La scrittrice Poladjan: “La mia Armenia a rischio: soffro per un popolo che non trova pace”
dalla nostra inviata Anna LombardiManifestazione di sostegno alla comunità armena del Nagorno Karabakh davanti al palazzo del governo a Erevan
(afp)EREVAN – «Sono pietrificata dal dolore. I miei genitori hanno origini armene, ho trascorso un lungo periodo nel Paese quando preparavo il mio ultimo romanzo, ambientato lì: e ora questo luogo che mi è così caro affronta una situazione terribile. E poi sono nata a Mosca: e il mio paese ha attaccato l’Ucraina. La verità è che mi sento gravata dalle mie radici. Tanto che a volte non so come fare ad alzarmi la mattina, non so cosa pensare, come sentirmi». Katerina Poladjan, 52 anni, ha riflettuto a lungo sull’enorme tragedia del genocidio armeno nel suo “La Restauratrice di libri” (pubblicato in Italia da Sem nel 2021): storia di esilio, perdita e dolore. E si dice sgomenta della tragedia che la piccola comunità armena del Nagorno Karabakh, le cui sorti oggi sono ancora incerte, fronteggia.
Qual è il suo legame con l’Armenia?
«Mio padre è armeno, suo padre, mio nonno, è sopravvissuto al genocidio degli armeni avvenuto durante l’impero ottomano nel 1915. Ho parenti lontani in quel picc…
EREVAN – «Sono pietrificata dal dolore. I miei genitori hanno origini armene, ho trascorso un lungo periodo nel Paese quando preparavo il mio ultimo romanzo, ambientato lì: e ora questo luogo che mi è così caro affronta una situazione terribile. E poi sono nata a Mosca: e il mio paese ha attaccato l’Ucraina. La verità è che mi sento gravata dalle mie radici. Tanto che a volte non so come fare ad alzarmi la mattina, non so cosa pensare, come sentirmi». Katerina Poladjan, 52 anni, ha riflettuto a lungo sull’enorme tragedia del genocidio armeno nel suo “La Restauratrice di libri” (pubblicato in Italia da Sem nel 2021): storia di esilio, perdita e dolore. E si dice sgomenta della tragedia che la piccola comunità armena del Nagorno Karabakh, le cui sorti oggi sono ancora incerte, fronteggia.
Qual è il suo legame con l’Armenia?
«Mio padre è armeno, suo padre, mio nonno, è sopravvissuto al genocidio degli armeni avvenuto durante l’impero ottomano nel 1915. Ho parenti lontani in quel piccolo Paese senza sbocco al mare, che per secoli ha dovuto temere e lottare per la propria esistenza, schiacciato tra le potenze circostanti. E la cui esistenza è ora, almeno parzialmente, messa di nuovo. in discussione. Certo, la situazione laggiù è complessa. E il fatto che una parte della mia famiglia sia di origine armena non significa che ne sappia più degli altri. Come tutti, devo affidarmi alle notizie e ai media per farmi un’idea. Ma quel che sta accadendo in questi giorni mi tocca emotivamente in maniera particolarmente. Sono letteralmente sotto shock».
Cosa teme?
«Il Nagorno-Karabakh ha uno status precario nel diritto internazionale perché in quel territorio così piccolo due enormi principi si scontrano: quello del diritto all’integrità territoriale rivendicato dall’Azerbaijan e quello all’autodeterminazione rivendicato dalla comunità armena locale, che si è già espressa chiaramente nel 1990 con un referendum contro l’appartenenza a Baku. Questa volontà è stata riaffermata dagli armeni del Nagorno-Karabakh con due sanguinose guerre. Purtroppo ora non è più solo quel popolo a sentirsi minacciato, ma il cuore stesso dell'Armenia. I discorsi imperiali della parte azera fanno temere che le pretese di potere non si limitino infatti al solo Nagorno-Karabakh, ma mirino a creare un collegamento terrestre con la sua più stretta alleata, la Turchia. E se pure questo timore non si realizzasse, dobbiamo presumere che la situazione in Armenia peggiorerà».
In che modo?
«Si sta discutendo di corridoi umanitari: ebbene, se pure molti dei 120.000 abitanti del Nagorno-Karabakh, dovessero riuscire a fuggire in Armenia per paura della violenza e dell’assimilazione culturale che pesa su di loro, cosa troveranno ad accoglierli? Dovranno vedersela con un mercato immobiliare ormai sovraccarico da tempo: perché dopo la guerra contro l’Ucraina moltissimi russi, circa 200mila, hanno scelto di fuggire in Armenia per sfuggire alla stretta del regime di Vladimir Putin. Insomma, c’è il rischio che la popolazione armena si divida al suo interno, costretta a vivere in queste condizioni».
Lei ha studiato a fondo l’impatto del genocidio armeno….
«Sì, lo affronto nel mio ultimo romanzo, scritto ormai qualche anno fa. All’epoca almeno 300mila persone vennero uccise e il mondo rimase a guardare. Nessuno fece assolutamente nulla. E quell’evento ha creato un trauma che continua ad avere un forte impatto sugli armeni. E mi sconvolge vedere che oggi come ieri, l’Armenia ha poche possibilità di difendersi dalle pretese imperiali di chi aspira ad annientarla, priva com’è di veri alleati e senza una concreta solidarietà internazionale. I paesi occidentali infatti, continuano a trattare con l’Azerbaigian attratti dalle sue grandi riserve di petrolio. Eppure è un regime autoritario, militarmente pericoloso perché ben armato. Mentre l’Armenia è una giovane e fragile democrazia, che sta cercando di emanciparsi dalla Russia nelle più difficili condizioni economiche e sociali».
Da tre giorni la gente scende in piazza chiedendo le dimissioni del premier Pashinyan. Cosa ne pensa?
«La politica è nel caos. Ieri era il 32° anniversario della fondazione della terza repubblica armena, e Pashinyan ha tenuto un discorso che di fatto era un inno alla pace. Ma come si fa? Mi sgomenta constatare quanto è cinico il mondo!».
E ora? Cosa si può fare?
«Bisogna difendere i confini. Prendersi cura dei rifugiati, che saranno tantissimi. Smettere di credere ingenuamente che l’Occidente salverà l’Armenia. Trovare il modo di attrarre capitali esteri. Creare nuovi posti di lavoro. Gli artisti, gli intellettuali, possono contribuire: devono lottare contro il senso di depressione che sta avvolgendo il Paese e mette i giovani nella condizione di voler solo emigrare. Il popolo armeno deve riuscire a creare un nuovo senso, dare nuovo significato alla sua storia e cultura. Altrimenti migliaia di persone saranno morte e continueranno a morire per niente».