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Migranti, schierare la Marina contro i gommoni è paragonabile a un atto di guerra

(reuters)
L’analisi. Nella proposta di Matteo Salvini riecheggia il “blocco navale” evocato da Meloni in campagna elettorale. Uno slogan che si scontra con la realtà
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La Marina Militare per fermare i migranti? Una missione impossibile. La frase pronunciata l’altra sera da Matteo Salvini riecheggia il “blocco navale” evocato da Giorgia Meloni nella campagna elettorale che ha sancito il trionfo della destra. Si tratta però di slogan che non possono concretizzarsi.

Schierare la flotta davanti ai porti tunisini, quelli da cui si registra il maggior numero di partenze, sarebbe un atto ostile praticamente identico a un’azione di guerra. Le Nazioni Unite infatti prevedono che possa essere adottato unilateralmente soltanto come risposta a un’aggressione. Il leader leghista in realtà ha detto anche questo, definendo l’ondata umana che approda a Lampedusa “un atto di guerra” e parlando di “regia esterna”. Ma s…

La Marina Militare per fermare i migranti? Una missione impossibile. La frase pronunciata l’altra sera da Matteo Salvini riecheggia il “blocco navale” evocato da Giorgia Meloni nella campagna elettorale che ha sancito il trionfo della destra. Si tratta però di slogan che non possono concretizzarsi.

Schierare la flotta davanti ai porti tunisini, quelli da cui si registra il maggior numero di partenze, sarebbe un atto ostile praticamente identico a un’azione di guerra. Le Nazioni Unite infatti prevedono che possa essere adottato unilateralmente soltanto come risposta a un’aggressione. Il leader leghista in realtà ha detto anche questo, definendo l’ondata umana che approda a Lampedusa “un atto di guerra” e parlando di “regia esterna”. Ma si tratta di parole in libertà, che non possono essere trasformate in iniziative diplomatiche. Tanto più che i blocchi navali della storia recente, tutti decisi a livello internazionale e mai da un singolo Stato, hanno avuto lo scopo di controllare il traffico dei mercantili non quello dei gommoni.

Oltre alle questioni giuridiche, l’impiego della Marina infatti pone un problema tecnico fondamentale: le manovre delle unità militari sono pericolose per le barchette dei migranti. Le navi più piccole della nostra flotta sono pattugliatori con un dislocamento di oltre 1500 tonnellate: la massa di acqua che spostano con i loro movimenti può far rovesciare i gusci zeppi di essere umani, con effetti disastrosi. È già accaduto. Nel marzo 1997 la corvetta Sibilla è intervenuta nel Canale d’Otranto per bloccare un battello salpato da Valona. In quei giorni la costa pugliese era travolta dall’esodo degli albanesi in fuga dalla crisi finanziaria e il governo guidato da Romano Prodi aveva deciso la mobilitazione della Marina militare. Quando la vecchia vedetta sovietica non ha rispettato lo stop, la Sibilla si è mossa per sbarrargli la rotta. E il contatto durante una virata ha fatto capovolgere la Kater I Rades, provocando 108 morti: molte delle vittime sono rimaste intrappolate nella stiva.

La Cassazione nel 2014 ha confermato la sentenza per il comandante della Sibilla, Fabrizio Laudadio, condannato a due anni di carcere: la procura generale ne aveva chiesto l’assoluzione, sostenendo che la responsabilità fosse solo dei trafficanti albanesi. Di fatto l’ufficiale si è limitato a obbedire agli ordini, generati da una direttiva del governo, ma ha pagato in prima persona.

Quella drammatica lezione ha fatto sì che nessun esecutivo ripetesse un blocco navale. Quando la flotta è tornata in azione nel Canale di Sicilia lo ha fatto solo per salvare i migranti: prima con l’operazione nazionale Mare Nostrum, la più grande iniziativa umanitari mai realizzata decisa dopo i terribili naufragi di dieci anni fa, e poi con quella europea Sophia. Che è stata creata e diretta fino alla conclusione dall’ammiraglio Enrico Credendino, l’uomo che oggi è proprio capo di stato maggiore della Marina. Sophia è stata la più ambiziosa spedizione Ue con la presenza di navi italiane, francesi, tedesche, britanniche, spagnole ma non ha mai avuto tra i suoi compiti quello di impedire le partenze: si occupava dei soccorsi e della lotta alle organizzazioni criminali che sfruttavano la disperazione dei profughi.

Ieri sera la premier Meloni ha chiesto a Bruxelles una nuova missione europea: dimentica che la precedente è stata “affondata” da Matteo Salvini, ministro dell’Interno del Conte I, che vietò alle navi Ue di sbarcare i naufraghi raccolti nel Canale di Sicilia. Un diktat che impediva ai comandanti di rispettare la prima legge del mare, quella che impone di assistere le persone in difficoltà, e spinse le cancellerie dell’Unione a ritirare i loro equipaggi. Non solo. Da allora il leader leghista si è sempre ostinatamente opposto a concedere un ruolo ai militari nella gestione degli sbarchi: una linea ribadita anche lo scorso marzo, quando dopo la strage di Cutro ha respinto la proposta di affidare alla centrale della Marina il coordinamento delle attività davanti alle coste libiche e tunisine. Salvo poi invocare le cannoniere quando l’emergenza è diventata insostenibile.

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