“A processo gli agenti egiziani”. La Consulta riapre il caso Regeni
di Giuliano Foschini e Andrea OssinoI genitori di Giulio Regeni, Claudio e Paola
(ansa)Poteva essere la fine. E invece, è diventato un inizio. «Avevamo ragione noi! La giustizia alla fine è più forte di tutto» dicono a Repubblica Paola e Claudio Regeni. Il processo per le torture, il sequestro e l’omicidio di Giulio Regeni si farà. I quattro agenti della National security - accusati di aver preso il ricercatore italiano alla fermata della metropolitana di Dokki, il 25 gennaio 2016, per poi farlo ritrovare nove giorni dopo così sfigurato da far dire alla mamma «l’ho riconosciuto soltanto dalla punta del naso» - saranno giudicati dalla giustizia italiana. Nonostante il loro Paese, l’Egitto, abbia comunicato che questo non sarebbe mai potuto accadere.
Lo ha deciso ieri – ultima istanza di un iter giuridico accidentato – la Corte Costituzionale. Raccogliendo la richiesta del gup Roberto…
Poteva essere la fine. E invece, è diventato un inizio. «Avevamo ragione noi! La giustizia alla fine è più forte di tutto» dicono a Repubblica Paola e Claudio Regeni. Il processo per le torture, il sequestro e l’omicidio di Giulio Regeni si farà. I quattro agenti della National security - accusati di aver preso il ricercatore italiano alla fermata della metropolitana di Dokki, il 25 gennaio 2016, per poi farlo ritrovare nove giorni dopo così sfigurato da far dire alla mamma «l’ho riconosciuto soltanto dalla punta del naso» - saranno giudicati dalla giustizia italiana. Nonostante il loro Paese, l’Egitto, abbia comunicato che questo non sarebbe mai potuto accadere.
Lo ha deciso ieri – ultima istanza di un iter giuridico accidentato – la Corte Costituzionale. Raccogliendo la richiesta del gup Roberto Ranazzi, che a sua volta aveva trovato fondata le eccezioni presentate dal procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, e dal suo aggiunto, Sergio Colaiocco, la Consulta - in attesa di leggere le motivazioni – ha ritenuto che nei casi di tortura, se lo Stato straniero non collabora, la giustizia deve fare il suo corso anche senza le notifiche. Fino a questo momento, infatti, l’Egitto si era sempre rifiutato di comunicare gli indirizzi dei quattro. E questo aveva spinto – in nome del giusto processo – sia la Corte d’Appello di Roma che la Cassazione a dire che, senza la certezza che gli imputati fossero a conoscenza dell’inizio del processo, quel processo non poteva cominciare. Con una sentenza “politica”, perché di fatto disegna l’incostituzionalità della norma proprio sul processo Regeni, la Consulta dice che quel passaggio è illegittimo.
«È una legge – hanno detto Lo Voi e Colaiocco – che non consente, e addirittura non prevede, di celebrare il processo qualora lo Stato estero rifiuti di collaborare alla notifica degli atti». E l’Egitto, come ha ricordato il giudice Ranazzi prima di inviare gli atti alla Consulta, «sottrae propri funzionari alla giurisdizione del giudice italiano, creando una situazione di immunità non riconosciuta da alcuna norma dell’ordinamento internazionale». La norma crea dunque «un’inammissibile zona franca di impunità per i cittadini». Ma quella legge, adesso, deve chinarsi alla volontà dei giudici e della Costituzione italiana, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e delle convenzioni Onu e Nato, come aveva sottolineato la procura di Roma dando il via all’iter che adesso complica le cose per i quattro agenti della National Security egiziana sotto accusa: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Il processo dovrebbe cominciare già nei primi mesi del prossimo anno anche se, con ogni probabilità, le difese degli imputati solleveranno altri cavilli pur di evitare che il tribunale arrivi a un verdetto finale.
«Grande soddisfazione sicuramente per la possibilità di celebrare un processo secondo le nostre norme costituzionali che restano il faro del nostro lavoro. Per il resto aspettiamo le motivazioni per vedere come procedere sperando di trovare la parte civile al nostro fianco nelle fasi successive», è il commento del procuratore capo Francesco Lo Voi. E sono proprio i Regeni, insieme con il loro avvocato Alessandra Ballerini, a non trattenere la gioia: «Avevamo ragione noi - dicono -. Ripugnava al senso comune di giustizia che il processò per il sequestro le torture e l’uccisione di Giulio non potesse essere celebrato a causa dell’ostruzionismo della dittatura di Al-Sisi per conto della quale i quattro imputati hanno commesso questi terribili delitti. Abbiamo dovuto resistere – dicono- contro questa “volontà“ dittatoriale per sette anni e mezzo confidando comunque sempre nei principi costituzionali della nostra democrazia. Ringraziamo tutte le persone che hanno sostenuto e sosterranno il nostro percorso verso verità e giustizia: la procura di Roma ed in particolare il dottor Colaiocco, la scorta mediatica, e tutto il popolo giallo», conclude.
Con Repubblica parla anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Se la Consulta con questa sentenza rende agevole il processo, noi ne siamo solo sollevati. Anche io, anche noi vogliamo sapere la verità. Altro è dire che con l’Egitto non abbiamo voluto interrompere i rapporti, perché abbiamo anche interessi comuni. quando ho visto anche l’ultima volta Al Sisi, è stato lui a dire per primo: so che mi chiederete di Regeni. Perché questo governo non avrebbe mai potuto dimenticare né il nome di Giulio Regeni, né una storia che chiede giustizia».