L’allarme della direttrice dell’intelligence Usa, Avril Haines: “Cina e Russia sfruttano l’IA per la repressione digitale”
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK - «L’intelligenza artificiale ha molti usi positivi, ma sta diventando anche uno degli strumenti preferiti dai regimi autoritari per la repressione digitale». E’ l’allarme lanciato dalla direttrice nazionale dell’intelligence americana Avril Haines, partecipando nei giorni scorsi ad un raro seminario pubblico ospitato a New York dall’organizzazione Concordia.
Parlando delle principali minacce, Haines ha sottolineato che «c’è stato un tremendo potenziamento delle tecnologie per la comunicazione, che hanno facilitato la libertà di informazione per chi partecipa al dibattito civile. Ma c’è anche un contraccolpo contro la libertà e il flusso informativo, e la tecnologia viene usata per la repressione dig…
NEW YORK - «L’intelligenza artificiale ha molti usi positivi, ma sta diventando anche uno degli strumenti preferiti dai regimi autoritari per la repressione digitale». E’ l’allarme lanciato dalla direttrice nazionale dell’intelligence americana Avril Haines, partecipando nei giorni scorsi ad un raro seminario pubblico ospitato a New York dall’organizzazione Concordia.
Parlando delle principali minacce, Haines ha sottolineato che «c’è stato un tremendo potenziamento delle tecnologie per la comunicazione, che hanno facilitato la libertà di informazione per chi partecipa al dibattito civile. Ma c’è anche un contraccolpo contro la libertà e il flusso informativo, e la tecnologia viene usata per la repressione digitale. È una minaccia crescente e lo abbiamo scritto nel nostro rapporto annuale, perché pensiamo che aumenterà nei prossimi anni. Gli sviluppi dell’intelligenza artificiale generativa si aggiungono a questa sfida. Primo, perché può essere utilizzata per prendere meglio di mira gli obiettivi. Se un governo autoritario vuole attaccare la diaspora dei dissidenti, può usare questi strumenti per controllarli meglio, minacciarli, ritorcere contro quello che dicono e fanno. Poi accresce la capacità di disinformazione, non solo rivolta contro i dissidenti, ma anche per operazioni di influenza su larga scala».
Il primo problema è la Cina: «Loro sono i leader della repressione digitale. Lo vedi in molti aspetti. Prima di tutto il vasto apparato dedicato a queste attività. I nostri rapporti denunciano le operazioni condotte per catturare e rimpatriare migliaia di individui accusati di corruzione, ma in realtà dissidenti. Poi ci sono le stazioni di polizia cinese nel mondo, inclusa New York, per le quali in aprile il dipartimento alla Giustizia ha fatto arresti e incriminazioni. Il modello cinese, rispetto a russi o iraniani, è il primo per la tecnologia. Sono molto bravi a censurare le informazioni accessibili dai cittadini in Cina; sorvegliare e monitorare; attraverso Internet of Things, le auto collegate alla rete, raccogliere dati sulle attività di tutti».
La Russia segue da vicino: «Gli obiettivi sono simili: preservazione del regime, controllo interno, promozione di prospettive su paesi o temi, ma ci sono varianti sul come. È noto quanto siano bravi con la disinformazione. Hanno usato i deep fake per diffondere la storia che la nave Moskva nel Mar Nero si era incendiata a causa di una tempesta, invece di essere stata colpita dagli ucraini. Ma è straordinaria anche la struttura legale costruita intorno alle loro attività. Ad esempio le leggi per condannare a 15 anni di prigione chi diffonde notizie sulla guerra, l’obbligo di registrare i siti presso il governo, o la spinta affinché le aziende private usino piattaforme più facili da controllare. Anche in Ucraina cercano di controllare l’informazione disponibile».