Afghanistan, la app che sfida i divieti dei talebani e fa lavorare le donne
di Beatrice OffidaniQuando, il 15 agosto 2021, i talebani sono entrati a Kabul e hanno ripreso il potere dopo 20 anni, Freshta aveva solo 19 anni ed era una studentessa di ingegneria elettronica all’università della capitale afgana. Freshta, che sognava di costruirsi un futuro nelle discipline STEM, aveva da poco iniziato a lavorare in una start-up che, tramite un’applicazione, si occupa di garantire la sicurezza dei cittadini e segnalare loro incidenti, esplosioni o altre situazioni di pericolo in strada. A due anni dall’entrata dei talebani a Kabul, continua a lavorare per Ethesab, l’azienda che l’ha assunta quando era solo una studentessa, ma di nascosto.
“Se i talebani sapessero che sto continuando a fare l’ingegnere non so cosa potrebbe succedermi”, spiega. Da quando a Kabul si è insediato il governo dei fondamentalisti islamici il lavoro è tutto ciò che le rimane, perché il resto le è stato proibito. Le hanno impedito di tornare all’università e poi, restrizione dopo restrizione, di uscire di casa …
Quando, il 15 agosto 2021, i talebani sono entrati a Kabul e hanno ripreso il potere dopo 20 anni, Freshta aveva solo 19 anni ed era una studentessa di ingegneria elettronica all’università della capitale afgana. Freshta, che sognava di costruirsi un futuro nelle discipline STEM, aveva da poco iniziato a lavorare in una start-up che, tramite un’applicazione, si occupa di garantire la sicurezza dei cittadini e segnalare loro incidenti, esplosioni o altre situazioni di pericolo in strada. A due anni dall’entrata dei talebani a Kabul, continua a lavorare per Ethesab, l’azienda che l’ha assunta quando era solo una studentessa, ma di nascosto.
“Se i talebani sapessero che sto continuando a fare l’ingegnere non so cosa potrebbe succedermi”, spiega. Da quando a Kabul si è insediato il governo dei fondamentalisti islamici il lavoro è tutto ciò che le rimane, perché il resto le è stato proibito. Le hanno impedito di tornare all’università e poi, restrizione dopo restrizione, di uscire di casa e avere una vita sociale in generale. La ragazza passa le sue giornate chiusa in camera a lavorare da remoto di nascosto e ha scaricato un’applicazione che garantisce maggiore sicurezza per le comunicazioni con gli altri membri del team.
Anche la sua salute mentale ne risente “Io e tutte le mie amiche siamo molto stanche di questa situazione, alcune mi hanno confessato di aver fatto esperienza di momenti di depressione profonda”. Un rapporto pubblicato dal Guardian ha evidenziato che, negli ultimi mesi, il tasso di suicidi è aumentato tra la popolazione femminile. L’Afghanistan è uno dei pochissimi posti al mondo in cui in media la donne si tolgono la vita più degli uomini.
“Sono sempre stata una persona molto attiva che studiava, lavorava e aveva tanti amici. Oggi della mia vita di prima non rimane più nulla e sono costretta a vivere come una prigioniera. Avevo tanti sogni e speranze, volevo diventare un ingegnere di successo per servire il mio paese, ora il suo stesso governo mi ha privato di questa possibilità”, spiega Freshta.
Da quanto i talebani hanno ripreso il potere, il 15 agosto del 2021, la condizione delle donne nel Paese è peggiorata giorno dopo giorno. Gli integralisti islamici avevano detto che il loro atteggiamento nei confronti delle ragazze era cambiato e che avrebbero permesso alle donne di poter studiare, lavorare e vivere liberamente. Le cose sono andate, però, in maniera diversa. A settembre 2021, i talebani hanno proibito alle ragazze di frequentare le scuole superiori. Nei mesi successivi alle donne è stato vietato l’ingresso a parchi, giardini pubblici, palestre e piscine. A fine 2022 è stato impedito loro di frequentare le università e lavorare in organizzazioni locali e internazionali. Quest’estate, infine, il governo ha imposto la chiusura di parrucchieri e centri di bellezza, che erano tra i pochi posti dove le clienti potevano ancora incontrarsi senza la presenza maschile.
Nonostante tutto, a due anni dalla presa di Kabul, alcune realtà resistono e continuano a far lavorare le donne, rischiando molto ogni giorno che passa.
Ethesab, la start-up per cui lavora Freshta, è nata da un’idea di Sara Wahedi, anche lei studentessa, che prima della caduta di Kabul lavorava nell’ufficio di politiche sociali del governo di Ashraf Ghani. L’app, che funziona grazie alle segnalazioni degli utenti che la scaricano, è nata nel 2018 quando Sara, tornando a casa dall’ufficio, si è imbattuta in un attentato dell’Isis.
“Ethesab continua a funzionare perché i nostri server sono negli Stati Uniti, dove mi sono trasferita - spiega la fondatrice - Il governo dei talebani si oppone a tutti coloro che, in maniera indipendente, fanno informazione su ciò che succede nel Paese. Sono anche contro il nostro lavoro, visto che ogni giorno produciamo report su quante esplosioni, incidenti o attentati hanno avuto luogo nel Paese. I nostri governanti, però, non hanno le competenze tecniche per riuscire a disabilitare completamente un’app. Per questo Ethesab continua a essere scaricabile dagli store digitali, anche se abbiamo ridotto di molto il nostro investimento pubblicitario. Ora l’app si diffonde attraverso il passaparola”.
“Lavorano ancora con noi tre ragazze tra i 20 e i 26 anni e si trovano tutte all’interno del paese, stiamo cercando di aiutarle a fuggire, se vorranno, e nel frattempo cerchiamo di garantire la loro sicurezza”, aggiunge Wahedi. I dipendenti della sua azienda, per via del lavoro molto delicato di localizzazione che svolgono ogni giorno, devono vivere come sotto copertura e nascondere il loro impiego anche ad amici e parenti”.
“Molti dei miei colleghi vivono senza dire nulla di Ethesab a chi vive con loro, non ne parlano neanche con i genitori. La mia famiglia, invece, sa che sto continuando a lavorare. Sono molto preoccupati e preferirebbero che non lo facessi. Allo stesso tempo, però, ammirano lo scopo della start-up e hanno deciso di supportarmi in ogni mia decisione”, continua Freshta.
Per l’azienda, il cui team è composto principalmente da under 30, lavora anche Hasmat, giovane ingegnere di 26 anni. “I primi tempi dopo l’arrivo dei talebani sono stati duri. Avevamo problemi con l’elettricità, staccavano continuamente la corrente dei nostri uffici. A un certo punto ci siamo ritrovati senza più una sede dove fare riunioni e da lì in poi abbiamo trasferito tutta la nostra attività online. È molto triste perché prima lavoravamo in un ambiente molto dinamico, il nostro è un team giovane e pieno di energia. Sono molto preoccupato soprattutto per Freshta e le altre colleghe, ma ho paura ad alzare la voce, perché so cosa potrebbero farmi i talebani se mi schierassi pubblicamente contro le discriminazioni ai danni delle donne”.
“Ho letto da qualche parte che in Occidente si parla dell’Afghanistan come di un luogo dove vige “l’apartheid di genere”. È proprio così, nel posto dove vivo gli uomini hanno più diritti delle donne e tutti permettono che le ragazze vivano in condizioni di oppressione. Sento tutto il peso di questa situazione sulle mie spalle, eppure mi aggrappo alla convinzione che, un giorno, questi muri cadranno. Continuo a sognare un mondo dove il genere non determini il valore o le opportunità di una persona”, conclude Freshta.