero potrebbe salire fino a 20mila. Secondo le Nazioni Unite i governi di Tripoli e Bengasi stanno collaborando: “È un buon segnale”

3 minuti di lettura

Cinque giorni dopo la catastrofe che ha colpito la città di Derna nell’Est della Libia, il conto preciso dei morti è ancora difficile da fare perché l’alluvione portata dal ciclone Daniel ha trascinato in mare la stragrande maggioranza delle vittime. Quelle che sono state ritrovate sulla terraferma – nel paesaggio in rovina lasciato dall’acqua dopo che due dighe a monte della città hanno ceduto – rischiano di essere soltanto una piccola parte del totale.

Per adesso il sindaco Abdulmenam al Ghaithi dichiara che i morti accertati sono 5.300 e il numero potrebbe salire fino a ventimila. Ma appunto è un conto fatto a spanne, che i funzionari libici provano a calcolare guardando la città ancora sotto il fango, i quartieri distrutti dall’inondazione, gli edifici che non ci sono più e poi stimando quante persone potevano esserci e adesso mancano ancora all’appello delle famiglie.

“La paura è che il numero totale sia ancora più alto perché ci sono tantissime persone disperse che non hanno contattato i parenti, o forse i loro telefoni sono guasti. Non sappiamo se sono vivi, se sono ancora sotto le macerie, se sono morti o se sono in mare", dice Guma el Gamaty, professore di università e capo del partito politico Taghyr. Un inviato della Cnn sul posto dice che “ci sono cadaveri dappertutto”. A Derna non c’è connessione e per comunicare è necessario uscire dalla città e raggiungere un punto dove i telefoni possono di nuovo prendere la linea.

Hichem Abu Chkiouat, ministro dell'Aviazione civile nel governo di Tobruk – che amministra l’Est della Libia – dice ai media locali che “dal mare spuntano di continuo decine di corpi”. La marina militare libica lavora lungo la costa e ne ripesca molti, che poi sono portati a Tobruk per l’identificazione. Nella stessa area dovrebbero arrivare presto anche due navi della Marina italiana.

Secondo il sindaco, uno dei problemi più urgenti è dove sistemare i cadaveri che riaffiorano dal fango o in mare perché ambulatori, ospedali e obitori sono già pieni – del resto Derna aveva un sistema ospedaliero già molto carente prima del disastro e insufficiente a servire i suoi centomila abitanti. Per adesso molti cadaveri sono portati fuori dalla città e seppelliti in grandi fosse comuni, dopo un rapido prelievo del Dna che consentirà un giorno di dire alle famiglie se il loro caro era stato trovato oppure no. Se non saranno seppelliti abbastanza in fretta si rischia un’epidemia. I soccorritori in città hanno anche fatto un appello per ricevere più sacchi per i cadaveri.

Le Nazioni Unite sostengono che entrambi i governi libici, quello di Tripoli e quello di Tobruk – quest’ultimo è soltanto un paravento politico del potere del generale Khalifa Haftar, che ha il centro dei suoi affari a Bengasi – stanno cooperando per aiutare la popolazione di Derna e che questo è un buon segnale. La Libia del dopo Gheddafi è fratturata in due dal punto di vista politico e militare e tutti i tentativi di riconciliazione finora sono andati a vuoto.

Dopo l’alluvione ci sono accuse e polemiche incrociate. Il disastro è dovuto alla quantità senza precedenti di pioggia portate dal ciclone Daniel, ma anche al fatto che le infrastrutture di Derna sono diventate una trappola per i suoi abitanti. Molti sostengono che c’era tutto il tempo di allertare la popolazione perché si allontanasse dalla traiettoria dell’acqua, invece che restare chiusa negli edifici che poi sono stati trascinati via. 

La maggior parte delle migliaia di vittime provocate dall'alluvione nella Libia nordorientale si potevano evitare. E' quanto ha sostenuto il capo dell'Organizzazione meteorologica mondiale dell'Onu, Petteri Taalas, che ha lamentato la mancanza di allarmi alla popolazione. "Le squadre di emergenze sarebbero state in grado di evacuare la popolazione - ha detto - e avremmo potuto evitare la maggior parte delle vittime".

C’era inoltre il tempo di vedere che le dighe stavano raggiungendo un livello pericoloso e c’era anche il tempo prima del disastro per verificarne le condizioni – gli ultimi lavori di manutenzione risalgono al 2002. Si dice che un’azienda turca fosse stata incaricata di lavorarci ma non poteva perché i turchi non possono lavorare nell’est della Libia, per ragioni di inimicizia con Haftar. In molti lamentano anche il fatto che il generale libico abbia deciso di far atterrare gli aiuti internazionali all’aeroporto di Bengasi, a 280 chilometri di distanza, per meglio esercitare il suo controllo invece che alla base aerea di Martouba che è ad appena 27 chilometri dai luoghi colpiti. Altri accusano i soccorritori di non distribuire in modo equo gli aiuti.

I commenti dei lettori