Russia, spese militari al 6% del Pil: Putin duplica lo sforzo bellico e punta alla vittoria nel 2024
di Gianluca Di FeoUn’economia di guerra, che testimonia la determinazione del Cremlino a portare avanti il conflitto in Ucraina per tutto il prossimo anno. Senza badare a costi pur di arrivare a schiacciare Kiev. Una serie di informazioni trapelate negli ultimi giorni spazzano via le speranze su qualsiasi trattativa: la Russia ha lanciato un programma di produzione bellica mai visto prima, con una razionalizzazione sovietica delle catene di montaggio e con investimenti mostruosi.
Budget raddoppiato
Un’analisi di Bloomberg ha rivelato che il budget di Mosca per la spesa militare nel 2024 sarà quasi il doppio di quello già enorme stanziato ora. Si ipotizza di portarlo al sei per cento del Pil: il triplo del 2 per cento a cui ambisce la Nato ma che pochissime nazioni dell’Alleanza hanno raggiunto. In pratica, si arriverà a 112 miliardi di dollari: il bilancio del 2023 conteneva fondi per 67 miliardi, poi dilatati con l’intensificarsi degli scontri.
Secondo fonti di intelligence riportate dal New York T…
Un’economia di guerra, che testimonia la determinazione del Cremlino a portare avanti il conflitto in Ucraina per tutto il prossimo anno. Senza badare a costi pur di arrivare a schiacciare Kiev. Una serie di informazioni trapelate negli ultimi giorni spazzano via le speranze su qualsiasi trattativa: la Russia ha lanciato un programma di produzione bellica mai visto prima, con una razionalizzazione sovietica delle catene di montaggio e con investimenti mostruosi.
Budget raddoppiato
Un’analisi di Bloomberg ha rivelato che il budget di Mosca per la spesa militare nel 2024 sarà quasi il doppio di quello già enorme stanziato ora. Si ipotizza di portarlo al sei per cento del Pil: il triplo del 2 per cento a cui ambisce la Nato ma che pochissime nazioni dell’Alleanza hanno raggiunto. In pratica, si arriverà a 112 miliardi di dollari: il bilancio del 2023 conteneva fondi per 67 miliardi, poi dilatati con l’intensificarsi degli scontri.
Secondo fonti di intelligence riportate dal New York Times, oggi un terzo dell’economia russa è stata convertita alle esigenze militari. Le risorse non sembrano mancare: per Bloomberg i ricavi dell’esportazione di petrolio e gas sono addirittura aumentati, nonostante le sanzioni in vigore da venti mesi. Certo, le casse statali russi stanno soffrendo per l’impegno al fronte e il debito pubblico continua ad aumentare, ma Putin non se ne cura: la sconfitta dell’Ucraina è la partita su cui gioca il futuro del suo sistema di potere e sta puntando tutto, come un pokerista che cerca l’all in e lo fa letteralmente sulla pelle del suo popolo.
La trasformazione delle fabbriche
L’altro aspetto chiave è la trasformazione delle fabbriche militari. Ormai da mesi lavorano notte e giorno, sette giorni su sette. E a motivare operai e tecnici c’è la certezza che così eviteranno di essere chiamati alle armi. L’effetto si vede: gli annunci sull’esaurimento delle scorte di missili, previsto nell’estate 2022, sono stati più volte smentiti e sulle città ucraine piovono ordigni nuovi di zecca. I microchip vengono importati dall’Occidente e dall’Asia tramite triangolazioni con alcune ex repubbliche dell’Urss, garantendo pure gli equipaggiamenti hi-tech.
C’è qualche difficoltà nella costruzione di razzi e proiettili d’artiglieria, consumati a livelli altissimi, ma in attesa delle possibili forniture nordcoreane si stanno già preparando le soluzioni. Perché tutte le imprese del settore sono statali e questo permette una pianificazione centralizzata. Oltre agli appelli alla guerra patriottica, Putin sta imitando Stalin pure in questo campo: ha ordinato di produrre soltanto i modelli che si sono dimostrati efficaci in battaglia. È la stessa misura decisa dal dittatore all’indomani dell’attacco nazista: impianti e lavoratori furono trasferiti in Siberia, puntando esclusivamente sui mezzi migliori.
