La Repubblica del Nagorno Karabakh cesserà di esistere dal 1° gennaio. In 68mila verso l’Armenia: “È pulizia etnica”
di Luna De BartoloTBILISI - È ufficiale, la Repubblica del Nagorno Karabakh non esisterà più a partire dal primo gennaio del 2024. L’ancora per poco presidente de facto, Samvel Shahramanyan, ha firmato giovedì mattina un decreto in cui stabilisce formalmente lo scioglimento dello Stato proclamatosi indipendente negli anni Novanta, in conformità con l’accordo di cessate il fuoco raggiunto il 20 settembre tra i leader separatisti e le autorità azere, con la mediazione delle forze di pace russe.
L’esodo dei profughi armeni
Una tregua a cui si è giunti 24 ore dopo il micidiale attacco che ha piegato Stepanakert e provocato l’esodo di massa di decine di migliaia di armeni dalle terre che hanno abitato per secoli. Oltre 68mila in quattro giorni secondo gli ultimi dati, rilasciati giovedì alle 12 ora loc…
TBILISI - È ufficiale, la Repubblica del Nagorno Karabakh non esisterà più a partire dal primo gennaio del 2024. L’ancora per poco presidente de facto, Samvel Shahramanyan, ha firmato giovedì mattina un decreto in cui stabilisce formalmente lo scioglimento dello Stato proclamatosi indipendente negli anni Novanta, in conformità con l’accordo di cessate il fuoco raggiunto il 20 settembre tra i leader separatisti e le autorità azere, con la mediazione delle forze di pace russe.
L’esodo dei profughi armeni
Una tregua a cui si è giunti 24 ore dopo il micidiale attacco che ha piegato Stepanakert e provocato l’esodo di massa di decine di migliaia di armeni dalle terre che hanno abitato per secoli. Oltre 68mila in quattro giorni secondo gli ultimi dati, rilasciati giovedì alle 12 ora locale (le 10 in Italia), su una popolazione che le stime più alte collocavano intorno alle 120mila unità. Un fiume in piena che non accenna a fermarsi: frotte di rifugiati, traumatizzati e stremati da un blocco delle forniture di beni essenziali nella regione imposto per mesi da Baku, continuano a varcare il confine con l’Armenia. Un tragitto per cui si impiegavano poco più di due ore di macchina richiede adesso fino a un giorno e mezzo.
L’arresto dell’ex premier
Proprio tra gli esuli incolonnati lungo il corridoio di Lachin, l’unica via che connette il Nagorno Karabakh all’Armenia, è stato catturato ieri dalle autorità azere un ex primo ministro dell’entità separatista, Ruben Vardanyan. Noto imprenditore di origini armene ma che ha fatto la sua fortuna nella Federazione russa (Paese di cui ha abbandonato la cittadinanza nel settembre 2022), si riteneva beneficiasse della protezione di Mosca, e diversi osservatori speculavano persino su una sua possibile evacuazione in Russia in elicottero. Gli analisti reputano ora il suo arresto un ulteriore segno della debolezza del Cremlino come forza mediatrice.
Altri rappresentanti di spicco della leadership armena karabakha, tra cui il ministro degli Esteri de facto in carica, David Babayan, si stanno consegnando a Baku in queste ore. Nella capitale azera si sono recate ieri le inviate del presidente Usa Joe Biden – Samantha Power, a capo dell’agenzia per lo Sviluppo internazionale Usaid, e Yuri Kim, vicesegretaria del dipartimento di Stato per l'Europa e gli affari eurasiatici – dopo una missione a Erevan. In un incontro con il capo di Stato Ilham Aliyev, riferisce un addetto stampa, Power “ha sottolineato l’urgenza di consentire un accesso umanitario privo di ostacoli al Nagorno Karabakh”.
Gli appelli dell’Occidente
Appelli insistenti all’invio di una missione internazionale giungono dalle cancellerie occidentali. “Il presidente Aliyev”, ha dichiarato mercoledì il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Matthew Miller, “ci ha detto che non ci saranno ulteriori azioni militari e ci aspettiamo che sia effettivamente così. Aliyev ha anche detto che accetterà una missione internazionale di osservazione della situazione in Nagorno Karabakh e ci attendiamo che mantenga la sua promessa”. Segnali contrastanti sono arrivati tuttavia da Hikmat Hajiyev, potente consigliere del capo di Stato azero, che sempre ieri ha affermato di non vedere alcuna necessità di dislocare una siffatta missione. E con il passare delle ore, appare probabile che resterà poco da osservare.
I timori di una pulizia etnica
Al ritmo attuale il Nagorno Karabakh potrebbe svuotarsi di qualsiasi presenza armena in pochi giorni. Baku sostiene con forza che la comunità armena se ne stia andando in massa volontariamente, nonostante l’Azerbaijan si sia impegnato a rispettare i suoi diritti. Una visione sposata anche dalla Commissione europea in un tweet largamente criticato, in cui ha menzionato gli armeni “che hanno deciso di andare via”, salvo poi correggere il tiro: ora, secondo Bruxelles, “non avevano altra scelta che fuggire”. Tuttavia, nella comunità internazionale cresce il timore di stare assistendo a un processo di pulizia etnica, come l’ha definita lo stesso primo ministro Nikol Pashinyan.
A domanda esplicita di Politico, la rappresentante Usa Power non ha voluto utilizzare tale definizione. Ma ha asserito che Usaid sta raccogliendo “testimonianze di persone fuggite dalla violenza, dalle privazioni e con la paura di vivere sotto il governo dell’Azerbaijan”. Poi ha aggiunto: “Abbiamo sentito racconti molto preoccupanti di violenza contro i civili”. Alcuni video spaventosi circolano sul web, e diverse organizzazioni sono al lavoro per verificarne l’attualità e l’autenticità, così come dei report di presunte atrocità compiute dalle forze armate azere.
Ma per capire il terrore che sta spingendo gli armeni, prima affamati e poi bombardati, a scappare da un Nagorno Karabakh azero, senza alcuna missione internazionale sul campo a proteggerli, basti pensare alle centinaia di raccapriccianti episodi di ferocia compiuti ai danni di civili e soldati armeni nel 2016, nel 2020 e nel 2022, indagati e denunciati da diverse organizzazioni internazionali, tra cui Human Rights Watch e Amnesty International. Atti di brutale efferatezza, immortalati in video realizzati dagli stessi militari azeri e in alcuni casi inviati alle famiglie delle vittime. Crimini per cui nessuno ha pagato: i perpetratori indossano ancora la divisa, ed è plausibile che molti di loro si trovino in questo momento in Nagorno Karabakh.