Le voci dal Nagorno Karabakh, nei rifugi a Stepanakert con le bibbie e i video: “I russi ci hanno tradito”
di Luca SteinmannAerei che sorvolano il cielo, colpi di artiglieria che cadono a pochi metri di distanza alzando da terra enormi nubi di fumo nero, ambulanze che sfrecciano per le strade, ronzio dei droni che volano a bassa quota. E poi ancora il suono secco delle mitragliatrici che indica non solo la vicinanza dei combattimenti ma anche come siano in corso scontri frontali tra soldati azeri e armeni che si combattono armi in mano nelle trincee intorno alla città. Sono queste le immagini infernali che raccontano alcuni abitanti di Stepanakert, il più importante centro abitato del Nagorno Karabakh da ieri sotto attacco. Qui ha anche sede il governo dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh, lo Stato non riconosciuto molto legato alla confinante Armenia.
«Ero seduto in casa di fronte al computer quando ho sentito un’esplosione assordante» racconta Marut Vanyan giornalista di base a Stepanakert che ci parla mentre intorno a lui impazzano i bombardamenti «da quel momento sento intorno a me i suoni dell…
Aerei che sorvolano il cielo, colpi di artiglieria che cadono a pochi metri di distanza alzando da terra enormi nubi di fumo nero, ambulanze che sfrecciano per le strade, ronzio dei droni che volano a bassa quota. E poi ancora il suono secco delle mitragliatrici che indica non solo la vicinanza dei combattimenti ma anche come siano in corso scontri frontali tra soldati azeri e armeni che si combattono armi in mano nelle trincee intorno alla città. Sono queste le immagini infernali che raccontano alcuni abitanti di Stepanakert, il più importante centro abitato del Nagorno Karabakh da ieri sotto attacco. Qui ha anche sede il governo dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh, lo Stato non riconosciuto molto legato alla confinante Armenia.
«Ero seduto in casa di fronte al computer quando ho sentito un’esplosione assordante» racconta Marut Vanyan giornalista di base a Stepanakert che ci parla mentre intorno a lui impazzano i bombardamenti «da quel momento sento intorno a me i suoni dell’artiglieria e quello dei droni. Donne e bambini in lacrime stanno correndo nei sotterranei. Nel mio quartiere ho visto alzarsi del fumo, le sirene suonano per tutta la città. In questo momento i bombardamenti proseguono senza sosta».
Per la gente di Stepanakert questo è un incubo che ritorna. Già nel 2020 la città era stata più volte bombardata dall’esercito azero che aveva lanciato un’offensiva per conquistare la regione. Allora molti armeni credevano che i propri soldati avrebbero potuto respingere l’attacco e vincere la guerra. Oggi questa speranza non l’ha quasi più nessuno. La supremazia militare dell’Azerbaijan è evidente. Già nel 2020 le sue avevano travolto la resistenza armena mostrando di avere in dotazione una tecnologia bellica di gran lunga più potente. La fanteria azera riuscì ad arrivare fino alle porte di Stepanakert causando una fuga di massa di tutti i civili. La città sarebbe caduta rapidamente se l’Armenia non avesse accettato di siglare una pace punitiva che cedeva agli azeri gran parte dei territori del Nagorno Karabakh.
Da allora Stepanakert è quasi circondata. Situata su un altopiano, è sovrastata da monti che nel 2020 sono in gran parte passati in mano al nemico. Da lì oggi piovono bombe e missili. L’unica via di fuga è attraverso la strada che collega Stepankaret con l’Armenia. Per percorrerla bisogna risalire un monte e passare alle porte della cittadina di Shushi, controllata dagli azeri e che sovrasta la città. Proprio su questa via i combattimenti sono in corso. Vanyan lì osserva dal suo balcone e li descrive in diretta: «Vedo le posizioni militari azere e poco più sotto le trincee armene. I militari si sparano gli uni contro gli altri. Vedo chiaramente i colpi di artiglieria che partono da entrambe le parti, i soldati che sparano con i kalashnikov, le nubi di fumo che si alzano. Mi sembra che nessuno sia avanzato o arretrato significativamente».
Vanyan abita in un vecchio palazzine sovietico di Stepanakert dove vivono altre 10 famiglie. Appena i bombardamenti sono iniziati donne, bambini e anziane sono corse nei sotterranei mentre la maggior parte degli uomini sono al fronte. Scendendo le scale del palazzo Vanyan descrive la situazione negli scantinati: «Tutto è buio, manca l’elettricità. Le persone sono accasciate a terra, senza avere avuto il tempo di portare con sé nulla. Tutti sono terrorizzati. Alcune giovani donne mostrano ai propri figli dei cartoni animati sul cellulare per provare a tranquillizzarli. Altre leggono la bibbia. Alcuni sono corsi rapidamente su in casa a prendere delle lenzuola che hanno steso a terra e sulle quali dormono. Non ci sono bagni».
Vanyan ha deciso di continuare a vivere in casa sua qualche piano più sopra e lascia la porta di casa aperta così che chi ha il coraggio possa correre da sotto in casa sua e usare il gabinetto. Nel suo quartiere sono piovuti in giornata alcuni colpi, esplosi in mille schegge che si sono conficcati nei muri dei palazzi e che hanno distrutto i vetri delle macchine. Lui, come tanti altri, racconta che gli abitanti di Stepanakert non sanno cosa aspettarsi dal futuro e si sentono abbandonati dal mondo e soprattutto dalla Russia.
«Quando la gente parla dei peacekeepers russi li ricopre di insulti» continua Vanyan. «In molti si aspettavano che avrebbero garantito la pace ed ora che veniamo bombardati non fanno nulla. È difficile pensare che non fossero al corrente di questo attacco. Sono qui ma è come se non ci fossero».