Lo si è capito da una nota della Tass, che ha annunciato la fine dello sviluppo dello Zmeyevik, un missile balistico ipersonico concepito per colpire le portaerei americane: tutti gli sforzi saranno concentrati sulle armi già in servizio, quelle sperimentate nel corso del conflitto. Niente più sprechi di ingegneri e rubli per inventare novità: la priorità è migliorare l’esistente e incrementarne i numeri. Meglio ricominciare a sfornare i cruise KH-55, risalenti ai primi anni Ottanta, aggiornandone gli apparati di guida per sfuggire alla contraerea ucraina.
La stessa tendenza era già emersa dai filmati di propaganda sugli stabilimenti meccanici. I tank di ultima generazione T-14 Armata, visti sfilare soltanto sulla Piazza Rossa, sono scomparsi e alcuni dei responsabili della messa a punto arrestati per corruzione.
Adesso si costruiscono solo T90 e le versioni recenti dei T72 sovietici: nel 2021 ne venivano consegnati cento l’anno, adesso si è passati a duecento e si punta a un ulteriore boom. Accade pure per i cingolati trasporto truppe, protagonisti degli scontri sulla linea Surovikin: accantonati i test dei modernissimi T-15, c’è un impegno stakanoviano della Kurganmashzavod a realizzare i vecchi BMP-3 che hanno dato grande prova al fronte.
Gli armamenti vintage
Anche la revisione degli armamenti vintage accatastati nei depositi è diventata una priorità: carri T62 e persino T55 che hanno vissuto l’invasione della Cecoslovacchia e quella dell’Afghanistan, accumulati a migliaia. È stata inventata dal nulla una filiera per renderli di nuovo agguerriti, mettendo a posto motori, trasmissioni e cannoni. In più si aggiungono visori per il puntamento, corazze reattive e radio criptate. Due impianti siberiani se ne occupano a tempo pieno: sono poco più che pezzi d’artiglieria su cingoli, ma per i massacri di Bachmut e Robotyne possono bastare. D’altronde anche la Nato sta fornendo all’Ucraina i vetusti Leopard 1, brevettati nel 1965.
Non si pensa solo al passato e c’è uno sprint nelle macchine più evolute: la Progress Arsenyev sostiene di avere raddoppiato gli elicotteri Kamov Alligator, con prestazioni micidiali, e i video illustrano capannoni con decine di esemplari in completamento.
Nel campo dei droni, invece, i russi preferiscono copiare. Stanno confezionando in patria gli Shahed iraniani, che hanno costi infimi, e i Lancet, estremamente efficaci e molto somiglianti ai modelli israeliani. La produzione di questi ultimi è triplicata in sei mesi: è stato ipotizzato di aprire linee di montaggio nei magazzini Ikea abbandonati dall’azienda svedese nel rispetto delle sanzioni. Procedure simili nei cantieri navali, che danno la precedenza a corvette e fregate lanciamissili, e nell’aviazione: non si cercano delicati aerei stealth ma si dotano di “bombe intelligenti” i rodati Sukhoi e si cerca di sopperire alla mancanza di velivoli radar Awacs.
Il fattore umano
Sono soltanto slogan del Cremlino? Nonostante le perdite colossali, le brigate russe non sembrano carenti di mezzi. Il problema sono piuttosto gli uomini: addestrare un buon soldato richiede più tempo che montare un tank. E ogni caduto pesa sul consenso del Cremlino: un fattore umano con cui Putin dovrà fare i conti prima di ordinare altre mobilitazioni di reclute da mandare al massacro nelle trincee di Zaporizhzhia.