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Gerusalemme, l’ambasciatore saudita rinuncia alla visita alla Moschea di Al Aqsa

(afp)
Nayef al-Sudairi, appena nominato rappresentante di Riad presso l’Anp, ha cambiato idea temendo proteste da parte palestinese. Intanto va avanti a tappe forzate il processo di avvicinamento tra Israele e Arabia
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GERUSALEMME – Doveva essere una visita storica, la prima di un rappresentante saudita alla Moschea di Al Aqsa da quanto la Città Vecchia di Gerusalemme è passata sotto controllo israeliano nel 1967, in occasione della ricorrenza di Mawlid, che segna il compleanno del Profeta Maometto. Ma alla fine, l’ambasciatore Nayef al-Sudairi, il primo rappresentante di Riad a Ramallah (sia pure come inviato non residente), ha deciso di rinunciare.

L’inclusione della tappa nel programma della due giorni di al-Sudairi presso l’Autorità nazionale palestinese, riportata da diversi media locali – anche se mai confermata ufficialmente - aveva causato scontento nella piazza palestinese, pronta a interpretare il gesto come un’apertura verso Israele.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Haaretz citando fonti palestinesi informate sui fatti, l’ambasciatore (che ha ricevuto anche l’incarico di console ad Al Quds, nome arabo di Gerusalemme) ha capito la situazione e le implicazioni che la visita avrebbe c…

GERUSALEMME – Doveva essere una visita storica, la prima di un rappresentante saudita alla Moschea di Al Aqsa da quanto la Città Vecchia di Gerusalemme è passata sotto controllo israeliano nel 1967, in occasione della ricorrenza di Mawlid, che segna il compleanno del Profeta Maometto. Ma alla fine, l’ambasciatore Nayef al-Sudairi, il primo rappresentante di Riad a Ramallah (sia pure come inviato non residente), ha deciso di rinunciare.

L’inclusione della tappa nel programma della due giorni di al-Sudairi presso l’Autorità nazionale palestinese, riportata da diversi media locali – anche se mai confermata ufficialmente - aveva causato scontento nella piazza palestinese, pronta a interpretare il gesto come un’apertura verso Israele.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Haaretz citando fonti palestinesi informate sui fatti, l’ambasciatore (che ha ricevuto anche l’incarico di console ad Al Quds, nome arabo di Gerusalemme) ha capito la situazione e le implicazioni che la visita avrebbe comportato e ha agito di conseguenza.

Dopo aver presentato le proprie credenziali ieri al presidente dell’Anp Abu Mazen, Al-Sudairi stamane ha visitato il mausoleo dedicato a Yasser Arafat.

Quella di Al-Sudairi ha segnato la prima visita di una delegazione ufficiale saudita nei Territori palestinesi da decenni. La sua nomina al rango di ambasciatore vuole rappresenta un segnale di vicinanza a Ramallah, nel momento in cui Riad appare sempre più prossima a raggiungere la normalizzazione con Israele in un accordo che cambierebbe profondamente gli equilibri dell’intero Medio Oriente.

Quasi vent’anni fa Riad, insieme ad altri Stati della regione, aveva promosso la cosiddetta “Iniziativa di Pace Araba,” impegnandosi a non riconoscere Israele senza una giusta soluzione alla questione palestinese. Se parlando con i giornalisti Al-Sudairi ha sottolineato che il suo governo sta “lavorando per creare uno Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale”, da mesi ormai appare chiaro che l’Arabia Saudita è pronta al passo della normalizzazione con Israele, a patto sì di significative concessioni a Ramallah – come aiuti finanziari, trasferimento del controllo di ulteriori aree della Cisgiordania all’Anp, blocco degli insediamenti - ma senza pretendere uno Stato palestinese autonomo come prerequisito.

Un boccone non facile da digerire per Ramallah, che però tiene a mantenere il suo rapporto con i sauditi.

La questione della sovranità su Gerusalemme e soprattutto su quella che per gli Arabi è la Spianata delle Moschee e per gli ebrei il Monte del Tempio rimane senz’altro un nodo particolarmente spinoso e un argomento che gli stessi Accordi di Abramo firmati tre anni fa da Israele e vari Stati arabi, tra cui Emirati e Bahrein, hanno lasciato irrisolto. Argomento che è capace di infiammare le opinioni pubbliche musulmane dentro e fuori dal Medio Oriente come pochi altri.

