Riapertura caso Regeni, l’imbarazzo di Al Sisi che voleva ricucire con l’Italia senza sacrificare i suoi uomini
di Daniele RaineriFinisce di colpo la strategia dell’ostruzionismo legale che da due anni e tre mesi faceva dormire sonni tranquilli all’apparato di sicurezza egiziano e al presidente Al Sisi. Adesso la decisione della Consulta rende possibile per la legge italiana il processo ai quattro ufficiali dell’agenzia di Sicurezza nazionale che sono agli ordini dal ministero dell’Interno del Cairo e sono considerati responsabili della morte del ricercatore Giulio Regeni.
Il meccanismo si rimette in moto e la scusa della mancata notifica degli atti processuali e dell’irreperibilità farà la fine degli altri ostacoli – più o meno espliciti – creati in questi anni dall’Egitto per bloccare l’inchiesta. Alcuni ostacoli sono durati di più, altri hanno retto di meno, ma alla fine tutti sono risultati vani e sono stati superati. Se…
Finisce di colpo la strategia dell’ostruzionismo legale che da due anni e tre mesi faceva dormire sonni tranquilli all’apparato di sicurezza egiziano e al presidente Al Sisi. Adesso la decisione della Consulta rende possibile per la legge italiana il processo ai quattro ufficiali dell’agenzia di Sicurezza nazionale che sono agli ordini dal ministero dell’Interno del Cairo e sono considerati responsabili della morte del ricercatore Giulio Regeni.
Il meccanismo si rimette in moto e la scusa della mancata notifica degli atti processuali e dell’irreperibilità farà la fine degli altri ostacoli – più o meno espliciti – creati in questi anni dall’Egitto per bloccare l’inchiesta. Alcuni ostacoli sono durati di più, altri hanno retto di meno, ma alla fine tutti sono risultati vani e sono stati superati. Se il presidente Al Sisi contava di creare un’attesa infinita, di rimandare la questione Regeni a un tempo non meglio specificato e di aspettare che il caso perdesse forza, adesso deve rifare i conti. Ci sono i nomi degli accusati: un generale, due colonnelli e un maggiore, appartenenti al mastodontico apparato da centomila uomini, fra agenti e informatori, che in Egitto sorveglia la vita di tutti e può fare con impunità quello che vuole. Il processo in Italia può cominciare.
In questi anni i servizi egiziani avevano tentato di guadagnare tempo con una lunga sequenza di operazioni, che a volte erano state grottesche. A due mesi di distanza dal ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni la polizia del Cairo uccise cinque uomini dentro un piccolo bus, in quello che descrisse come uno scontro a fuoco con una banda di criminali, e poi in una perquisizione successiva dentro un appartamento usato dalla presunta banda dichiarò di avere trovato il passaporto e altri documenti personali di Giulio. Arrivò al punto di mostrarli: erano quelli autentici, spariti a febbraio assieme al ricercatore. Fu un tentativo di depistaggio cinico, con l’idea di incolpare i morti per il sequestro, le torture e la morte di Regeni e chiudere il caso.
La versione della polizia egiziana però crollò in pochi giorni, alcuni testimoni sul posto dissero che non c’era stato uno scontro a fuoco ma un’esecuzione a sangue freddo e che la polizia aveva sistemato ad arte i cadaveri sul bus per far credere a una sparatoria violenta. I dati dei tabulati telefonici inoltre non combaciavano, gli uccisi non potevano avere rapito Regeni perché quel giorno erano troppo lontani. Un depistaggio dunque, che però finiva per incolpare con ancora più forza i servizi di sicurezza egiziani: qualcuno che disponeva dei documenti di Regeni aveva piazzato la borsa dentro l’appartamento, in modo che fosse ritrovata e che creasse dal nulla un gruppo di colpevoli, che erano pure morti, per somma convenienza. Non era necessario uno sforzo di immaginazione per capire chi avesse deciso quella messinscena.
Nel 2021, poco prima del rinvio a giudizio dei quattro ufficiali egiziani, ci fu lo strano caso di un documentario senza casa di produzione che era stato scritto e diretto con un solo scopo: gettare sospetti su Regeni, quel genere di sospetti che attecchiscono senza verifiche e grazie al passaparola sui social. Il documentario – ma sarebbe più preciso dire: il tentativo di inquinamento delle informazioni – presentava anche intervistati italiani e cercava di sostenere che il ricercatore fosse una spia e quindi, in qualche modo, avesse fatto quella fine perché se l’era cercata. Non funzionò. Quando il video venne fatto circolare su YouTube erano più le domande su chi fosse dietro a un tentativo così plateale di disinformazione che le domande sul contenuto. Fu ritirato e le pagine social che lo promuovevano furono cancellate. Dal poco che si è ricostruito, il finto documentario è opera di Tahrir Egyptian Network, una rete televisiva considerata vicina ai servizi egiziani.
La sequenza di operazioni anti-verità è andata avanti a lungo. In un’occasione le autorità del Cairo negarono agli investigatori italiani i metadati telefonici di utenti egiziani “per una questione di privacy”. In un’altra occasione provarono a fare il contrario e presentarono un faldone con duecento testimoni ascoltati e tremila pagine di ipotesi, che è un modo come un altro per rallentare un’inchiesta. Persino la grazia concessa a luglio dal presidente Al Sisi allo studente egiziano Patrick Zaki, descritta dall’ambasciatore egiziano a Roma come «un gesto di apprezzamento per l’Italia», può essere letta sotto questa lente: è vero, sembra essere il messaggio che arriva dal palazzo presidenziale di Al Ittihadiya, non vi daremo la verità su Regeni, ma siamo partner importanti sotto tanti punti di vista, accontentatevi di questo gesto di clemenza.