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Spagna, il re affida a Sánchez l’incarico di formare il nuovo governo

(reuters)
La nomina arriva a due mesi e mezzo dalle elezioni legislative e dopo il fallimento di Feijóo. Per il segretario socialista ora è decisivo trovare un accordo con gli indipendentisti catalani
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È arrivato il turno di Pedro Sánchez. Quasi due mesi e mezzo dopo le elezioni legislative del 23 luglio, il segretario socialista e premier ad interim ha ricevuto dal re Felipe VI l’incarico di formare il nuovo governo spagnolo. Una decisione ampiamente prevista dopo il fallimento, la settimana scorsa, del tentativo del presidente del Partito Popolare Alberto Núñez Feijóo, incapace di raccogliere davanti al Parlamento la maggioranza di 176 seggi necessaria per l’elezione a capo dell’esecutivo.

Nelle prossime ore si conoscerà la data della nuova sessione d’investitura, che la presidente del Congresso dei deputati, la socialista Francina Armengol, concorderà con lo stesso Sánchez. Tra le ipotesi, c’è la settimana tra il 16 e il …

È arrivato il turno di Pedro Sánchez. Quasi due mesi e mezzo dopo le elezioni legislative del 23 luglio, il segretario socialista e premier ad interim ha ricevuto dal re Felipe VI l’incarico di formare il nuovo governo spagnolo. Una decisione ampiamente prevista dopo il fallimento, la settimana scorsa, del tentativo del presidente del Partito Popolare Alberto Núñez Feijóo, incapace di raccogliere davanti al Parlamento la maggioranza di 176 seggi necessaria per l’elezione a capo dell’esecutivo.

Nelle prossime ore si conoscerà la data della nuova sessione d’investitura, che la presidente del Congresso dei deputati, la socialista Francina Armengol, concorderà con lo stesso Sánchez. Tra le ipotesi, c’è la settimana tra il 16 e il 22 ottobre, l’unica che garantisce di evitare l’inopportuna coincidenza con una serie di eventi che caratterizzeranno questo mese.

Prima di tutto la manifestazione di domenica prossima a Barcellona, in cui le destre (presente anche Feijóo) si scaglieranno contro l’ipotesi di un’amnistia per gli indipendentisti catalani coinvolti nell’organizzazione del referendum del 1° ottobre 2017. Il 12, festa nazionale, ci sarà la parata militare che, tradizionalmente, si trasforma in un’occasione per dure contestazioni contro il governo progressista. E il 31 è in programma la solenne cerimonia davanti alle Cortes per il giuramento della Costituzione da parte dell’erede al trono, la principessa Leonor, che quel giorno compie 18 anni.
 

Sánchez cercherà così di schivare tutti gli ostacoli sul suo cammino e, già da lunedì, dopo il vertice europeo di Granada, si metterà al lavoro per ricomporre quella maggioranza di 178 seggi che, già ad agosto, ha consentito l’elezione di Armengol alla presidenza del Congresso.

Come è noto fin dalla notte elettorale, la chiave del successo è tutta nella possibilità di siglare un accordo con gli indipendentisti catalani, in particolare con Junts, il partito dell’ex presidente regionale Carles Puigdemont riparato in Belgio nel 2017 per sfuggire all’arresto. Già in queste settimane, mentre andavano in scena le sterili trattative di Feijóo (che nessun gruppo parlamentare ha accettato di appoggiare per la sua imbarazzante alleanza con l’ultradestra di Vox) i socialisti hanno condotto in maniera discreta il negoziato sull’amnistia, la principale condizione posta dai separatisti catalani - tanto Junts come i repubblicani di Esquerra (Erc) che guidano con Pere Aragonès il governo della Generalitat – per garantire il loro appoggio al governo progressista.
La trattativa dovrebbe essere a buon punto e, secondo quanto ha rivelato nei giorni scorsi il leader di Erc, Oriol Junqueras, c’è già stato uno “scambio di documenti” tra le parti. Non si conoscono al momento i dettagli sul tipo di soluzione giuridica che è stata individuata (neppure se verrà impiegato il termine “amnistia”) per evitare il rischio di incostituzionalità. Gli indipendentisti premono anche perché vengano fatti progressi in prospettiva dell’organizzazione di un referendum per l’autodeterminazione, ma su quel fronte Sánchez ha fatto sapere che non ha alcuna intenzione di cedere.
 

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