I “sette nani” contro “Donald Duck”: Trump assente, ma protagonista, del dibattito tv dei repubblicani
dal nostro inviato Paolo MastrolilliSIMI VALLEY (California) - I sette nani repubblicani, perché ormai in sette sono rimasti a sfidare Donald Trump nelle primarie presidenziali, si sono agitati assai ieri sera nella Reagan Library di Simi Valley, poco a nord di Los Angeles. Tanto per attaccarsi tra di loro, quanto per cercare finalmente di mettere in mezzo il convitato di pietra, che per la seconda volta ha snobbato il loro dibattito, preferendo andare a parlare con gli operai di Detroit in sciopero contro le case automobilistiche. Sulle prime, però, non sembra che siano riusciti a sferrare il colpo necessario per scalfire l’enorme vantaggio dell’ex presidente nei sondaggi.
De Santis contro Biden e Trump
Il primo ad andare all…
SIMI VALLEY (California) - I sette nani repubblicani, perché ormai in sette sono rimasti a sfidare Donald Trump nelle primarie presidenziali, si sono agitati assai ieri sera nella Reagan Library di Simi Valley, poco a nord di Los Angeles. Tanto per attaccarsi tra di loro, quanto per cercare finalmente di mettere in mezzo il convitato di pietra, che per la seconda volta ha snobbato il loro dibattito, preferendo andare a parlare con gli operai di Detroit in sciopero contro le case automobilistiche. Sulle prime, però, non sembra che siano riusciti a sferrare il colpo necessario per scalfire l’enorme vantaggio dell’ex presidente nei sondaggi.
De Santis contro Biden e Trump
Il primo ad andare all’attacco è stato il governatore della Florida DeSantis, che qualche mese fa era il favorito nei sondaggi, ma ormai è precipitato a meno 40% da Trump, proprio perché non ha avuto finora il coraggio di criticarlo. Stavolta almeno ci ha provato: «Biden è disperso, mentre l’economia del Paese vacilla. Ma è disperso anche Trump, che non è venuto qui a difendere il suo operato come presidente, forse perché durante il suo mandato ha accumulato 7,8 trilioni di debito pubblico, innescando la spirale dell’inflazione».
Christie attacca “Donald Duck”
Sulla stessa lunghezza d’onda si è sintonizzato anche l’ex governatore del New Jersey Chris Christie, che ha sfottuto il rivale: «Ti nascondi dietro alle mura dei tuoi club di golf, ma tanto lo sappiamo che ci stai guardando in tv. Però non hai avuto il coraggio di venire qui a confrontarti con noi e con gli elettori. Da ora in poi dovremo chiamarti Donald Duck», che è il nome americano di Paperino, ma vuol dire anche Donald che scappa per paura dei colpi in arrivo. Nessuno però lo ha attaccato frontalmente per le quattro incriminazioni, e ora l’accusa del giudice di New York di aver commesso una frode gonfiando i valori delle sue proprietà. Neanche i moderatori hanno sollevato il problema con le loro domande.
Basterà a cambiare la dinamica delle primarie, dove Trump sembra destinato a trionfare senza mai degnare i suoi sfidanti della minima attenzione? Probabilmente no. Però la speranza è quella di scalfire la sua leadership, per insinuare il dubbio negli elettori e magari fermarlo in Iowa o New Hampshire, per poi riaprire la corsa.
Gli altri rivali
Il secondo problema però è con chi, ammesso che sia ancora possibile. Perciò i “sette nani” si sono anche azzuffati tra di loro, nella speranza di colpire gli elettori e di vederne uno emergere come sfidante unitario dell’opposizione a Donald. Tipo l’ex ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, quando ha sfottuto il giovane emergente Vivek Ramaswami: «Ogni volta che ti ascolto parlare, mi sento sempre un po’ più stupida». Ma poi lo ha attaccato per aver concluso affari con la Cina, sposato il suo social TikTok, e ostinarsi a voler lasciare l’Ucraina a Putin.
Quindi è stato il senatore Tim Scott ad aggredire Nikki: «Appena ti hanno nominata ambasciatrice all’Onu, hai speso 50mila dollari per rifare le tendine nella tua residenza». Haley invece se l’è presa con DeSantis: «Sei contro le trivellazioni per il petrolio e l’estrazione del gas con il fracking. Fingi di volere l’indipendenza energetica americana, ma ti opponi».
Tutti contro tasse, spesa pubblica e migranti
Sulle linee politiche, in realtà, non sono emerse grandi differenze: tutti contro Biden, la spesa pubblica, le tasse. Tutti decisi a garantire la sicurezza dei confini, anche troppo, perché DeSantis ha promesso di «mobilitare l’esercito contro il Messico, se non ferma i trafficanti che ci uccidono con il traffico di droga». Tutti contro la scuola "woke", i diritti dei transessuali, e la difesa dei genitori che vogliono essere informati se i figli intendono cambiare sesso.
Quando però i moderatori hanno chiesto al governatore della Florida come spera di recuperare lo svantaggio su Trump, la risposta è stata piuttosto vaga: «Non sono i sondaggi che eleggono i presidenti, ma gli elettori. E io li conquisterò, uno per uno». Forse, ma al momento non sembra così facile. Al punto che il dibattito, nel migliore dei casi, ha dato più che altro l’impressione di essere un’audizione per chi spera di fare il vice di Donald.