✕

Nagorno Karabakh, l’analista Frappi: “Mosca che sta a guardare è la minaccia più grande per gli alleati di Erevan”

Il docente alla Ca’Foscari, ed esperto del Paese: “La Russia è allo stesso tempo la massima protezione ma anche la minaccia più grande, se decide di non intervenire. L’Azerbaijan ha bisogno dei consumi italiani
2 minuti di lettura

L’Azerbaijan ha cominciato un’operazione in stile Russia 2022 contro il Nagorno Karabakh e questa volta a differenza del 2020 andrà fino in fondo se non ci saranno pressioni politiche da parte della comunità internazionale. Chiediamo a Carlo Frappi, docente all’Università Ca’Foscari di Venezia, studioso della regione e autore di un libro sull’Azerbaijan e gli idrocarburi.

Quanto dipendono l’Italia e l’Unione europea dal gas dell’Azerbaijan?

«Fermo restando che in questo periodo ogni molecola di gas è preziosa per l’Europa, il gas che arriva da lì copre circa un settimo del fabbisogno italiano e soltanto il due, tre per cento del fabbisogno annuo dell’Europa. Quindi è eccessivo dire che siamo vulnerabili, è piuttosto il contrario: l’Azerbaijan ha bisogno del consumatore italiano – e infatti ha pagato di tasca sua gran parte del gasdotto che arriva in Puglia – e dell’Europa».

Perché Baku dichiara adesso questa cosiddetta “operazione antiterrorismo”?

«Per usare una metafora calcis…

L’Azerbaijan ha cominciato un’operazione in stile Russia 2022 contro il Nagorno Karabakh e questa volta a differenza del 2020 andrà fino in fondo se non ci saranno pressioni politiche da parte della comunità internazionale. Chiediamo a Carlo Frappi, docente all’Università Ca’Foscari di Venezia, studioso della regione e autore di un libro sull’Azerbaijan e gli idrocarburi.

Quanto dipendono l’Italia e l’Unione europea dal gas dell’Azerbaijan?

«Fermo restando che in questo periodo ogni molecola di gas è preziosa per l’Europa, il gas che arriva da lì copre circa un settimo del fabbisogno italiano e soltanto il due, tre per cento del fabbisogno annuo dell’Europa. Quindi è eccessivo dire che siamo vulnerabili, è piuttosto il contrario: l’Azerbaijan ha bisogno del consumatore italiano – e infatti ha pagato di tasca sua gran parte del gasdotto che arriva in Puglia – e dell’Europa».

Perché Baku dichiara adesso questa cosiddetta “operazione antiterrorismo”?

«Per usare una metafora calcistica: è un fallo di frustrazione. Tutti gli osservatori da tempo sapevano che l’Azerbaijan era insofferente alla stagnazione dei negoziati che dura da tre anni e cercava un’escalation. E poi c’è la distrazione della Russia, che adesso è impegnata con tutte le sue risorse militari, economiche e politiche nella guerra in Ucraina. Mosca però anche da distratta ha un ruolo importante in quell’area: i suoi 1.500 peacekeeper, messi lì a salvaguardare il corridoio di Lachin, sono la garanzia migliore di sicurezza per la popolazione locale».

Com’è il gioco delle alleanze in questa guerra?

«Tradizionalmente l’Armenia ha un rapporto solido con la Russia. Che vuol dire però che la Russia è allo stesso tempo la massima protezione ma anche la minaccia più grande, se decide di non intervenire. L’Azerbaijan guarda alla Turchia e poi ci sono affinità elettive, come quella con Israele, che guarda con interesse a un Paese piazzato in posizione strategica perché confina a sud con l’Iran, il nemico permanente. Ma non sono alleanze a tenuta stagna. Per esempio l’Iran ha legami stretti con l’Armenia, pur essendo un Paese sciita come l’Azerbaijan».

È possibile fare una previsione?

«L’Azerbaijan non vuole tornare al conflitto congelato, non accetta più di tornare alla fase dei negoziati infruttuosi ed entra nel conflitto da una posizione di forza. Vuole conquistare tutta l’enclave, se la reazione internazionale più o meno blanda glielo permetterà».

Musulmani azeri contro armeni cristiani. L’elemento religioso quanto conta?

«È un argomento retorico, usato molto da entrambe le parti, ma non è reale, conta zero. Basti ricordare che gli iraniani, centro dello sciismo, stanno con gli armeni. L’Azerbaijan è profondamente laico e laicizzato».

Ci sono rischi per il settore energetico?

«No, il conflitto non è vicino alle zone di estrazione – che sono offshore nel Caspio – e al tracciato del gasdotto e comunque gli armeni anche nelle guerre precedenti non hanno mai attaccato quelle strutture».

Leggi i commenti