Messico, la strage dei ragazzini: sei amici rapiti e uccisi dai narcos, con la polizia che non interviene
di Daniele MastrogiacomoLIMA – Ci sono anche loro tra la folla attonita e piena di paura che si stringe attorno alla bara di Oscar Ernesto, 15 anni da poco compiuti. I killer hanno mandato le loro spie, i “falchi”: hanno occhi e orecchie, ascoltano e osservano. E poi riferiscono ai capi. Registrano commenti, frasi appena abbozzate, la rabbia e il dolore trattenuti, gli sguardi pieni di sospetti che scrutano attorno, alle spalle, di fianco. Un semplice gesto, un grido, anche le lacrime che rigano questi visi segnati dal terrore, possono tradire. I giornalisti accorsi in massa a Malpaso, un paesino del Messico centrale, Stato di Zacatecas, raccontano bene cosa significa vivere accerchiati dai Cartelli. Qui sono la legge, i padroni del campo, i giudici del tuo destino: decidono chi vive e chi muore. Senza distinzioni. Anche di età. Per ribadire chi comanda e a chi bisogna ubbidire.
L’irruzione notturna
Con la bru…
LIMA – Ci sono anche loro tra la folla attonita e piena di paura che si stringe attorno alla bara di Oscar Ernesto, 15 anni da poco compiuti. I killer hanno mandato le loro spie, i “falchi”: hanno occhi e orecchie, ascoltano e osservano. E poi riferiscono ai capi. Registrano commenti, frasi appena abbozzate, la rabbia e il dolore trattenuti, gli sguardi pieni di sospetti che scrutano attorno, alle spalle, di fianco. Un semplice gesto, un grido, anche le lacrime che rigano questi visi segnati dal terrore, possono tradire. I giornalisti accorsi in massa a Malpaso, un paesino del Messico centrale, Stato di Zacatecas, raccontano bene cosa significa vivere accerchiati dai Cartelli. Qui sono la legge, i padroni del campo, i giudici del tuo destino: decidono chi vive e chi muore. Senza distinzioni. Anche di età. Per ribadire chi comanda e a chi bisogna ubbidire.
L’irruzione notturna
Con la brutalità che supera l’orrore quotidiano, i Signori di Zacatecas sabato scorso si sono accaniti su sette ragazzi che stavano trascorrendo un fine settimana nella fattoria della famiglia di uno di loro. Non avevano fatto nulla e non erano legati a nessun gruppo di narcos. José Alberto René Ocón Acevedo, 14 anni, Oscar Ernesto Rojas Alvarado, 15 anni, Diego Rodríguez Vidaces, 17 anni, Héctor Alejandro Saucedo Acevedo, 17 anni, Sergio Yobani Rodríguez, 18 anni, Gumaro Santacruz Carillo, 18 anni e Jesús Manuel Rodríguez Robles, 18 anni, si conoscevano da sempre. Tre erano cugini, altri amici d’infanzia che frequentavano la stessa scuola. Facevano quello che fanno i ragazzi di tutto il mondo. Con i loro problemi, le loro origini difficili, le loro fantasie, i loro sogni. Sana gioia di vivere.
Decidono di passare due giorni nel ranch El Potrerido. È dei genitori di Alberto René, il più piccolo del gruppo. Si gioca, si scherza, si balla, si beve. Si tira tardi ma alla 3 di notte crollano tutti e si sistemano come si trovano. Fa ancora buio, un’ora dopo, quando la porta d’ingresso cede con uno schianto e un gruppo di sicari fa irruzione. Sparano raffiche di armi automatiche in aria. Tutti si svegliano di soprassalto. Tutti alzano le mani. Ma già volano i primi pugni e i calci. Qualcuno sbaglia mossa e viene atterrato con i calci delle pistole. Molti sono feriti, si lamentano. La risposta sono urla e minacce.
