Álvaro Lario, parla il presidente dell’Ifad: “Senza lavoro i giovani africani partiranno. Non investire ci costerà caro”
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK — «Ogni anno in Africa 11 milioni di giovani si affacciano sul mercato del lavoro, ma i posti disponibili sono meno della metà. Se gli investimenti che faremo non risolveranno questo problema specifico, migrazioni forzate, criminalità e terrorismo continueranno». È il consiglio che viene dal presidente dell’International Fund of Agricultural Development (Ifad) Álvaro Lario, che commenta con Repubblica il “Piano Africa” presentato dall’Italia all’Onu.
Che impatto ha l’incertezza alimentare sulle migrazioni?
«Oggi ci focalizziamo su clima e Ucraina, ma gli investimenti nello sviluppo sono insufficienti da decenni. In Africa il 70% del lavoro è legato ad agricoltura e sistema alimentare, e le carenze producono più migrazioni forzate, conflitti, dislocamento. A volte arrivano in Europa, ma anche in altri Paesi, per mancanza di risorse, acqua, varie necessità. Ogni anno in Africa 11 milioni di giovani sopra i 18 anni si affacciamo per la prima volta sul mercato del lavoro. …
NEW YORK — «Ogni anno in Africa 11 milioni di giovani si affacciano sul mercato del lavoro, ma i posti disponibili sono meno della metà. Se gli investimenti che faremo non risolveranno questo problema specifico, migrazioni forzate, criminalità e terrorismo continueranno». È il consiglio che viene dal presidente dell’International Fund of Agricultural Development (Ifad) Álvaro Lario, che commenta con Repubblica il “Piano Africa” presentato dall’Italia all’Onu.
Che impatto ha l’incertezza alimentare sulle migrazioni?
«Oggi ci focalizziamo su clima e Ucraina, ma gli investimenti nello sviluppo sono insufficienti da decenni. In Africa il 70% del lavoro è legato ad agricoltura e sistema alimentare, e le carenze producono più migrazioni forzate, conflitti, dislocamento. A volte arrivano in Europa, ma anche in altri Paesi, per mancanza di risorse, acqua, varie necessità. Ogni anno in Africa 11 milioni di giovani sopra i 18 anni si affacciamo per la prima volta sul mercato del lavoro. Hanno bisogno di occupazione, ma meno di metà dei posti necessari sono disponibili.
Non restano altre opzioni che l’emigrazione forzata, oppure attività illegali e terrorismo».
Cosa dovremmo fare?
«Gli investimenti della comunità internazionale si concentrano nelle grandi infrastrutture, che non hanno impatto sull’emergenza. Nel Niger 15 anni fa la popolazione era 3 milioni, ora è salita a 25, e nel 2050 arriverà a 65 milioni. Non è difficile capire cosa significhi questo in termini di sicurezza, migrazioni, speranze perdute per intere generazioni e decine di milioni di giovani. La Nigeria ha 200 milioni di abitanti, che raddoppieranno entro il 2050. Numeri incredibili. Il costo degli investimenti nel sistema agricolo rurale è alto, ma non farlo costa molto di più».
Come si può incidere?
«Finché queste economie non diventeranno industriali, il lavoro resterà nell’agricoltura di piccola scala. Se non avranno una vita decente, l’abilità di far parte della catena produttiva e accedere ai mercati, non cambierà nulla».
Cosa serve al “Piano Africa” italiano per essere efficace?
«Alcuni Paesi o tendenze politiche, e non parlo di voi, pensano che dare cibo ai bisognosi risolva il problema. Ovviamente non è così, perché non genera lavoro e non trasforma l’economia. Per farlo servono posti di lavoro rurali, e sviluppo di capacità piccole e medie che producano reddito».