Il luogo è considerato sacro da tutte le religioni monoteiste: lì si trova la roccia a partire dalla quale Dio avrebbe creato il mondo, e lì il patriarca Abramo avrebbe tentato di sacrificare Isacco, Ismaele per l’Islam, che ritiene anche che su quell’altura Maometto ascese alla presenza divina.

Situata nel cuore di Gerusalemme, la modesta altura ospitò per secoli il Tempio Sacro che secondo la tradizione ebraica fu costruito da Salomone intorno al X secolo a.C. Distrutto dal sovrano babilonese Nabucodonosor nel 586 a.C., il Tempio fu ricostruito nei secoli successivi, fino a raggiungere il suo momento di massimo splendore sotto Erode nel I secolo a.C, prima di essere raso al suolo dai romani nel 70 d.C. Il celebre Muro Occidentale – conosciuto anche come Muro del Pianto – faceva parte della sua recinzione ed è rimasto nei millenni luogo ebraico di preghiera. Già all’alba della nascita dell’Islam nel VII secolo sull’altura che lo sovrasta fu eretta una moschea (quella attuale sarebbe stata costruita all’inizio dell’VIII).

L’organizzazione che gestisce il complesso, il Waqf, fu stabilita dall’Impero ottomano che regnò su Gerusalemme dal 1516 al 1917. Quando la regione finì sotto controllo britannico, il Waqf fu mantenuto e lo stesso avvenne nel 1948 quando Gerusalemme Est e la Città Vecchia furono conquistati dalla Giordania. Nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni, quando la zona passò sotto controllo israeliano, le autorità decisero di mantenere il sistema e la supervisione di Amman.

Da allora quello che viene definito “lo status quo” permette a coloro che non sono musulmani di visitare il sito, ma non di pregare. Se per vari anni lo status quo è stato mantenuto in modo più informale, con il passare dei decenni la tensione è aumentata, così come il desiderio tra gli ebrei di Israele di visitare il complesso (nonostante molti rabbini lo proibiscano per il rischio di calpestare quella che era l’area più sacra del Tempio, riservata ai sacerdoti).

Nell’ultimo decennio i visitatori sono passati da 4mila a 40mila all’anno. Un fenomeno che ha più volte scatenato proteste nelle piazze arabe dentro e fuori la regione, soprattutto in occasione di visite di israeliani di alto profilo, come fu nel 2000 quella dell’allora leader del Likud Ariel Sharon che viene considerata da molti la scintilla che fece scoppiare la seconda Intifada. In anni più recenti, i momenti di scontro tra Israele e organizzazioni estremiste palestinesi sono partiti proprio da episodi intorno alla moschea. Negli ultimi mesi, a far salire le tensioni sono state le visite del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, esponente del partito di estrema destra Otzma Yehudit (Potere ebraico), condannate anche dagli stessi Emirati.

Hamas, la Jihad islamica, ma anche potenze regionali come la Turchia hanno cercato spesso di accreditarsi come difensori di Al Aqsa nel mondo arabo. Un fenomeno chiave per capire la cautela saudita sul tema.

Nel frattempo, prosegue la visita del Ministro del Turismo israeliano Haim Katz in Arabia per un evento dell'Organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite (Unwto). Se quella di Katz segna la prima assoluta di un rappresentante del governo israeliano nel Paese, già lunedì prossimo dovrebbe sbarcare a Riad anche il Ministro della Comunicazione Shlomo Karhi per partecipare al Congresso straordinario 2023 dell’Unione postale.

Uno sviluppo elogiato oggi dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

“Stiamo assistendo a eventi che solo qualche anno fa non avremmo mai potuto immaginare,” ha dichiarato aprendo la riunione di governo, rivendicando il merito di aver convinto tanti dentro e fuori dai confini di Israele a “bypassare il veto palestinese” a raggiungere la pace con il resto del mondo arabo prima di aver ottenuto un accordo con gli stessi palestinesi.

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