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A Derna, tra gli angeli del fango venuti dall’“altra” Libia: così la morte sospende la guerra

Foto di Ricardo Garcia Vilanova

 
Volontari dalla nemica Tripoli per aiutare dopo lo “tsunami di terra”. Inchiesta sulla mancata manutenzione delle dighe dopo la fine di Gheddafi
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DERNA — Il centro della città di Derna sembra essere stato appena bombardato. Il paesaggio grigio delle decine di edifici ridotti in macerie è rotto solo dal gruppo di uomini vestiti con dispositivi di protezione bianchi e dai soccorritori e vigili del fuoco, arrivati da vari Paesi, in divisa rossa e grigia. E in mezzo, in tanti angoli, uomini seduti sulle rocce, a testa bassa, accanto a quella che fino a una settimana fa era la loro casa. «Quando abbiamo saputo cosa era successo, io e un gruppo di conoscenti abbiamo preso la nostra macchina e siamo venuti senza sapere cosa avremmo potuto fare. In 5 giorni abbiamo raccolto decine di corpi. Di adulti e bambini. È una catastrofe», spiega Ali Milad, meccanico di Bengasi protetto dall’abito bianco diventato così popolare in gran parte del mondo durante la pandemia. Anche le mascherine, che i soldati distribuiscono all’ingresso della città e nei vari posti di blocco per proteggersi dall’odore di decomposizione. Un odore che si attacca…

DERNA — Il centro della città di Derna sembra essere stato appena bombardato. Il paesaggio grigio delle decine di edifici ridotti in macerie è rotto solo dal gruppo di uomini vestiti con dispositivi di protezione bianchi e dai soccorritori e vigili del fuoco, arrivati da vari Paesi, in divisa rossa e grigia. E in mezzo, in tanti angoli, uomini seduti sulle rocce, a testa bassa, accanto a quella che fino a una settimana fa era la loro casa. «Quando abbiamo saputo cosa era successo, io e un gruppo di conoscenti abbiamo preso la nostra macchina e siamo venuti senza sapere cosa avremmo potuto fare. In 5 giorni abbiamo raccolto decine di corpi. Di adulti e bambini. È una catastrofe», spiega Ali Milad, meccanico di Bengasi protetto dall’abito bianco diventato così popolare in gran parte del mondo durante la pandemia. Anche le mascherine, che i soldati distribuiscono all’ingresso della città e nei vari posti di blocco per proteggersi dall’odore di decomposizione. Un odore che si attacca immediatamente ai vestiti e alle narici ed è difficile da eliminare.

Accanto a lui, un gruppo di volontari lavora per recuperare i corpi sulla riva del mare, diventata un amalgama di canne, plastica e oggetti di ogni genere intrappolati tra le rocce. La scena si ripete cinque volte nell’ultima ora: un escavatore rimuove i detriti mentre decine di occhi osservano alla ricerca di un corpo. Quando qualcuno urla, si forma rapidamente una catena umana che trasporta la borsa nera con i resti su un’ambulanza. Fino a giovedì sono stati trasferiti all’obitorio dove sono rimasti mentre venivano identificati o veniva effettuato il test del Dna. Ma visto il rischio di un’epidemia di colera, il ministero della Sanità ha deciso che i campioni di materiale genetico venissero prelevati rapidamente e subito inceneriti.

Fotografia di Ricardo Garcia Vilanova

 

«Sono venuto perché questo riguarda il nostro Paese, al di sopra delle divisioni politiche», spiega Ahmed Aljaer. Questo giovane che lavora come traduttore per aziende multinazionali viene da Tripoli, governata da un esecutivo sostenuto dall’Onu. Derna si trova nella regione orientale, sotto il controllo del maresciallo Haftar, dotato anche di un importante sostegno internazionale. Tuttavia, la crisi umanitaria provocata dal crollo di due dighe a Derna ha scatenato un’ondata di solidarietà in tutto il Paese. Centinaia di libici si sono spostati dal lato occidentale per aiutare in ogni modo possibile. La distruzione è così paralizzante che spesso la cosa più importante che i volontari possono fare è ascoltare i sopravvissuti. «Penso che questa disgrazia possa essere un’occasione per unire il Paese», insiste Aljaer, che nelle ultime ore ha contribuito a recuperare i resti di tre persone “e mezzo”, sottolinea. La metà apparteneva a una bimba di 10 anni.

La costa di Derna, e decine di chilometri su entrambi i lati, rimangono marrone scuro una settimana dopo che la tempesta Daniel ha attraversato il Mediterraneo e ha colpito la costa settentrionale della Libia sotto forma di tornado. Le piogge torrenziali e la scarsa manutenzione delle dighe hanno provocato uno “tsunami invertito”, come comincia a essere conosciuta in Libia la tragedia di Darne. «La prima ondata ha raggiunto il secondo piano del mio edificio. La terza ondata ha superato il quarto piano. Mio padre e mio zio sono morti e ancora non capisco come faccio a essere ancora vivo. Il mio edificio è rimasto in piedi mentre il vostro è crollato», spiega Bilal accanto a un gruppo di giovani volontari della Croce Rossa distesi su un cumulo di terra. Passa un camion che distribuisce un gas leggero destinato a purificare l’aria e nascondere il cattivo odore. L’effetto dura solo pochi secondi.

Pochi metri più avanti, la fine del mondo. Il canale attraverso il quale doveva defluire l’acqua in eccesso delle due dighe, che dividevano in due la città e che era attraversato da otto ponti, ora è un buco nero di macerie e cavi. Le gigantesche onde provocate dalla rottura delle dighe hanno spazzato via decine di edifici con all’interno molti dei loro abitanti. Ora il procuratore generale libico, Al Sediq al Sour, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta e assicurato che se «verranno individuati dei responsabili saranno perseguiti». Già nel 1998 nelle dighe si erano create delle crepe e le riparazioni avviate a fine 2010 si erano interrotte pochi mesi dopo con l’inizio della rivoluzione anti-Gheddafi.

Nel frattempo, i vigili del fuoco e i soccorritori che arrivano da Paesi come Turchia, Emirati, Algeria e Spagna iniziano a preparare il loro ritorno a causa della mancanza di aspettative che ci siano sopravvissuti sotto le macerie. «L’unica cosa che vorrei dire è che, quando ricostruirete questa città, fatelo in sicurezza», afferma Bilal mentre osserva i suoi vicini cercare tra le rovine alcuni dei loro averi.

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