Il video del riscatto
Vengono trascinati all’esterno. A piedi scalzi iniziano a camminare, salgono una collina, tra spinte, botte e urla spariscono in una zona impervia. Senza stradine. La polizia è a 300 metri. Ma non interviene. Eppure, tutti i vicini, come racconteranno, hanno sentito in modo chiaro le raffiche dei Cuerno de Chivo, l’Ak47 tanto amato da guerriglieri, mercenari e narcos. Ma a Malpaso, quando cala il sole, nessuno si azzarda a uscire di casa. Fino all’alba si resta tappati. Fuori ci sono loro. I Cartelli. Zacatecas è terra di conquista, se la contendono quelli di Sinaloa e della Jalisco Nueva Generación.
Da qui passa l’arteria che porta il fiume di coca, eroina, meta e fentanyl verso gli Usa. Miliardi di dollari. Chi la controlla incassa il bottino. I 7 spariscono. I familiari vengono svegliati da un video sui loro cellulari nei quali figli e nipoti piangono, urlano, implorano di pagare un riscatto. Alle 7 madri, padri e zii sono tutti in piedi. Vanno in corteo verso la caserma della polizia, denunciano il sequestro, chiedono un intervento immediato. Gli agenti scuotono la testa. Propongono una denuncia. Ma non c’è tempo. Bisogna far scattare le ricerche, bisogna trovare i ragazzi. Subito.
Il sopravvissuto
I parenti rifiutano di pagare il riscatto. Pretendono una reazione. Giustizia, sicurezza. Che non arriva. Allora scendono di nuovo in strada, bloccano la J4, la statale che collega Zacatecas a Guadalajara, la capitale di Jalisco. È già stato fatto in passato. Sempre dagli abitanti, sempre per i sequestri. Ma stavolta non è un singolo rapimento. Ci sono sette ragazzini, la maggioranza minorenni, che rischiano di morire e di sparire nel pozzo nero che in Messico ha già inghiottito 100mila persone. Sei dei sette saranno uccisi, i loro corpi fatti ritrovare dietro alcuni massi e frasche, ai piedi di una collina a La Soledad, 5 chilometri dal ranch. Viene risparmiato solo Sergio Yobani Acevedo Rodriguéz, 18 anni.
È ferito alla testa e al petto, giace in un letto dell’ospedale. Non ricorda nulla. Ha troppa paura per farlo. Dorme tutto il tempo e poi si sveglia di colpo. “Basta, non colpitemi più, non ho fatto nulla di male”, grida uscendo dal suo incubo. E ripiomba nel sonno. Lo racconta il padre, un filo di voce, mentre chiede di non essere fotografato. Nessuno commenta. Solo frasi dette a mezza bocca. “Malpaso è zona di guerra. Quando fa buio scatta l’allarme”, aggiunge la zia che è venuta a seppellire suo nipote, Diego Rodríguez Vidaces, 17 anni. “Nessuno esce per strada. Neanche la polizia. Troppa paura, loro sono già qui”. Loro sono i Cartelli. Padroni persino del tempo.
La strage di agosto
La strage riesce a scuotere l’intero Messico ormai assuefatto a un destino già segnato. Ricorda quella consumata a fine agosto a Lagos de Moreno, confine con lo Stato di Jalisco, a due passi da qui. Cinque vite spezzate. La loro agonia registrata su un video nel quale si vedono mentre sono obbligati, pistola alla tempia, a infierire gli uni sugli altri in un Sabba di sangue.
Non c’è solo cattiveria in queste menti malate. C’è sfregio, violenza allo stato puro. Il bisogno di emergere nel Cartello. Coraggio da codardi. Un segnale dei narcos in guerra. Lasciando un testimone che ricordi agli altri chi comanda. Una volta Sinaloa, una volta Jalisco Nueva Generación. Il presidente Obrador resta muto. Spedisce sul posto 300 soldati. Troppo tardi. Aveva promesso la pace, “abbracci e non proiettili”. Ha riacceso la guerra. Il traffico di tutto, dalla droga agli organi umani, persino degli avogado, domina. Si colpiscono i giovani per piegare i vecchi.