In Tunisia tra i deportati di Saied: in attesa di un barchino che li porti a Lampedusa
di Leonardo MartinelliMigranti sotto gli olivi, a El Amra, Tunisia. All’estrema sinistra, Amadou, 22enne guineano
EL AMRA (Tunisia) — Yassine viene dal Sudan, un giovane alto e forte, ha 18 anni. Viveva per strada nel centro di Sfax, fino a pochi giorni fa. «I poliziotti ci hanno proposto di portarci in un centro di accoglienza qui a El Amra. Hanno detto che avremmo avuto un letto e da mangiare. Siamo saliti sui pullman». Ma appena arrivati in questa cittadina di 28mila abitanti, a una quarantina di chilometri a nord di Sfax, «ci siamo ritrovati da soli e senza niente. Dormiamo sotto gli olivi». Almeno nella città qualche associazione tunisina li aiutava, «ma qui dobbiamo fare da soli. Tra noi sudanesi, comunque, c’è molta solidarietà». Lui è fuggito dalla guerra: «Sono arrivato in Tunisia un mese fa, camminando attraverso la frontiera con la Libia, nel deserto». E vuole andare in Europa, «ovunque sia, dove ci siano la pace e un lavoro per me».
EL AMRA (Tunisia) — Yassine viene dal Sudan, un giovane alto e forte, ha 18 anni. Viveva per strada nel centro di Sfax, fino a pochi giorni fa. «I poliziotti ci hanno proposto di portarci in un centro di accoglienza qui a El Amra. Hanno detto che avremmo avuto un letto e da mangiare. Siamo saliti sui pullman». Ma appena arrivati in questa cittadina di 28mila abitanti, a una quarantina di chilometri a nord di Sfax, «ci siamo ritrovati da soli e senza niente. Dormiamo sotto gli olivi». Almeno nella città qualche associazione tunisina li aiutava, «ma qui dobbiamo fare da soli. Tra noi sudanesi, comunque, c’è molta solidarietà». Lui è fuggito dalla guerra: «Sono arrivato in Tunisia un mese fa, camminando attraverso la frontiera con la Libia, nel deserto». E vuole andare in Europa, «ovunque sia, dove ci siano la pace e un lavoro per me».
El Amra, vicino alla costa, è in Tunisia il posto più vicino a Lampedusa: l’isola è a meno di 150 chilometri. Siamo nel “supermercato” della migrazione clandestina, Far West di passeur (che organizzano i viaggi in mare), trafficanti e tunisini che si arrangiano con quello che hanno, i migranti. L’afflusso è aumentato a luglio, dopo che nel Paese la situazione è degenerata ulteriormente per i subsahariani. Poi, negli ultimi giorni, è stato lo stesso presidente Kais Saied a decidere di portarvene a centinaia, quasi a dire: andatevene. O forse: intasate gli hotspot dall’altra parte, così l’Europa si deciderà a sborsare i suoi soldi. Oggi, secondo le Ong tunisine, sono almeno 7mila sul posto, ma in continuo ricambio: chi va (a Lampedusa), chi arriva in questa cittadina scalcinata e povera, per partire. Accesa la radio, le stazioni italiane s’impongono. Annalisa canta Bellissima e speaker scanzonati sparano cavolate, in diretta da studi freschi di aria condizionata.
C’è chi da commerciante si è riciclato con la propria auto in trasportatore di migranti da ogni parte della Tunisia. Giovani con le moto propongono passaggi a pagamento ai subsahariani, che ormai non possono più utilizzare pullman e taxi collettivi. «Si affittano addirittura posti sotto gli olivi – ricorda un rappresentante della società civile – e poi c’è la produzione dei barchini metallici, utilizzati per i passaggi low cost verso Lampedusa. Li fabbricano in campagna, anche all’interno di case private. La migrazione clandestina è un’attività economica che compensa la crisi. Per questo non ci sono proteste contro il loro arrivo in zona». Anzi, ben vengano.
A un chilometro da El Amra, un accampamento improvvisato di subsahariani sotto olivi secolari. I ragazzi giocano a pallone, Guinea contro Costa d’Avorio. Amadou li guarda. 22 anni, di Conakry: in braccio culla una piccola di un anno, la figlia di sua «sorella», dice, un’amica. Sono in quattro, tre uomini e una donna: «Ci siamo incontrati a Sfax» e hanno fatto famiglia. Amadou era arrivato nella città tunisina a marzo «e sono riuscito a fare il muratore, ma dall’inizio di luglio è diventato impossibile vivere lì». Un tunisino è rimasto ucciso in uno scontro con i migranti «e non si trovava più lavoro, nessuno ci affittava più un appartamento». Qui vivono su coperte «date dalle famiglie che vivono intorno, ci hanno regalato anche i vestiti». Per il resto, neanche l’ombra di una Ong, si devono arrangiare.
La terra è rossa e fertile, la plastica ovunque. «Sono arrivato più di due mesi fa, è il posto ideale per partire, ma non ho ancora i soldi necessari». I prezzi per imbarcarsi su un barchino calano però sempre più: siamo ormai a 1.500 dinari, neanche 500 euro. Amadou segue con attenzione su un cellulare le polemiche dall’altra parte del Mediterraneo, anche le dichiarazioni di Gérald Darmanin, il ministro degli Interni francese. «Tutti i Paesi europei, pure l’Italia, possono decidere di bloccare le frontiere ai migranti, a parte la Francia, che ha delle responsabilità per quanto riguarda la situazione in Guinea e in Africa. Ci hanno sfruttato. Quindi non hanno assolutamente il diritto di chiuderci le porte in faccia».
Amadou non sa nuotare: «Ma non ho paura di partire». Lo dice sorridendo, come gli altri: incoscienti forse, fiduciosi soprattutto.
Anche Sarah sorride. Ha 22 anni e una bimba di cinque. «Di là del mare, pure in centri di accoglienza affollati, non sarà mai peggio di qui». «Sono partita un anno fa dalla Guinea. Dall’Algeria mi hanno espulso verso il Niger due volte e io sono ritornata indietro. Ho fatto il carcere in Algeria e lì una “sorella” mi è morta tra le braccia, in pieno deserto. Non posso lasciare ora». È arrivata a El Amra otto giorni fa. Sta prendendo contatti per il viaggio. Verso il tramonto sotto gli olivi arrivano i passeur, a caccia di clienti.
A una decina di chilometri da qui, una massa di barchini sono diventati cartocci rossastri arrugginiti all’entrata del porto di La Louza. Sono stati rigettati dal Mediterraneo, le bare di chissà quanti morti. Il mare è grigio oggi, l’aria è pesante e il cielo basso verso Lampedusa. Bahri ha 64 anni ed è uno dei pescatori più rispettati. «Qui la gente non mangia più pesce: dicono che i pesci mangiano i cadaveri dei migranti affogati in mare. Ogni giorno usciamo e vediamo cadaveri galleggiare. Ci sono le correnti e loro le seguono, allineati uno dietro l’altro. È come un fiume di corpi, spesso decapitati, senza più la testa, deformati dall’acqua». Ogni sera Bahri rientra a casa, lo sconforto nell’anima.