La campionessa di scacchi Sara Khadem: “Gioco senza velo per mostrare il bisogno di cambiare il nostro Paese”
di Gabriella Colarusso , Gabriella ColarussoL’avversario è forte, ma il finale di partita non è ancora scritto e Sara Khadem è intenzionata a giocare le sue mosse. Enfant prodige degli scacchi iraniani, nel dicembre di un anno fa, mentre l’Iran era in tumulto per la morte di Mahsa Amini, Khadem decise di partecipare ai mondiali di Almaty senza velo, in solidarietà con le ragazze che stavano manifestando. Una ribellione intollerabile per la Repubblica Islamica e da allora Khadem vive in esilio in Spagna con suo marito e il loro bambino. Non può tornare in Iran. «Verrei arrestata all’aeroporto», racconta nella prima intervista rilasciata a un quotidiano italiano.
Ha iniziato a giocare a scacchi a otto anni e quattro anni dopo era già campionessa mondiale. Tutto questo in un periodo in cui gli scacchi non erano una cosa diffusa in Iran. Come c’è riuscita?
«Una mia compagna di classe frequentava un’accademia di scacchi e chiesi a mia madre di poterci andare. Sono stata fortunata perché ho avuto uno dei migliori insegnanti dell’…
L’avversario è forte, ma il finale di partita non è ancora scritto e Sara Khadem è intenzionata a giocare le sue mosse. Enfant prodige degli scacchi iraniani, nel dicembre di un anno fa, mentre l’Iran era in tumulto per la morte di Mahsa Amini, Khadem decise di partecipare ai mondiali di Almaty senza velo, in solidarietà con le ragazze che stavano manifestando. Una ribellione intollerabile per la Repubblica Islamica e da allora Khadem vive in esilio in Spagna con suo marito e il loro bambino. Non può tornare in Iran. «Verrei arrestata all’aeroporto», racconta nella prima intervista rilasciata a un quotidiano italiano.
Ha iniziato a giocare a scacchi a otto anni e quattro anni dopo era già campionessa mondiale. Tutto questo in un periodo in cui gli scacchi non erano una cosa diffusa in Iran. Come c’è riuscita?
«Una mia compagna di classe frequentava un’accademia di scacchi e chiesi a mia madre di poterci andare. Sono stata fortunata perché ho avuto uno dei migliori insegnanti dell’Iran. E i miei genitori mi hanno dato grande sostegno fin dall’inizio».
È difficile per una donna in Iran raggiungere livelli competitivi alti?
«Le sportive hanno limitazioni soprattutto a causa della legge sull’hijab, ma questo vale soprattutto per gli sport fisici, per le podiste, per le giocatrici di pallavolo, per le giocatrici di basket etc. Negli scacchi non è così, non conta il genere, non ho mai avuto o percepito limitazioni perché ero una donna».
Nel dicembre 2022, durante le proteste, decise di giocare senza hijab: perché?
«Volevo mostrare da che parte fossi e ho giocato senza hijab, che era ed è ancora un simbolo delle proteste in Iran».
Immaginava che la conseguenza sarebbe stato l’esilio?
«Il presidente della federazione qualche tempo fa ha detto in un’intervista: “A Sara non è vietato tornare in Iran. Ma quando torna deve rispondere a chi è al governo”. È la situazione di molti iraniani all’estero: a nessuno è vietato tornare, il problema sono le conseguenze. Se tornassi verrei arrestata non appena arrivata all’aeroporto. Non mi aspettavo che le conseguenze sarebbero state così serie. È difficile, ma sono sicura che un giorno le cose cambieranno».
Si pente della sua scelta?
«No e non me ne pentirò mai».
Non era la prima volta che si schierava con i manifestanti, era successo anche nel 2020 quando il Boeing 737-800 con 176 persone a bordo fu abbattuto dalla difesa iraniana. Come andò?
«Quella del volo ucraino abbattuto è stata una delle cose più tristi successe al popolo iraniano, l’intera nazione aveva il cuore spezzato. All’inizio, il governo ha continuato a dire che non erano stati loro a colpire l’aereo con un missile, parlavano di errore tecnico. Dopo aver mentito per giorni, il capo dell’esercito andò in tv e ammise che un missile aveva colpito l’aereo, lo definì un errore individuale. Non si sono mai assunti alcuna responsabilità per la tragedia. Decisi di non giocare più per la Nazionale e ai Servizi segreti iraniani la decisione non piacque: mi costò un divieto di espatrio per sei mesi, persi molti tornei».
Dopo la morte di Amini è scesa in piazza un’intera generazione. Quali sono gli obiettivi?
«Molte persone sono scese in strada per pretendere la verità su ciò che era successo a Mahsa. Ma altri giovani sono stati uccisi per dimostrare che lei non era stata uccisa. Tutto però è accaduto non solo a causa della legge sull’hijab. Il velo è un problema visibile ma ce ne sono molti altri sottostanti. Le persone vogliono un grande cambiamento in Iran».
Cosa è cambiato per le iraniane in questo anno?
«Molte persone hanno perso la vita, molte sono in prigione. Per esempio le giornaliste Niloofar Hamedi e Elahe Mohammadi, che per prime hanno pubblicato la notizia della morte di Mahsa. Il popolo iraniano vuole un grande cambiamento e non indossare il velo è diventato un modo per dimostrare il proprio malessere. È una lotta che molte donne fanno ogni giorno rischiando dure punizioni. Sono molto coraggiose».
Le autorità tuttavia non sembrano disposte a fare alcuna riforma. Perché l’hijab è così importante?
«Onestamente, non lo capisco. Ma so che ciò che i dittatori hanno in comune: non si tirano indietro dai loro principi».